Il Talmud, un’utopia intellettuale realizzata

Stefano Levi Della Torre e Giulio Busi

Stefano Levi Della Torre e Giulio Busi di Marcella Onnis

Oggi si celebra la XVII Giornata europea della cultura ebraica per cui daremo il nostro contributo raccontandovi l’incontro sul Talmud a cui abbiamo assistito venerdì 9 settembre 2016 nell’ambito XX edizione del Festival della letteratura di Mantova.

Partiamo con una piccola nota negativa: l’interessantissimo tema è stato affrontato dai due esperti di ebraismo Giulio Busi e Stefano Levi Della Torre in modo forse un po’ troppo formale e algido se rapportato al valore simbolico e alla carica idealista che questo libro racchiude. Nonostante Busi abbia parlato di “dialogo”, inoltre, i loro interventi sono apparsi due monologhi indipendenti e quasi del tutto slegati. Una scelta apparsa ancora più discutibile quando, successivamente, è emerso che il Talmud è strutturato in forma dialogica.

IL LIBRO PIÙ PERSEGUITATO – Con questo incontro è stata ufficialmente presentata la prima edizione integrale del Talmud in italiano. Una pubblicazione che, ha affermato Busi, costituisce «un atto di ricompensa e di parziale correzione di tanti torti commessi dalla società europea, anche italiana, nei confronti di questo libro». A partire dal XIII secolo, infatti, il Talmud si è aggiudicato il triste titolo di «libro più bruciato, confiscato e ignorato dall’Occidente», una vergogna soprattutto perché «spesso chi lo ha condannato non l’aveva letto e si fidava di denunce fatte da neofiti», cioè da ebrei convertiti al cristianesimo, consapevoli che «le loro denunce non sarebbero state verificate». In particolare, si diffuse la falsa convinzione che il libro contenesse numerosi passaggi anticristiani. Condannato senza appello o nella migliore delle ipotesi ignorato, il Talmud è «un territorio in cui la cultura europea non è voluta entrare per sospetto».

UNA “TRASGRESSIONE” PER RISPONDERE ALLA CRISI – Utile per molti di noi, dunque, sapere innanzitutto di cosa parla: è per lo più una raccolta di massime giuridiche sulle norme che regolano la vita della comunità ebraica, al suo interno – con un’attenzione particolare ai rapporti tra uomini e donne e tra allievo e maestro – e al suo esterno, cioè nel suo rapporto con i non ebrei. Spesso queste massime sono espresse in forma di discussione tra maestri, ognuno dei quali fornisce la sua interpretazione. Per capire questo libro è poi fondamentale sapere che nasce da una catastrofe, come hanno rimarcato sia Giulio Busi che Stefano Levi Della Torre: è, infatti, stato scritto dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la caduta della città, durante la prima e terza guerra giudaica, rispettivamente nel 70 e nel 135 d.C.

Il Talmud, ha spiegato Levi Della Torre, «ha consentito a Israele di rielaborare una sua vita» attraverso la rielaborazione della Torah orale (che si affianca alla Torah scritta). Trascrivere questa era, però, vietato per cui «il Talmud nasce anche da una trasgressione». Viene, quindi, scelta una soluzione di compromesso: il libro è scritto, infatti, in forma dialogica, cioè rispettando la tipica struttura orale. La funzione con cui è stato scritto era «interpretare l’eredità di Dio, che si era occultato, allontanato», approccio opposto alla nascente cultura cristiana che – ha rimarcato Levi Della Torre – riteneva, invece, che Dio si fosse avvicinato facendosi uomo.

pagine del TalmudDAL LIBRO RIVELATO AL LIBRO DISCUSSO – Per Busi la Torah, la Bibbia ebraica, è «il più grande corpus di narrazione sull’ebraismo» e il Talmud «è il secondo tentativo di narrare l’ebraismo» ma, a differenza della Torah, «non è un libro “rivelato”: è discusso». Come ha successivamente evidenziato Levi Della Torre, questa di cui si parla è «un’epoca in cui i profeti non trasmettono più direttamente la parola divina: viene ora trasmessa, mediata». E il Talmud è «lo sforzo di mettere in pratica l’eredità divina, di stabilire come si fa […], bilanciando l’elemento mobile con l’elemento fisso», ossia stabilendo una regola ma rendendo flessibile la normazione attraverso il metodo dialogico, ha chiarito Levi Della Torre. La regola è, quindi, frutto di questo confronto e viene esposta sotto forma di conclusione del dialogo. Busi ha rimarcato in proposito che questo «è un testo molto moderno, perché i maestri non sono profeti ma intellettuali che si interrogano e danno risposte parziali, perché non hanno la verità rivelata». «È un libro molto umano, per questo» ed ha «una visione laica perché si interroga sulla Rivelazione», ha aggiunto. Ma è moderno anche nella struttura perché – ha evidenziato Levi Della Torre – ogni intellettuale che vi interviene cita versetti a supporto della sua tesi, dando vita a «un sistema di link, a continue e variegate costellazioni di riferimenti», complicati dalla presenza di commenti ai commenti. Eloquenti le pagine tratte da una pregiata edizione che Levi Della Torre ha mostrato al pubblico e che potete intravedere nella foto qui accanto.

UN’UTOPIA CHE SI REALIZZA – Raccontandosi una realtà che non esisteva più – come i riti nel tempio, ormai distrutto – gli intellettuali hanno preservato la memoria del passato, ha spiegato Busi, mentre Levi Della Torre ha aggiunto che, attraverso il Talmud, si è cercato di «fornire qualcosa di accessibile nella disparità di situazioni in cui gli ebrei si trovavano a vivere dopo la caduta di Gerusalemme». Il libro ha, pertanto, un «carattere diasporico, come del resto l’ebraismo biblico», il quale – ha rimarcato Busi – da questo momento sarà “soppiantato” da «il giudaismo rabbinico, che diventerà giudaismo tout court». La casta sacerdotale dei sadducei, infatti, finisce con la distruzione del tempio perché la sua esistenza era a questo legata, ha precisato Levi Della Torre, per poi aggiungere che con il Talmud viene anche meno «l’atteggiamento dogmatico» che aveva caratterizzato l’approccio alla Torah. E per Busi questo libro «ha forse permesso al popolo ebraico di sopravvivere proprio perché incompleto, non perentorio». È, questa, ha affermato, «un’utopia intellettuale che, a poco a poco, prende piede e si realizza»: «il Talmud è l’unico grande corpus letterario di una cultura minoritaria sopravvissuto per 1.500 anni». Ed è proprio questo, ha proseguito, che «non gli è stato perdonato: essere un testo che ha garantito la sopravvivenza e l’indipendenza di un gruppo minoritario». «Il Talmud è una sottocultura nata da una discriminazione, è una reazione di orgoglio» ha rimarcato Levi Della Torre.

UN LIBRO RESISTENTE E VINCITORE – L’alto valore simbolico rende il Talmud ancora più affascinante, ma occorre tenere presente quanto rimarcato da Busi: è un libro che «si penetra molto lentamente; è frustrante e tale sensazione fa parte del messaggio che deve far passare: è una sfida». Dunque, ha aggiunto, si pone in controtendenza con la cultura attuale che «predilige le immagini alle parole, perché garantiscono una maggiore velocità». Il che probabilmente spiega anche perché il Talmud – come ha chiarito Busi su richiesta del pubblico – non era il libro delle famiglie (sebbene alcune sue pagine si siano diffuse pure tra queste, ha precisato Levi Della Torre): era, invece, il libro degli intellettuali, anche perché «per comprendere una pagina talmudica servono circa 15 anni di studio». E «non c’è un bignamino del Talmud», ha ironizzato Busi, aggiungendo in un insperato e gradito momento di ilarità: «Potreste pensare ora “Non è mai stato letto, continuiamo a non leggerlo”!». Poi ha proseguito definendolo «una grande enciclopedia del possibile, del dovere», capace di dimostrare che «vincere intellettualmente è fondamentale e permette di sopportare anche la sconfitta». In particolare, il Talmud – ha chiarito Levi Della Torre – «è un modo di elaborare la sconfitta e veicola l’idea che questa sia un metodo pedagogico di Dio», una «antichissima astuzia ebraica che, naturalmente, ha vacillato non poco davanti alla Shoah». Ma il suo valore simbolico è rimasto inalterato e lo ha ricordato Levi, finalmente con un po’ di calore e poesia, non a caso facendo scattare un vivace applauso: «Si può anche vincere con un libro: questo ha vinto dopo una serie infinite di sconfitte».

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