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Il tempo del viaggio e il tempo della vita secondo Patrick Manoukian

Per imparare a viaggiare bene nel mondo e nella vita un buon maestro non basta, però aiuta. Ecco l’utile e poetica lezione appresa al Festivaletteratura 2017 dal giornalista, scrittore ed editore franco-armeno.

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patrick manoukiandi Marcella Onnis

Tra le belle soprese del XXI Festivaletteratura di Mantova includo sicuramente Patrick Manoukian, che tanto per cominciare ha tenuto il suo incontro del ciclo “Accenti” parlando in italiano e con pochissime imprecisioni. [Segnalo che tutti i video degli “Accenti” dell’edizione 2017 sono disponibili sul sito di Festivalatteratura.]

Oggetto dell’incontro era il suo libro “L’arte di perdere tempo” che, ha raccontato, «è nato come una sfida con mia figlia perché per 4-5 anni ho scritto cose mai finite e lei mi ha detto: “Io non ti leggo più fino a che tu non finisci una cosa!”». Di progetti, però, ne ha concluso vari e ognuno è stato firmato – per sua scelta – con uno pseudonimo diverso, il più famoso dei quali è Ian Manook, con cui ha pubblicato i gialli che lo hanno reso celebre. Tornando a “L’arte di perdere tempo”, ha spiegato che il titolo italiano, in realtà, non rende con precisione la filosofia che ispira il libro, ben sintetizzata, invece, dal titolo originale francese: “Le Temps du voyage – Petite causerie sur la nonchalance et les vertus de l’étape” (da lui tradotto come “Il Tempo del viaggio – Piccola riflessione sulla nonchalance e l’arte di viaggiare”).

patrick manoukianIn questo volumetto, infatti, espone la sua idea che «nel viaggio non è importante la distanza, ma quando ti fermi: è là che esiste il viaggio per me. Un viaggio che ho fatto ha cambiato la mia vita: prevedevo un viaggio in Scozia di poche settimane ed è diventato un viaggio di 24 mesi attraverso tanti paesi». Figlio di un operaio, bravissimo a scuola, «avevo il complesso del primo della classe proletario e l’unica soluzione della mia vita era seguire questo ascensore sociale» ha raccontato per spiegare perché, partito per questo viaggio dopo la laurea, si preparava a questa esperienza «con tante attese e pretese. Mi sentivo superiore ai paesi visitati: sono europeo, ho studiato… Questo vale qualcosa, ma ho capito che non vale la vita: ci sono cose che non si apprendono studiando. Studio e viaggio sono cose che vanno fatte insieme. Non tutti possono farlo, è un lusso che non tutti possono permettersi, ma per me il viaggio è partire, vedere e tornare, è partire e poi vedere cosa succede. Non sono necessari due anni: anche un viaggio di dieci giorni può cambiarti». In quel famoso viaggio ha affermato di aver capito una cosa fondamentale: «Non m’importava più di visitare tanti paesi, ma di attendere che il tempo mi portasse a fare cose belle. C’è sempre qualcosa che arriva. È questa l’arte di perdere tempo: forse si perde tempo, ma non si perdono cose essenziali».

La sua idea di viaggio, dunque, non è quella tanto diffusa che porta alla smania di visitare quanti più luoghi possibili, di vedere quante più attrattive possibili, no: «Il viaggio non è “fare”: è “fare niente”, prendere l’atmosfera delle cose». E se già qui ha dato una bellissima definizione, badate a quanto segue: «In situazioni come questa mi piace parlare faccia a faccia; in viaggio no, mi piace parlare uno accanto all’altro, come vecchi sulle panchine: si continua a vedere la prospettiva ma con linee parallele. L’incontro rapido con una cultura differente è un punto di choc e non si può approfittare delle cose: ne hai dei pezzetti. Lo scambio richiede lentezza: solo così puoi avere la polvere dello sfregamento».
patrick manoukianImmaginate che incanto sia stato sentire tali parole dalla viva voce di quest’uomo così carismatico e, allo stesso tempo, così alla mano. Soprattutto perché più andava avanti, più il suo discorso si faceva poetico e rivelatorio. Dopo aver fatto una parentesi sul silenzio, che «può essere molto, molto più ricco della parola», ha ripreso a esporre la sua teoria con una bellissima similitudine: «Il viaggio è come un the: qualcosa infuso in un’altra cosa. E non si sa se io sono l’acqua e il Paese che visito è l’infuso o il contrario».

Come avrete già intuito, questa filosofia non si ferma al viaggio ma va oltre (non a caso si dice che il viaggio sia metafora della vita): «Ho capito che c’è da decidere cosa vogliamo fare della nostra vita, come vogliamo viverla: rapidamente o con il tempo che serve per farlo bene». E, in proposito, ha citato una bellissima frase che gli disse una volta un giapponese e che mi sembra perfetta per chiudere questo resoconto: «È il tempo che accordiamo alle cose che le fa belle».

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