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Si può essere attori anche indossando un paio di babbucce di lana!

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Gaetano Marino (nella foto) sul mestiere dell’attore :

 

Il grande Gassman diceva: “Non si recita per guadagnarsi il pane…”

Io rispondo dal mio piccolo borgo provincialotto: “Scusami Vittorio, ma io sì, a marolla*!!!”

Poi diceva, sempre il grande Gassman: “…si recita per mentire, per smentirsi, per essere diversi da quello che si è. Si recitano parti di eroi perché si è dei vigliacchi, si recitano parti di santi perché si è delle carogne, si recita perché si è dei bugiardi fin dalla nascita e soprattutto si recita perché si diventerebbe pazzi non recitando…”

Scusami Vittorio anche qui, mi duole dirlo dal mio pur povero borgo, non sono d’accordo.

Io non mi sento affatto desideroso di sentirmi diverso, non mi sento un vigliacco, né tantomeno una carogna o un bugiardo, né sono assalito dalla paura di diventar pazzo. Mi sento invece un normale e banalissimo individuo, che per puro caso si occupa di teatro e  che tira il proprio carro con felice e gaudente famigliola e soprattutto con miliardi di dubbi…

Le tue ovviamente son parole belle, fanno un buon effetto ad un pubblico impellicciato che ammira le gesta del “folletto di voce tonante”, che mai però oserebbe imitare nel privato. Insomma, parole roboanti e di grande forza mediatica

Scusami ma io non ci casco. Mi spiego cominciando con un bel gioco di ergo ergo ed ergo: dunque, saper recitare ergo saper fingere, saper fingere ergo saper mentire, saper mentire ergo sapersi bugia, ergo fuori dalla verità… e si ricomincia.

Ecco è proprio così che inventammo il mestiere dell’attore.

Fu proprio quando l’individuo attore nell’ 800 pensò che sulla scena si dovesse saper mentire con gli attrezzi giusti,  che cominciò a crollare tutto. Quando l’attore indossò i panni del mestiere del fine dicitore (voce di tuono), d’altronde si doveva pur mostrare le proprie doti per sopravvivere: l’artigiano del legno fabbricava violini e liuti, l’attore strombazzava le sue corde vocali. Così perse ogni senso della direzione principe e nobile delle sue origini. A quel punto il teatro smise d’essere vivo, smise i panni di una verità assoluta, nei corridoi della scena non navigava più la zattera del vero-simile, eravamo di fronte ad una visione narcisistica, fine a se stessa e “poltrona” di sentirsi attore.

Tralasciamo poi il danno irreversibile provocato a se stessi e alla comunità tutta (figli ingannati e illusi, famiglie in pieno terrore…) da parte di tutti quei bravi artisti/dicitori che hanno saputo indossare con acuto e pronto vigore l’abito colto e intellettuale del teatrante innovato, ma che, ahimè, non hanno lasciato un solo seme di speranza nelle nuove generazioni. Parlo di quei grandi maestri del “teatro di ricerca” che proliferarono dalla prima metà del novecento, divulgando un nuovo modo di intendere il teatro e i suoi scopi, provocando di contro forme devastanti di autismo teatrale con conseguenti e  naturali vuoti di sala. Ma questo è già un altro argomento.

Insomma, per tornare a noi caro Vittorio, tutti sappiamo che il nostro operare d’attore deriva da ciò che accadde e ancora vive nei riti religiosi: si rievoca il luogo della memoria. Io non posso o non riesco ad immaginare un celebrante che finga… Se il teatro non è la vita, ma si occupa della vita, capiamo bene che non si può saper mentire. Ce lo vediamo un medico che finga sul nostro male?

E qui due grandi padri del teatro di sempre assai diversi tra loro, Stanislavskij e Brook, sono in piena sintonia.

Insomma, in scena, non può esserci professione della menzogna (tranne che per la guitteria, uso il termine nella sua accezione negativa), se così fosse si chiamerebbe re-citare, ripetere, ri-spolverare… un po’ come nella vita sì, si deve per forza rispolverare, fingere e mentire… si è guitti per necessità e virtù, dobbiamo sopravvivere direbbe il padre di “Uno, nessuno e centomila”, Pirandello. Ma sulla scena no, non ci è concesso questo lusso della menzogna, sarebbe troppo “facilotto” e mancherebbe di sacrificio. No, sulla scena non si recita, si interpreta caso mai una verità, sacra e indissolubile, che solo in quell’istante appare risolutrice; si è veri più della menzogna stessa, ecco perché è molto difficile. Attore: agere: agire e azione di colui che conduce le greggi, e lo spettatore deve fidarsi, altrimenti come farebbe a crederci e rigenerarsi, con lo sguardo, il sentire, il corpo che vede e soffre – o ride- ergo, catarsi.

Non è facile, me ne rendo conto, perché poi a forza d’essere veri o vero-simili non ci si salva più, si è nudi. Questo è il punto di non ritorno e di forza: basta sapersi sinceri solo in quell’istante di verità e di mistero…  Subito dopo però dobbiamo correre a rivestire i panni dell’uomo banale, lavarsi i denti e andare a farsi una bella passeggiata al mare per riassaporare la dolce bugia della vita con le sue meraviglie. (per dirla alla Troisi).

Infine, confesso che ho cominciato la mia carriera a 17 anni facendo il verso per parecchio tempo ai fini dicitori di provenienza ottocentesca, Gassman per primo. Ho poi attraversato tutti gli stili vari dei linguaggi teatrali contemporanei, tecno moderni e affini… Forse è per questo che sento la necessità di dire queste cose. Ai giovani, soprattutto, che decideranno di affrontare questo viaggio incolto dico: sì, si può essere attori anche restando normali e banali e con un paio di pantofole, o babbucce di lana, se preferite.

Gaetano Marino

 

* per forza!

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1 Commento su Si può essere attori anche indossando un paio di babbucce di lana!

  1. Analisi corretta e puntuale.
    Purtroppo abbiamo il brutto vizio di dire GRANDI agli individui (assecondando opinioni condivise in astratto) anzichè al loro reale operato.
    Esiste attore quando c’è ricerca della verità, il resto è mero intrattenimento o cialtroneria.
    Fai benissimo a scrivere e a batterti affinchè anche in Italia esistano degli ATTORI.
    E che nessuno si permetta di definire tali coloro che a parole e nei fatti esprimano falsità e finzione in scena. ( …ad oggi quasi tutti)

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