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L’angolo della poesia: “Stella abbandonata” di Annamaria Vezio

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Oggi il nostro Angolo della poesia è lieto di ospitare per la prima volta un’altra interessante autrice: Annamaria Vezio.

Annamaria è nata in Calabria, ma vive a Firenze. Ha svolto studi umanistici, è diplomata in Pranoterapia e aiuto-medico, pratica la medicina olistica ed ha anche studiato arpa e violino. È organizzatrice di eventi culturali, socia-collaboratrice di diverse associazioni, ma soprattutto artista poliedrica, pluripremiata in ambito letterario e teatrale, anche come regista e direttrice di spettacoli della “Compagnia Contenta dei Malcontenti” di Firenze. Ha pubblicato numerose sillogi e molte sue poesie, con dipinti a tema acclusi, sono presenti in svariate antologie letterarie, italiane ed estere.

La poesia che vi proponiamo si intitola Stella abbandonata  e ad aiutarci nella comprensione del testo è, ancora una volta, Luigi Violano.


Stella abbandonata

(copyright by Annamaria Vezio)

 

Tenevo la tua mano,
stella abbandonata nella mia
e leggero il tuo sangue
navigando nelle vene
lambiva il mio pensiero
che ci portava in quei mondi
sconosciuti e sinceri
Abbiamo camminato
col passo senza orme
il tuo abbraccio nel mio,
leggere e avvinte
abbiamo solcato
la Grande Porta
e visto la vita Nuova
Ma tu, mamma
lì non m’ hai voluta
mi hai chiesto di tornare
sul solco dei miei passi
e ho date le spalle a quella luce
dove vivi tu
Ora, senza te è il mio cammino
e mesta, contemplo l’orma
che dal mio peso scivola
e nell’ombra che lascia
si nutre la nostalgia
di quella stella abbandonata
fiduciosa, nella mano mia.

Nota dell’autrice: A mia madre

 

Nota critica di Luigi Violano:

Tema di questi versi è la morte della madre dell’autrice, morte che è un viaggio tra due figure indivisibili: madre e figlia verso l’ultraterreno (“Mondi sconosciuti e sinceri…). L’indivisibile tra madre concepente e figlia concepita, propri del periodo di gestazione, si ripetono e permangono anche nel viaggio verso la morte. I due protagonisti comminano sempre assieme (“Col passo senza orme”), abbracciate “Leggere e avvinte”, “il tuo abbraccio nel mio”, “leggere e avvinte abbiamo solcato la Grande Porta e visto la vita Nuova”. Nel complesso, rileggendo questi versi, ci tornano alla memoria quelli di Eugenio Montale: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale…”, trattanti lo stesso tema. La morte, poi, in questi versi, spezza, inevitabilmente, il legame indissolubile madre-figlia: “Ma tu, mamma lì non m’hai voluta mi hai chiesto di tornare
sul solco dei miei passi e ho date le spalle a quella luce dove vivi tu”, provocando dolore nell’anima della poetessa e lasciando spazio al ricordo, alla nostalgia di quella “stella abbandonata” (a cui sono dedicati questi versi, come da nota sottostante) di cui la Nostra dice: “Tenevo la tua mano, stella abbandonata nella mia e leggero il tuo sangue navigando nelle vene lambiva il mio pensiero”. Il componimento può dirsi fondato su due tempi, entrambi caratterizzati da dolorosa rimembranza e nostalgia: un passato (caratterizzante buona parte dei versi proposti) ed un presente, caratterizzante i versi finali, in cui il ricordo della madre culmina nella triste contemplazione dell’ “orma materna” “mesta, contemplo l’orma che dal mio peso scivola e nell’ombra che lascia si nutre la nostalgia”. In questi versi c’è solo una composta commemorazione serena della figura defunta, dolorosa, ma non pessimistica. Nell’ultimo verso, la madre diventa addirittura una speranza certa per la figlia, una “stella abbandonata fiduciosa, nella mano mia”.

 

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