UNA CORRISPONDENZA “SUI GENERIS”

Corrispondere con una persona per esternare i propri disappunti e malumori a volte può essere un toccasana, specie se si è compresi e condivisi… anche senza entrare nel merito della concretezza dei fatti

Ci sono dei momenti nella vita di tutti noi in cui può essere utile rievocare certe esperienze (lesive) subite nel corso degli anni di lavoro. E se patite fisicamente e/o psicologicamente, da esse si possono trarre spunti di insegnamento rafforzando nel contempo il proprio carattere, affinché la determinazione raggiunta possa rappresentare l’arma migliore per affrontare future ingiustizie come il mobbing ed altre angherie manifeste o più o meno subdole. Il testo che segue è una fitta corrispondenza a suo tempo indirizzata ad un funzionario (all’epoca mio confidente e sostegno umano per sfogo, che chiamerò con le inizizali G.F.) di una notissima Azienda italiana (il primo deceduto da anni, e la seconda ha chiuso i battenti alcuni anni orsono). Lo spirito di tale missiva, che fa riferimento ad una parte di un mio vissuto, mette in luce quanto di più meschino certe persone possono manifestare con il loro comportamento, e ciò per il fatto di occupare un ruolo dirigenziale di un certo livello. Ed è per questa ragione che nel nostro Paese non c’è mai stata e non c’è una reale crescita (a parte le poche eccezioni) in determinati settori aziendali dove, quasi sempre, la mancanza di obiettività e onestà intellettuale ha prevalso (e prevale) sui dipendenti subordinati tanto da ledere la loro dignità… e diritti. Dunque, ecco il testo della missiva.

Egregio amico Dr. G.F.

La presente non è indirizzata a Lei personalmente, ma mi permetto di portarLa a conoscenza della stessa affinché possa recepire  le reali motivazioni che turbano, sia pur saltuariamente, il mio animo e non di meno la mia serenità. Una lettera aperta presuppone nella grande maggioranza dei casi, il proposito in modo elegante e letterario un abuso, un torto subito o delle azioni volte a produrre (non in senso metaforico ma reale) del male che la grande massa ignora perché non in grado di venirne a conoscenza e ciò, perché il più delle volte sono piccoli drammi del singolo uomo e non vi è nulla che interessi i giornali, ormai assetati di cronaca della più squallida e della più nera. Ma per il momento la mia è una lettera che resterà chiusa nel mio pensiero e nel mio animo in senso sentimentale, e nel tiretto del mio scrittoio in senso  pratico, in quanto i tempi e le situazioni contingenti della vita, mi suggeriscono di far maturare nella riflessione questo mio scritto, affinandolo giorno dopo giorno, smussando e levigando spuntoni ed angolosità. Del resto per tutte le cose terrene il “redde rationem” arriverà ed allora questo mio sfogo sarà non solo una lettera, ma assumerà la forma di denunzia verso i soprusi e le angherie perpetrate nei miei confronti.

Tralasciandio la vicenda in particolare, che insieme abbiamo sofferto, le mie controllate espressioni vogliono essere una testimonianza della mia signorilità e del mio modo di scrivere limpido e pulito, senza infarcire di epiteti e maldicenze contro chicchessia una bolle che lascia un marchio indelebile nelle persone a cui saranno dirette. Sciamano davanti ai miei occhi tanti episodi, e molti di essi appartengono a fatti che sarebbe troppo prolisso e dispersivo citare singolarmente, ma uno basta e colma la missiva per tutti! Stilettate inferte con ragionata e voluta consapevolezza, storture già aprioristicamente cercate, dissennate e false promesse mai mantenute e dietro a questa facciata candida come la neve e idilliaca come i versi mistici di Omero nella sua Odissea, si cela la putredine e il più perfido lassismo.

I fatti della vita, si sa, non sono sempre come l’uomo li vorrebbe, ma non posso accettare il gioco del burattinaio che con i suoi novimenti e volontà fa muovere i burattini alle sue dipendenze, i quali penzolano inerti se non sono mossi con marchingegni e strumenti di ogni genere. Dozzinale e di pessimo gusto è illudere e dare prima, solo a parole, quello che poi non si potrà dare con fatti tangibili e coerenti. Perché, dunque, l’etico usa l’ironia e la contraddizione e non esprime in modo chiaro la sua vera volontà esteriore e non è disposto a trasferire nella concretezza attiva promesse e proposte? Dal punto di vista dialettico, l’intellettualità sembra esercitare  il suo rigore nel trasformare il pensiero, ma la rigorosità che essi manifestano è un falso allarme, si muovono infatti come misere banderuole nelle giornate di vento. Gretta meschinità della peggiore specie alla quale uniscono insensibilità d’animo e di mente, pressati da un unico ed imprescindibile scopo: arrivare a salire a qualunque costo, calpestando se è il caso, tutte le regole dell’umana convivenza, zittire la propria coscienza, cancellare dal proprio vocabolario la parola rimorso. Squallidi esempi di un tipo di uomo che va sempre più prolificando e che attecchisce come la gramigna in ogni ceto sociale, rendendo asfittica e nauseabonda l’aria dove essi vivono e lavorano. «Ma verrà un giorno” (e qui mi approprio senza volerlo di una frase di Alessandro Manzoni) in cui per tutti, a qualsiasi categoria appartengono, a volte senza annuncio, la resa finale dei conti che per simili soggetti, non potranno mai quadrare e le loro teorie e pratiche quotidiane si frantumeranno in un misero mucchietto di polvere che non lascerà più alcuna traccia, nulla in uno squallore deprimente e mortale».

Saltellano sul mio davanzale due passerotti, e nonostante l’ancora presente freddo sono gai e si accontentano di poche briciole ma sono liberi; spiccano infatti il volo e si allontanano veloci per sparire poi all’orizzonte segnato da un tramonto dorato. Rovisto nelle mie tasche vuote in cerca di ciò che vi doveva essere, e non trovo nulla, ma il mio animo ed il mio pensiero di filantropo impenitente, mi dicono che sono ricco e che l’ultima battaglia non è perduta ma solo rinviata. Altri giorni, altri mesi e forse altri anni passeranno, ma non invano perché nella consapevolezza del torto subito, c’è la certezza nel domani ricco di gioie per me e per la mia famiglia. Sono così giunto al termine della presente, mi sento più sollevato, la mia coscienza e soprattutto il mio interiore hanno trovato un appagamento che solo Lei, caro amico, può comprendere e trasmettere. Nell’esternarLe la mia gratitudine se vorrà rispondermi, mi accommiato con espressione di fraterna cordialità. Sentitamemte, Ernesto Bodini.

Volutamente tralascio la sua risposta (peraltro di conforto) per lasciare un breve spazio a qualche mia riflessione conclusiva. Sono trascorsi parecchi anni dall’invio di questa epistola, e in quelli a seguire nulla cambiò nel comportamento di quei “protagonisti” nei miei riguardi. Tuttavia, non mancarono alcune occasioni per “riscattarmi”, anche nei confronti dei loro successori, proprio perché la loro indole li accomunava e non aveva alcuna importanza se il destino di chi ha subito i loro soprusi, ha continuato ad essere inclemente. Ma la loro coscienza sarà oggetto di un unico giudizio, quello finale e ineludibile. E a tutti loro che hanno “macchiato” il mio cammino, vorrei rammentare un passo di Dante, ossia «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza». Ma questo profondo pensiero del Sommo poeta non li avrebbe mai raggiunti, sia per la loro insensibilità sia perché troppo distanti dalla saggezza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.