Il principio del “rispetto per la vita” può ispirare ancora oggi il nostro cammino? – 2^ parte

Il principio del “rispetto per la vita” può ispirare ancora oggi il nostro cammino? – 2^ parte

(segue)

Ma che cos’è il rispetto per la vita, e come nasce in noi? «Se l’uomo vuol far luce su sé stesso e sul suo rapporto con il mondo – sosteneva Schweitzer –, deve prescindere dalla congèrie (massa confusa di più cose, n.d.a.) di elementi che costituiscono il suo pensiero e la sua cultura e rifarsi al primo fatto della sua coscienza, il più immediato, quello che è perennemente presente. Solo di qui può giungere a una visione ragionata del mondo… L’affermazione della vita è l’atto spirituale con cui egli cessa di lasciarsi vivere e comincia a dedicarsi alla sua vita con rispetto per levarla al suo vero valore. Affermare la vita è approfondire, interiorizzare ed esaltare la volontà di vivere… Il rispetto per la vita nato nella volontà di vivere divenuta consapevole contiene strettamente congiunte, l’affermazione del mondo e l’esigenza morale. Essa cerca di creare valori e realizzare progressi che giovino all’ascesa materiale, spirituale ed etica dell’uomo e dell’umanità».

Durante la permanenza a Lambarènè si dedicò ad estendere un’opera sul rapporto fra cultura ed etica, che divise in due parti: la prima prevedeva le varie concezioni della cultura e dell’etica dei vari filosofi tedeschi del passato e contemporanei; nella seconda avrebbe descritto il carattere specifico dell’etica, il rispetto per la vita e il suo significato per la cultura. Tutta l’etica di Schweitzer deriva da questo semplice e profondo pensiero di cui egli ci indica le possibili applicazioni. L’etica, a suo avviso, non ha a che vedere con un’interpretazione del mondo; essa deve essere cosmica e mistica senza cadere nell’astratto… Schweitzer fonda razionalmente il rispetto per la vita, come Descartes (1596-1650) fondava razionalmente la certezza della propria esistenza. Mentre Descartes dice: «Penso, dunque esisto», e poi si perde nell’astratto, Schweitzer rimane sul concreto e afferma: «Io sono vita che vuole vivere in mezzo a vita che vuole vivere. Bisogna rispettare la vita. L’uomo morale possiede il coraggio di lasciarsi tacciare di sentimentalismo, ma rispetterà la vita universalmente».

Ossia, l’essere umano può chiamarsi “essere etico” soltanto se considera sacra la vita in se stessa, sia la vita umana, sia quella di ogni altra creatura. Il “rispetto per la vita” si erge a messaggio da professare con la fede incrollabile delle proprie convinzioni e “non riconosce alcun diritto alla felicità personale”, poiché la «voce della vera etica è pericolosa per le persone felici quanto il coraggio che hanno di ascoltarlaIl rispetto per la vita al quale noi, esseri umani, dobbiamo giungere racchiude in sé tutto ciò che è compreso nei concetti di amore, dedizione, compassione, gioia ed anelito comune. E in quest’ottica, dobbiamo liberarci da uno stile di vita amorfo, privo di riflessione». Il rispetto per la vita (che per Schweitzer non è una semplice, pur nobile affermazione di principio, ma una precisa dignità teoretica, che diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio sia di fronte al progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che esso comporta) scaturisce da una volontà di vita che ha imparato a pensare, è dunque un sì alla vita, che diventa etica collettiva. Il suo compito primario è la realizzazione del progresso e la creazione di quei valori che possano favorire la crescita materiale, spirituale ed etica del singolo individuo e di tutta l’umanità. Ma sul concetto di “rispetto per la vita” Schweitzer è ancora più profondo, poiché coinvolge il concetto di “moralità” come principio fondamentale. «Un uomo è veramente morale – sosteneva – soltanto quando osserva l’obbligo impostogli di aiutare ogni vita che può assistere, e quando si fa scrupolo di uscire dalla sua strada per evitare di danneggiare un essere vivente. Non chiede quanta comprensione meriti questa o quella vita a causa del suo intrinseco valore e neppure chiede di quanta sensibilità sia dotata. Per lui la vita, come tale, è sacra».

In più occasioni (oltre agli scritti) ebbe modo di far conoscere il suo pensiero. Durante un soggiorno in Europa, nel 1951, Albert Schweitzer conobbe Ella Kriser, la direttrice di una grande Scuola di Hannover, la quale gli riferì che nella sua scuola veniva insegnato il rispetto per la vita. La direttrice sosteneva che i bambini comprendevano molto bene questo insegnamento e cercavano di metterlo in pratica con il loro comportamento, cui derivava un conseguente cambiamento spirituale. Schweitzer mantenne contatti con la direttrice e in seguito visitò la scuola, e parlando con gli allievi riscontrò in loro la consapevolezza del dovere di comportarsi con bontà verso tutto ciò che era vita del creato.

Ma con il passare degli anni e con gli avvenimenti bellici, ed altro, constatò che la mancanza di umanità era aumentata rispetto alle generazioni precedenti. (È soprattutto in questi ultimi tempi che si rilevano gli effetti prodotti dalla tecnologia: la televisione e tutti quei mezzi che “irrompono” prepotentemente nelle case delle persone e soprattutto nella loro mente). «Noi – affermava – siamo venuti in possesso di armi nucleari, e per noi la possibilità e la tentazione di distruggere la vita supera ogni limite. Oggi, grazie al grandioso progresso della tecnica, il destino dell’umanità è segnato dalla possibilità di un orribile annientamento della vita». Questa riflessione faceva parte del suo lungo discorso pronunciato in occasione del suo conferimento del Premio nobel per la Pace ad Oslo nel 1953.

Partendo da un’analisi dei due conflitti mondiali e delle relative conseguenze, Schweitzer si domandava come si potesse presentare a tutti il problema della pace; in modo del tutto particolare dato che la guerra di epoche precedenti, rispetto a quella attuale, ha a disposizione mezzi di distruzione e di morte enormemente più sofisticati di quelli del passato. Un tempo si poteva considerare la guerra un male accettabile come utile, in qualche modo, se non addirittura necessario, era diffusa l’opinione che mediante la guerra i popoli più forti si imponessero su quelli più deboli, determinando il corso della storia. E dai molti esempi che si potrebbero citare è possibile dedurre che una guerra favorisca il progresso ma è anche possibile che conduca ad un regresso. Se già ai tempi di Schweitzer si potevano avere meno speranze che la guerra moderna procurasse un progresso, oggi, tali speranze sono ancora più lontane in quanto la modernità e le tecnologie più avanzate sono causa di una ben più ampia distruzione, e quindi di un immane regresso.

A questo riguardo credo sia utile e interessante ricordare quanto suggeriva Albert Schweitzer: «È evidente che una guerra rappresenta una orribile calamità, e non bisogna lasciar nulla di intentato pur di evitarla; e ciò, soprattutto per una ragione etica. Nelle due ultime guerre ci siamo macchiati delle colpe di un’orribile disumanità, e sarebbe ancora peggio in una guerra futura. Questo non deve avvenire». Purtroppo questo monito da molti non è stato recepito, poiché in circa mezzo secolo, gli eventi bellici nel mondo si sono susseguiti e, purtroppo, a mio avviso, sono destinati ad evolversi. Le cause sono indubbiamente molteplici, ma credo che se si dedicasse più spazio nel ricordare le riflessioni, i moniti e soprattutto l’esempio di Schweitzer (e di altri personaggi che hanno dedicato la propria esistenza in difesa dell’umanità), probabilmente gioverebbe alla mente e ai sentimenti di politici, regnanti e alla gente comune. «Quello che oggi ci manca – proseguiva nel suo discorso ad Oslo – è riconoscere che siamo tutti colpevoli gli uni verso gli altri di atti disumani. L’orrenda esperienza collettiva attraverso la quale siamo passati deve scuoterci, perché la nostra volontà e la nostra speranza siano impegnate verso tutto ciò che può portare ad un’epoca in cui non ci siano più guerre. Questa volontà e questa speranza sono possibili solo se, attraverso uno spirito nuovo, raggiungiamo un’intelligenza superiore, che sia in grado di trattenerci da un uso infausto delle energie di cui disponiamo».

(continua)

Ernesto Bodini

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