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Storie di cani per cani: L’incidente

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Rientro dalla mia consueta passeggiata lungo il lago del Borgo Fogliano. Assaporo il tiepido sole dell’incerta primavera che si annuncia. Sul rettilineo, al margine stradale, mi fermo. Un ragazzo è chino su un cane morente. È una femmina, media taglia, nero, pelo corto. È stata appena investita ed il conducente non si è fermato. Gli occhi del ragazzo sono lucidi di pianto. La sua mano carezza dolcemente il cane immobile, riverso su un fianco. Se non vedessi il lento e quasi impercettibile ritmo respiratorio, direi che è morto. Guardo meglio: dall’occhio a contatto con l’erba fuoriesce sangue. “È il tuo cane?”, domando. Non è il suo cane, risponde con voce incerta. Lui lavora con un suo collega nell’officina che vedo sull’altro versante della strada. Il cane andava lì tutti i giorni a trovarli e rimaneva del tempo in loro compagnia. “Una macchina l’ha investito e non si è neanche fermato … la zampa è lì”, e mi addita la direzione con gesto fugace. E con un singulto che mi spiazza. Guardo la zampa oscenamente esposta come un ramo secco buttato sull’asfalto all’altra estremità della corsia. Un sussulto di raccapriccio mi blocca la visuale. E mi ritraggo. La ferita aperta e rosea del moncone, sembra sprizzare scintille nella densa luce del giorno. Il ragazzo accarezza ed incoraggia l’animale riverso. Ciò che gli brucia mortalmente l’anima, mi pare di intuire, è lo sdegno impotente per la viltà dell’investitore fuggito. Si gira in direzione del suo collega, ritto e fermo dalla parte opposta della strada, e con voce forte ed impaziente lo sollecita: “Digli che venga in fretta – il padrone – il cane è ancora vivo … bisogna portarlo dal veterinario!”. Non so che cosa dire. Non so se piango per lui o per il cane. “Scusami- riesco a dire- non ti sono di aiuto”. Prima di andare gli poso una mano sulla spalla. Ho un groppo in gola. Con voce ferma gli dico: “Non stare così al centro della strada, potrebbero fare del male anche a te!”. Senza alzarsi, rimanendo chino, continua a passare la sua mano dolcemente sul cane morente, mentre si sposta verso il margine più esterno della corsia. Rimetto in moto la macchina e vado. Ineluttabilità della morte. Superficialità nella vita. Ma un giovane piangeva per un cane che non era suo. È una luce nel buio dei nostri assurdi sistemi di vita. È un fuoco acceso nel grigiore di una indifferenza sovrana. Ed è un fuoco che non può morire. Mai. E mi consola. Mentre spero con tutta l’anima che ci sia un paradiso per i cani.

Emanuela Verderosa

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