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Vite che ricominciano: la storia di “Franco”

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di Marcella Onnis

Ci sono storie che sono dure ascoltare, figuriamoci vivere. Storie che, dopo averle ascoltate, è complicato raccontare perché basterebbe poco per non assicurare il dovuto rispetto al protagonista o per non far passare il giusto messaggio. Quella che mi appresto a raccontarvi è una di queste storie.

Franco – lo chiamerò così – ha lo sguardo triste come quello di chi dalla vita ha ricevuto così tante batoste che si guarda bene dal farsi illusioni. Occhi tristi, che facilmente diventano lucidi, ma non arresi: basta scambiare con lui poche parole per capire che ha voglia di farcela.

«Mi bucavo.» inizia a raccontare, quindi mi mostra il braccio destro: nell’incavo del gomito piccoli solchi che sembrano più ricordi di vecchi tagli che di buchi di siringa. Di quest’esperienza conserva anche un altro sgradevole souvenir: epatite C da genotipo 1, la più resistente alle terapie.

«La tossicodipendenza – oltre alle malattie – ti crea problemi con gli affetti, con la famiglia. Se hai una donna, sicuramente la perdi perché non pensi a lei: la tua donna è la roba. Lei è tutto per te: la mattina ti alzi e ti devi bucare per stare bene, per non avere le crisi. L’astinenza è brutta. Quando ci penso, mi vengono i brividi.»

Senza che gli debba chiedere nulla, mi racconta lui com’è cominciata: «Avevo 19 anni, fumavo erba, vendevo prodotti porta a porta e avevo una ragazza. Era un bambolina. Una sera mi fa: “Mi accompagni a comprare una cosa?” “Cosa?” “Roba. Eroina.” E io l’ho accompagnata. Mi fa: “Ti vuoi fare anche tu?” E io ho provato. Dal giorno, ogni tanto andavo a comprarne con lei. Ho cominciato pian pianino e poi mi sono infognato per seguire lei. È che a quell’età sei più fragile, non hai esperienza [e forse di questi pericoli se ne parlava ancora poco, aggiungo io], magari vuoi provare l’effetto che fa. Così mi sono inguaiato. Guadagnavo 60-70.000 lire al giorno, ma ne spendevo 40.000 per drogarmi. Poi ho iniziato a rubare in casa. Mi vergogno, ma ormai è fatta. E mi vergogno anche di dire che ho fatto uso di eroina. Però ne parlo. Il tossico, l’eroinomane, non parla. Quando smette – lo dico perché lo so -, gli salta tutto fuori. Ti rendi conto di tutto.» Per questo ora parla, non nasconde di aver avuto e di avere problemi, anche perché «parlare fa bene.»

Prima di arrivare ad essere l’uomo che è oggi ha collezionato, soprattutto fuori dall’Isola, amori, lavori ma anche tentativi di disintossicazione e ricadute nel tunnel. Tra tutte queste forti esperienze spicca quella vissuta a Palma di Maiorca: «Lavoravo da mezzanotte alla mattina dopo e poi dalle quattro e mezza – cinque del pomeriggio fino alle dieci e mezza – undici di notte. Era pesante, però purtroppo mi servivano soldi per stare bene. Ho iniziato a comprare una busta di eroina tutti i giorni e alla fine mi son detto “basta”. Sono andato al Sert di Maiorca e lì mi hanno dato il metadone. Ho iniziato a prenderlo, ma poi ho pensato di comprare un po’ di coca. Mai l’avessi fatto. Lì la coca era molto buona e così ho iniziato a comprarla ogni giorno. Quindi mi facevo di cocaina e prendevo anche il metadone. Non riuscivo ad andar via da lì per via di quella coca.» Sono ricordi “pesanti”, questi, e richiedono una pausa. «Quando ne parlo mi viene l’ansia, perché conosco l’effetto. Ho sempre avuto l’ansia, ma quando parlo di questa roba qua … La cocaina è peggio dell’eroina

Oltre che in Spagna, per dei periodi vive anche in Germania, Svizzera e Francia. Qui, in una comunità in cui era entrato per disintossicarsi, ha incontrato una delle donne che ha amato e con lei ha anche avuto un figlio che, però, non vede più da anni.

Durante la permanenza in Piemonte, invece, ha un brutto litigio con la sua ragazza, cui seguono tante, troppe birre. E a queste segue un terribile incidente, che lo fa finire in coma per due mesi. «Quando mi sono svegliato, ho pensato che avrei preferito essere morto perché se sei morto, non hai più problemi.» Da allora, anche per proteggere il suo fegato, non beve più, «giusto un bicchiere di vino a pranzo, ogni tanto.»

Sulle spalle 49 anni e tanti rimorsi, che oggi l’hanno reso più responsabile (anche se lui dice di sentirsi la testa di un ragazzino) e generoso verso se stesso e verso gli altri. «Sono stato egoista una vita per colpa della roba. Quando ti fai, non sei più tu.» Per questo si preoccupa anche di chi potrebbe essere tentato da certe “opportunità”: «L’importante è non caderci: se lo fai una volta, sei fregato. Ne ho visti tanti di giovani iniziare per noia, per gioco.»

Franco non si droga più da 4-5 anni, «c’è stata qualche ricaduta» dice, ma è “pulito” da almeno tre anni. Tuttavia, si definisce ancora tossicodipendente: «Non dico ex perché nella vita mai dire mai. Mi auguro solamente di non ricascarci più, anche perché sono malato.» Si tocca il fegato e aggiunge: «Mi preoccupo per lui. Mi preoccupo per le cose che ho perso. Cosa ho perso, mamma mia… Posso sempre recuperare, ma certe cose no. Le voglie ogni tanto ti vengono – è normale –, ma l’importante è pensare a quello che c’è in giro e che c’è in gioco, perché rischi di perdere tutto. Io ho già perso macchina e patente. Devi avere la forza di dire no. Non è facile, ma se già conosci quello che ti aspetta, puoi farcela.»

Nel suo tormentato cammino, altri drammi molto personali e pure una tappa in carcere. «È stata un’esperienza che ha avuto aspetti negativi e positivi. Negativa è stata la solitudine. Di positivo c’è stato che per sopravvivere devi cercare di far passare quest’esperienza nel modo migliore possibile. Se ti abbatti, è una doppia sofferenza. Inizialmente,  questi anni “turbolenti” – diciamo così – li ho passati con questa filosofia. Chiaramente dentro non stai bene, ma cerchi di stare bene a modo tuo. Io poi sono una persona diretta, ma non violenta né rompipalle. Ovviamente puoi trovare qualcuno che non ti va, come succede fuori dal carcere, ma quando capita, io quella persona la evito. Queste esperienze, comunque, non sono mai del tutto negative: sei tu che con gli anni te ne rendi conto.»

Ora è in affidamento in prova ai servizi sociali e di recente ha cominciato a collaborare con l’associazione culturale Alfabeto del mondo onlus. Qui si trova bene: i suoi compiti implicano una certa responsabilità e questo lo fa sentire utile, prezioso; a volte, poi, sostituisce l’insegnante di francese – una lingua con cui ha molta dimestichezza – e questo gli ricorda che anche lui ha qualcosa da offrire agli altri, che anche lui è una persona che vale. Qui, inoltre, incontra tante persone con cui ha modo di scambiare qualche battuta. La solitudine è pesante per chi ha un cuore grande. Per riempire i vuoti delle sue giornate passeggiate al mare – quando il bel tempo lo consente -, poca televisione («la tv la odio») e tanta musica. «La musica mi rilassa; è naturale.» Rilassante se ascoltata o anche suonata con la sua chitarra … che, però, al momento è “in ferie”, in attesa di nuove corde.

Una vita – quella di Franco – che sta pian piano ricominciando da zero, ma sono tante le cose che gli mancano, a partire dagli affetti: amici («ne ho uno solo» dice) e una compagna di vita. Ma senza un lavoro “vero” e ben retribuito, senza macchina, senza patente, senza una casa propria e con 250 euro al mese (questo l’importo del sussidio che il Comune gli riconosce), l’amore è già difficile incontrarlo, figuriamoci trattenerlo.

Con l’associazione è impegnato dal lunedì al venerdì pomeriggio e il sabato mattina. «Dovrei cercarmi un lavoro per le altre mattine», ma sappiamo entrambi che trovare un’occupazione non è facile, soprattutto visto i tempi grigi che stiamo vivendo («per non dire neri», aggiunge lui). Ancora meno facile, poi, per chi si porta dietro un passato scomodo («Tossicodipendenza è una parola brutta, fa paura»). Perché – come ha ben detto la scrittrice e giudice Michela Capone nell’intervista che ci ha rilasciato – a parole siamo tutti bravi a concedere una seconda opportunità, ma quando dalle parole bisogna passare ai fatti …

«Ci vuole solidarietà. Se ci fosse solidarietà, staremmo tutti bene. Però ognuno pensa a sé …» Tuttavia, Franco non molla: sa cosa ha perso, sa che non è più un ragazzino, ma sa anche che se saprà credere in se stesso e proseguire sulla buona strada, troverà chi gli darà fiducia. Come hanno già fatto Alfabeto del mondo e l’assistente sociale che, con professionalità e affetto, lo segue da quindici anni. Ed è lei che gli ricorda che bisogna pazientare: «Hai fatto tanto, dai tempo al tempo.» E lui quindi aspetta. «Ci vuole tempo e non bisogna avere fretta. Speriamo bene. Devo essere fiducioso: se penso in negativo, non vado avanti.» Parole che aiutano lui, ma che potrebbero confortare chiunque si senta schiacciato dal peso dei problemi e dubiti che esista una via di uscita.

L’augurio per Franco non può che essere uno: che il destino onori i suoi sforzi e non tradisca la sua fiducia.

 

 

Foto di Michele Porcu

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