Keystone/ Noemi Cinelli
Quando si parla di un divario in Svizzera, spesso si fa riferimento al politico “Röstigraben” (lett.: “fossato del rösti”) tra la Svizzera tedesca e quella romanda. Tra le due regioni linguistiche, però, se ne apre un altro: il “fossato del vino”.
La popolazione svizzera consuma sempre meno vino. Negli ultimi cinque anni, il consumo nel nostro Paese è diminuito di quasi il 20% e la tendenza continua a essere al ribasso. A ciò si aggiunge il fatto che, sebbene in Svizzera la produzione sia inferiore al consumo, le cantine sono piene. Infatti, su tre bottiglie di vino bevute in Svizzera, solo una è prodotta nella Confederazione.
Di questa situazione risentono anche viticoltori e viticoltrici. Molti non sanno se riusciranno a vendere il raccolto di quest’anno.
A questo si aggiunge un’aspra contesa tra chi produce nella Svizzera romanda e coloro che commerciano nella Svizzera tedesca. Questi ultimi vogliono soddisfare principalmente le esigenze del loro mercato, dove “le abitudini di consumo e i gusti sono diversi. Lo Chasselas non convince. I produttori non hanno adattato i loro vigneti ai gusti della Svizzera tedesca, che dovrebbero invece trattare come un mercato di esportazione”, afferma Olivier Savoy, amministratore delegato dell’Associazione svizzera del commercio di vini.
Una prima conseguenza si delinea già: per la prima volta, le organizzazioni di settore vallesane e ginevrine hanno rinunciato a fissare un prezzo indicativo per chilogrammo di uva raccolto. Si sono unite ai produttori vodesi e neocastellani per promuovere attività di lobbying a Palazzo federale e far conoscere i vini della Svizzera francese nella Svizzera tedesca.
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