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Un vaso di fiori wifi e social? Si può! L’ha creato Antonio Solinas

Con il suo progetto Lifely–Talking objects Antonio Solinas ha vinto la II edizione dello “Startup weekend”. Primo talking object è un vaso di fiori wifi che consente di curare una pianta anche a distanza, interagire con lei e condividere sui social la propria esperienza.

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di Marcella Onnis

Dopo aver conosciuto Davide Costa, inventore del software Sardu, ho sviluppato simpatia e ammirazione – oltre che per lui – per le startup innovative. Ed è stato lui a guidarmi alla scoperta di nuove realtà sarde in questo settore: prima Coprì di Andrea Urpi  e ora Lifely – Talking objects di Antonio Solinas. Quest’innovazione si è classificata prima tra 59 idee alla seconda edizione dello “Startup weekend”, organizzato a Cagliari, all’Open Campus di Tiscali, dal 16 al 18 marzo 2014. Non solo: nel corso della stessa manifestazione, il progetto di Solinas, ingegnere elettronico, si è aggiudicato anche lo Special prize dello Sportello Startup di Sardegna Ricerche.

Marcello Gelardini su Repubblica ha definito Lifely “un progetto a metà tra l’ingegneria, il design e il lifestyle perché prevede la progettazione e la commercializzazione di dispositivi socialmente connessi. Oggetti, cioè, che consentono di gestire le proprie passioni in modo più “umano” e anche a distanza, con la possibilità di condividere la propria esperienza tramite piattaforme social. Allo “StartUp weekend” Antonio Solinas ha presentato, in particolare, un vaso per fiori wifi che, grazie a dei sensori e all’interazione con un sito e un’app mobile gratuiti, riconosce il tipo di pianta che contiene e regola, di conseguenza, tempi e modi d’innaffiamento, informando anche il proprietario sullo stato di salute della pianta. Non solo, quest’ultima, tramite il vaso, può diventare un vero “amico verde” che, per esempio, fornisce le previsioni meteo o ricorda gli appuntamenti.

Come accaduto per Sardu, pure quest’idea inizialmente ha riscontrato scetticismo (così ha, infatti, raccontato Antonio Solinas ad Alessandro Ligas), ma oggi il vaso Lifely è una realtà. Una realtà curiosa, affascinante e positiva che invoglia a conoscere meglio lei e il suo inventore. Anche perché a tenerci a galla sono e saranno sempre quelli come lui, Davide Costa e Andrea Urpi, che sanno gettare cuore e mente oltre l’ostacolo.

Cominciamo con le presentazioni che toccano, innanzitutto, ad Antonio. Sappiamo già che sei ingegnere, ma per completare il tuo profilo vogliamo sapere anche quanti anni hai e di dove sei.
«Ho appena compiuto 40 anni e sono originario di Sassari, ma ci sono tante città in cui mi sento a casa, Assemini, Cagliari, Milano, Bruxelles. Ho una moglie bravissima con le piante, un figlio che ha preso i pregi di tutti e due e sono in attesa di una bimba, così da pareggiare i conti.»

Visto? La parità di genere si può rispettare anche senza quote rosa. Ma torniamo a noi, anzi, al vaso Lifely. A presentarlo abbiamo già provveduto, quindi ora dobbiamo metterlo alla prova: quando ci assentiamo da casa, il vaso è in grado di badare alla pianta? Se sì, con quali limitazioni?
«Teoricamente sì, ma l’idea si è evoluta tralasciando questo aspetto. Il vaso è solo un tramite, qualcosa che permette di prolungare la mia presenza attorno alla pianta anche quando non ci sono. Quindi il vaso baderà alla pianta solo se io ci baderò quando sono assente attraverso il suo portale social. Gli automatismi sono stati eliminati, almeno quelli inerenti alla botanica, per lasciare spazio alla comunicazione. È un po’ come un tamagotchi reale e vivo. Un tamagotchi che bada a se stesso non è sociale, non lo userebbe nessuno. Quindi il vaso non farà altro che comunicare i bisogni e mettere in atto qualche azione base come l’innaffiatura.»

Quindi la tua idea è adatta solo per chi ha il pollice verde o anche per chi lo vorrebbe ma con le piante ha finora avuto risultati disastrosi? E può il tuo vaso resuscitare piante moribonde? Avrai capito che le mie domande sono disinteressate
«I Pollici Verdi sono sicuramente nel nostro target mercato, ma paradossalmente loro saranno quelli più interessati a dare che a ricevere. Loro potranno consigliare anche chi pollice verde non è. Non sarà il vaso a resuscitare la pianta, ma sarai tu, usando la comunità, i consigli del portale e le informazioni del vaso che saranno per tutti, semplici e veicolate in un linguaggio umano. Per rispondere alla tua domanda, il vaso è per tutti, e se hai avuto risultati disastrosi, attraverso il vaso wifi e il social network delle piante collegato, anche tu potrai diventare un pollice verde, ma solo se saprai ascoltare la pianta, gli amici pollici verdi e le altre piante. Perché, una volta registrati, il vaso e la tua pianta si collegheranno in automatico usando il portale social con le altre piante dello stesso tipo.»

La domanda sorge spontanea, come diceva Antonio Lubrano: secondo te, la tecnologia può sostituire l’uomo? In questo caso, non tanto il fioraio – che la pianta te la deve comunque vendere – quanto magari il giardiniere.
«L’obiettivo di Lifely è proprio opposto, rendere la tecnologia invisibile e invogliare le persone a spendere ancora più tempo nella relazione con la propria pianta. Citando il Piccolo Principe: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. L’idea è rendere ancora più importante l’aspetto umano rispetto a quello tecnologico, invogliando le persone a spendere ancora più tempo. Ci sono altri progetti bellissimi di giardinaggio sociale. Lifely non è per giardinieri o appassionati ma per persone che si affezionano alle cose, che magari hanno una sola pianta regalata da una persona cara e relazionarsi con essa vuol dire continuare a rivivere l’emozione del dono. Penso ad uno studente fuori sede con la pianta regalata dalla nonna, o la rosa regalata per San Valentino. »

Aiuto per i pollici non verdi, piante regalate che potranno essere salvate, “Il piccolo principe” e, addirittura, una frase di Saint-Exupéry come leitmotiv di Lifely: “Il significato delle cose non sta nelle cose in sé ma nel nostro atteggiamento verso di esse”. Insomma, ti sei guadagnato la mia eterna stima! Ma non per questo smetterò di farti domande, anzi: pensi che la tua invenzione potrà un giorno trovare posto tra gli scaffali di un tradizionale fioraio?
«Per adesso stiamo pensando alla sola vendita online. Forse sì, purtroppo nonostante la nostra sia un’idea emozionale e romantica, dobbiamo fare i conti col business e pianificare la distribuzione.»

A proposito di tradizioni e vecchi modelli culturali/commerciali, hai raccontato che inizialmente la tua idea faceva ridere coloro cui la sottoponevi, ma ora una giuria di esperti ha creduto nel tuo progetto: riuscirai a convincere anche la casalinga tipo?
«Sì… ecco… è proprio questo… Lifely vuole convincere le casalinghe, i manager romantici, gli studenti annoiati dopo l’esame. Le persone ridevano fino a quando non hanno visto altre persone normali su Facebook condividere le foto delle vacanze o le nonne con lo smartphone  che si scambiano le foto dei nipotini con Whatsapp. Gli ultimi anni sono stati “disruptive”. Fino a qualche anno fa i dispositivi e l’informatica erano sotto il controllo degli ingegneri che facevano cose per ingegneri, gente strana 😀 (Anche io sono un ingegnere). Le cose avevano i manuali!!! Ma chi li legge i manuali? 😀 Forse era solo questione di tempo… adesso quando dico: “I pesci devono dirti che l’acqua è fredda… mica devono essere muti per forza!!!”, la gente sorride ma capisce.
Tornando alle varie proposte fatte in passato, le varie giurie di esperti o alcuni revisori anonimi quando la sottomettevo per scritto, si concentravano su aspetti per me non fondamentali: “che sensore usi, è resistente ai funghi, ma sarà preciso?”. Non è fondamentale per me essere preciso, deve solo fare quello che faccio di solito, deve solo essere paragonabile al mio dito infilato nella terra per sapere se è umida, l’unica cosa è che lo potrò fare anche da remoto attraverso il portale social.»

L’idea del vaso è vincente e forse potrà persino salvare le mie piante, ma hai già in mente un nuovo oggetto parlante? Suggerisco – sempre disinteressatamente – un forno elettrico che ti aiuti a cuocere bene una bella teglia di patate…
«Bellissimo! Al forno non ci avevo pensato… Avevo pensato ad un acquario che desse voce ai pesci. Il forno però è perfetto… sempre con lo stesso approccio: ricette create dagli amici, che mi passano tramite internet la configurazione di grill e microonde per fare le patate dorate, insieme alla ricetta che mi ritrovo sullo smartphone o nel display del forno. Bellissima idea… se faccio il forno, ricordati di chiedermi la fee 😀 Questo esempio era perfetto per capire la differenza tra un oggetto controllato da remoto e un oggetto socialmente connesso, insomma un oggetto Lifely. Ti posso dire “Brava Marcella, sei proprio lifely  😀 ”.»

Ok, mi sto già montando la testa, quindi torniamo sulla terra e alla grigia realtà. La burocrazia uccide le imprese (e l’uomo): per una startup è anche più vero?
«Sì, purtroppo è un aspetto che conosco bene. Ho maturato un po’ di esperienza in questi ultimi anni e so come sacrificare e rendere produttivo il tempo destinato alla burocrazia. È anche vero che ci sono tante modalità per finanziare la propria idea e ci sono persone brave a gestire la burocrazia e stranamente gli piace. Nella mia squadra penso già a qualcuno/a di questo tipo.»

Ragazzo previdente e accorto! Sei consapevole, però, che la tua idea potrebbe non renderti ricco: nel frattempo svolgi, quindi, un altro lavoro? Meglio inseguire un sogno ostinatamente o scendere a patti con la realtà, magari continuando a sognare?
«Siii! Diventare ricco non è nei miei piani. È invece nei miei piani quello di insegnare ai miei figli che ci sono tanti posti al mondo che puoi chiamare “casa”, che cambiare è importante e talvolta bisogna farlo. Certo, ci vuole l’equilibrio giusto e il minimo indispensabile che ti permette di fare questo. Da qualche mese ho la responsabilità delle attività di Ricerca e Sviluppo di una startup innovativa che si chiama Abinsula. Un’azienda che in solo due anni è cresciuta fino ad impiegare 25 dipendenti. Ho lasciato una grande azienda per fare parte di questa avventura ma lo faccio tra amici, tra persone con cui condividere anche altre avventure come Lifely e magari inseguire altri sogni. In una conferenza, qualche anno fa, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera disse una frase che mi ha colpito molto: “Come disse Ralph Waldo Emerson, non andare dove c’è la strada ma andare dove non c’è strada e tracciare un sentiero credendo nelle proprie folli idee”».

Capito? Prendiamo nota: magari non diventeremo startupper, ma uomini più realizzati sì.

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