
di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
Sfarzo e opulenza hanno sempre accompagnato l’uomo nel corso della storia, così come indigenza e povertà, condizionandone l’esistenza nel bene e nel male. Anche in questi giorni, con le Olimpiadi invernali in corso, gli organizzatori — compresi i decisori politici — e gli sponsor non hanno badato a spese, coinvolgendo milioni di persone provenienti da tutto il mondo, comprese molte teste coronate. Ma era davvero necessario che il nostro Paese si rendesse disponibile per una manifestazione così sontuosa, considerando i problemi interni che lo affliggono?
Anche se l’iniziativa porterà ritorni d’immagine e introiti di varia natura, resta il fatto che, “alla fine della fiera”, l’Italia dovrà continuare a fare i conti con le sue cocenti realtà politico‑sociali ed economico‑finanziarie, senza dimenticare le polemiche che riempiono le pagine di cronaca, come quelle relative alla Giustizia.
Guardando indietro nella storia, tornano alla mente gli sfarzi — e gli eccessi — della Roma imperiale e di altre civiltà, dove lo spreco di risorse naturali e materie prime era all’ordine del giorno, così come la perdita di vite umane. Il paragone può sembrare forzato, ma rende bene l’idea: allora come oggi, le fasce deboli esistevano ed esistono. Cosa direbbero oggi i sei milioni di poveri che non riescono a unire il pranzo con la cena? E i cinque-sei milioni di italiani costretti a rinunciare alle cure per le ristrettezze della Sanità pubblica?
Su quest’ultimo punto, una reprimenda andrebbe rivolta a quegli appassionati — spesso sconsiderati — di sport estremi o agli alpinisti che, per soddisfare il proprio ego, rischiano vita e salute, attivando costosi soccorsi a carico della collettività. A loro l’assistenza è garantita; al cittadino che contrae una grave patologia o subisce un infortunio involontario, invece, spesso non lo è.
Chi siede in Parlamento ama ricordarci il diritto all’uguaglianza, ma nel concreto poco si fa. E la dispendiosità delle Olimpiadi in corso ne è una dimostrazione evidente. A mio avviso, tutto quel denaro — o almeno una parte — potrebbe essere destinato alle fasce deboli: disabili, anziani, caregiver, disoccupati, persone in condizioni precarie. Ma, come si suol dire, “pancia piena non pensa a quella vuota”. Un’espressione forse scontata, ma che non perde la sua verità.
Le responsabilità di chi legifera, organizza e investe restano discutibili, così come quelle del vasto pubblico che sostiene queste iniziative senza interrogarsi sulle conseguenze. Chi mi ha letto fin qui potrebbe parlare di moralismo; a costoro chiederei di mettersi nei panni del povero della porta accanto, del clochard, o di quei pazienti che hanno vissuto un’esistenza dignitosa e oggi si vedono negata perfino l’assistenza minima.
Ah, vil denaro: con i tuoi tentacoli ti allontani da chi non ti chiede per arricchirsi, ma semplicemente per vivere.
E intanto, tra Milano e Cortina — tra atleti, benestanti e tifosi — si perde il senso dell’uguaglianza, davanti alla propria coscienza e davanti a Dio.




