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Storie di cani, per i cani: Il cane pastore

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Sulle aree verdi tra il canale e il condominio dove abito, sovente arriva un gregge di pecore. Sono numerose. Molte di loro adulte mi sembrano malconce. Sono molto sporche e zoppicano. Zoppicano vistosamente. Hanno qualche malattia alle zampe? Ho letto da qualche parte di una malattia causata da batteri: la zoppina, appunto. La malattia inizia con l’infiammazione della cute fra le due unghie fino degenerare in necrosi della pelle; alla fine c’è il distacco dell’unghiello stesso. Controlli regolari e pulizia (o bonifica: i batteri sopravvivono a lungo nel terreno) degli ambienti in cui vivono, consentirebbero di prevenire oltre che individuare gli animali colpiti e curarli convenientemente. Sarà questa la malattia che le affligge? Povere bestie! Per camminare assumono l’andatura a balzelli con il capo che fa da bilanciere su e giù. Brucano in fretta e vanno. Qualcuna si sdraia a terra con evidente sofferente fatica. Si avvicinano. Fanno sempre lo stesso percorso. Ci sono due cani maremmani a guardia. Nessun’altro. Uno è molto giovane. L’altro è un adulto. Ha un portamento severo ma non aggressivo. Io sono immobile. Si avvicina. So dove va. C’è sempre qualcosa da mangiare per i gatti e lui ne approfitta. Ci conosciamo ormai da tempo. Più di qualche volta ho aperto una scatola di cibo per cani ed ha mangiato. Ha sgraffignato il pane dalle mie mani. Si è lasciato accarezzare e … grande concessione, si è sdraiato a terra per farsi coccolare dimenticando la sua posizione di indiscusso capo. C’è una cosa che non tollera: se fai anche solo un passo verso il gregge, ti mostra subito la chiostra poderosa dei suoi denti bianchi.Temibile. E io non oso anche solo guardare le sue protette.Dopo questi incontri ci salutiamo. Ognuno al suo lavoro. Lui a guardia delle pecore. Io al mio lavoro in ospedale. È così ormai da tempo. Giorni fa io ero ancora qui. Una pecora notevolmente più sofferente delle altre si è sdraiata a terra. Con fatica brucava l’erba intorno a sé. Il resto del gregge era notevolmente distanziato. Il cane dopo un rapido controllo, si è girato. È ritornato sui suoi passi, verso la pecora. Le si è posto di fronte. Dolcemente le ha leccato il muso: una, due, tre volte, rimanendo in attesa. Dopo ancora qualche indugio, con uno sforzo lungo e visibilmente sofferente, la pecora si è rialzata. Con passi esitanti si è diretta lentamente verso le sue compagne. Si è fermata ancora. Il cane era fra lei e il gregge. Pazientemente aspettava. Il gregge proseguiva e il cane anche. La pecora malata con i suoi penosi balzelli, è stata l’ultima a sparire dal mio orizzonte visivo. Una sola volta ho visto il pastore. Uno straniero. Gli ho chiesto se dà da mangiare ai cani che mi sembrano perennemente affamati. Ha detto di sì. “Che cosa gli dai da mangiare?”, ho chiesto. “Latte”, mi ha risposto evasivo. “E le pecore? Che cos’hanno alle zampe?”. Ha bofonchiato qualcosa di incomprensibile. E si è allontanato. Ma ora è da parecchi giorni che non vedo più il grosso e vigoroso cane in giro. Mi informo. “Lo hanno ucciso i cacciatori – mi dicono- perché pericoloso!” Pericoloso? Pericoloso per chi? Per quei signori dall’animo candido con licenza di uccidere ciò che sopravvive nei nostri ambienti malati e precari? Gli stessi che mettono a rischio le specie protette e sparano ai rapaci, in mancanza d’altro? Basterebbe informarsi presso la forestale per rendersi conto della quantità di questi volatili resi per sempre inabili al volo in omaggio ad una cialtronesca vocazione venatoria pontina, come eufemisticamente considera la caccia un giornale locale! Come se non fosse ben chiaro che oggi, dietro questa mistica ciarliera, si nasconde solo un trucido e devastante sport fine a se stesso. In base a che cosa lo hanno giudicato eliminabile? Disturbava la loro vocazione venatoria proteggendo il suo gregge? Questo ridotto ecosistema intorno al canale sembra ancora reggere ad un più generale dissesto. Forse perché ancora dimenticato. Le siepi lungo gli argini sono folte e rigogliose. Gli alberi di pioppo che affondano le radici nell’alveo del canale, sono robusti e maestosi e le generose chiome ci costringono a guardare verso un cielo meraviglioso che sovente dimentichiamo. L’alto tasso di umidità, presente in un ambiente che fu un tempo palude, ci regala spesso tramonti ineguagliabili da lasciarti macerare di stupore. Ogni tanto si sentono tinnire le volpi. E qualche volta ci è dato anche scorgerle. Ma è un ambiente accerchiato ed assediato dall’urbanizzazione. E l’urbanizzazione è inarrestabile. E i cacciatori anche. Fazzoletti di terra anche piccoli, sia in città che fuori, attirano sguardi bramosi. E gli animali? Non sono previsti in questa urbanizzazione massiva, caotica ed orrenda! Cani, gatti, volpi, ricci … ne sono esclusi. Dove dovranno vivere queste creature della terra? Che fine faranno? Ho visto un gatto arrampicato su un leccio nella piazza principale della città, sbucato da chissà dove, perduto da chissà chi. Quello era l’unico posto sicuro. Una gatta ha partorito tra il ciarpame disperso attorno ai contenitori dei rifiuti, sotto la pioggia persistente di questa stagione. In quale angolo avrebbe potuto rifugiarsi? Non ho osato indagare sulla fine dei suoi cuccioli. I nostri spazi condominiali sono diventati quanto mai asettici e inospitali. Un’architettura ingenerosa con l’ambiente circostante e l’assenza di spazi verdi comuni, rendono improbabile una dimensione relazionale ed umana della vita quotidiana. I regolamenti interni, spesso approssimativi ed ambigui, non tutelano sufficientemente gli animali che vi si avventurano. Occuparsi dei randagi? Sì! A condizione che stiano ben lontani, molto lontani dalla propria porta di casa! Come salvare l’Amazzonia! Molto spesso, avvistare, tutelare, reintegrare gli occasionali o stanziali animali presso i nostri condomini, rimane quasi sempre una questione esclusivamente privata di tenacia e buona volontà di singole persone, oltre che di disponibilità economica. È demandato al fai da te! O è una questione di fortuna. Lungo le strade, su spazi fino a ieri verdi e coltivati, si moltiplicano teorie di case accanto a resti di prati recintati a muro. Dove andrà a rifugiarsi in sicurezza un cane inseguito dalla paura e dall’esclusione? E dove potrà bere? Su una superstrada in montagna ho visto animali schiacciati in gran numero. Una sventagliata di forme grigie e secche sull’asfalto per tutta la larghezza della carreggiata, bloccati dal divisorio per la corsia opposta. Erano ricci? Si erano mossi in gruppo. Una ventina di loro. Dal più piccolo al più grande erano spiaccicati lì. Una carneficina impressionante! Ed uno scempio inutile! Mi soffermo ad osservare e mi lascio ammaliare e trasportare in questo angolo di verde in compagnia delle ombre e dei brusii del crepuscolo. Mi incatena il bisbiglio diffuso d’un mondo che s’acquieta. Il sussurrare musicale delle creature dell’ombra. Mi siedo su del materiale edile sistemato qui. La gatta mi sta accanto beatamente concentrata sulla sua pulizia. Filtra tenue fra i rami la luce sanguigna della strada oltre il bosco. E lo spazio si trasforma. Si trasfigura. Si allarga. È la mia finestra sul mondo. Sul mio sud. Su monti e sorgenti della mia Basilicata. Sono parte di una terra senza tempo. Sono parte di una sinfonia che abbraccia e fa danzare il mondo in un oceano di stelle e di colore. Sono parte di un capolavoro vivente fatto di terra e di luce. Un capolavoro di cui Dio stesso ne è innamorato da farci abitare suo Figlio. Il Figlio che è rimasto in mezzo a noi. Cammina con noi nelle nostre città ad illuminare l’oscurità delle nostre storie umane. E ad aprirci all’infinita casa del cuore. A spronarci all’immensità di orizzonti insperati. Questa terra è la sua casa. Noi abitiamo la sua casa. Noi creature fra creature, custodiamo la sua casa. Tenerezza e gratuità sono scritte ovunque, in ogni forma di vita come nel cuore e nello spirito di ogni creatura. Nel cielo altissimo e nella profondità del mare. Nel segreto di ogni essere che abita la terra ed oltre. La mano che tutto ha plasmato ha impresso in ogni cosa il sigillo della sua bellezza.

Bellezza rude come la sfida e seducente come l’amore.

Bellezza che rasserena e bellezza che fa vibrare l’anima di nostalgia.

Bellezza che acquieta. Bellezza che inquieta.

Bellezza che esalta. Bellezza che umilia.

Bellezza agognata. Bellezza minacciata.

Bellezza in cui tutto è sensatamente presente.

Anche l’amarezza che incatena l’assenza. L’assenza di coloro che scaldiamo nel cuore e nella memoria. L’assenza del mio tenero e severo amico cane che non vedrò più, con il suo gregge, su questo argine di canale. Dove rimango sola. Ad ascoltare la notte che cresce. E a salutare il giorno che verrà.

Emanuela Verderosa

 

 

 
 

 
 
 

 

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