SE LA RAGIONE NON PUÒ RINSAVIRE, LA POESIA DEVE INTERVENIRE…

L’amore di Don Carlo Gnocchi per le vittime di una guerra fratricida, diede loro sostegno e conforto, come pure i versi di un ex allievo.

di Ernesto Bodini (giornalista e biografo – ex allievo)

Se si dovessero raccogliere tutti i testi di quanto è stato scritto sulle più importanti guerre, anche nella sola Europa, probabilmente non basterebbe una intera biblioteca di immani proporzioni. Eppure, doverosamente, si continua a scrivere per raccontare, informare e per riflettere sulla irrazionalità di molti esseri umani. Anche l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina sta continuado a mietere vittime, e molti feriti con conseguenze invalidanti permanenti più o meni gravi; effetti devastanti che negli anni avranno notevoli ripercussioni su molte persone. Una realtà che va ad incrementare quella in atto da anni anche in altri Paesi del Medio oriente, in particolare Iran, Iraq, Afghanistan, etc. Se l’eterno riposo dobbiamo recitare per tutti i caduti, cosa dire a conforto e sostegno di tutti quelli che portano gli evidenti segni di cotanta assurdità umana? Per questi sventurati (innocenti vittime) e loro famigliari si tratta di pensare al loro recupero fisico e morale, oltre che spirituale; ma anche di rendere possibili le necessarie risorse per il loro futuro: un vero e proprio impegno per una totale restaurazione, come affermava Don Carlo Gnocchi (1902-1956) quando si impegnò accogliendo orfani e mutilatini (in seguito anche poliomielitici) alle fine dell’ultimo conflitto. A questo proposito una ricca documentazione fotografica documenta gli effetti di tanta scelleratezza durata ben cinque anni, mutilati di guerra e civili di guerra le cui amputazioni impegnarono istituzioni, molti sanitari, religiosi, volontari e vari benefattori. L’immane sforzo che fu al centro della “Pro Juventute”, fondazione voluta da Don Carlo, ha contribuito in molti casi a “sanare” quei poveri corpi martoriati, riportarli ad una accettabile normalità di vita quotidiana e ridonando loro fiducia, affinché l’odio non trovasse spazio… nonostante tutto! Ma oggi, si può dire altrettanto, pur non ravvisando un’altra nobile figura come Don Carlo anche se non mancano segni tangibili di solidarietà da parte di privati, religiosi e istituzioni varie? E nel contempo cosa dire agli irresponsabili autori di tanto male e sofferenza, accecati dal delirio di onnipotenza sempre più alimentato dalla presesunzione, dall’orgoglio e dalla stupidità? Finora non sono bastati proclami da parte di vari Governi, e nemmeno da parte della Chiesa, il cui sforzo diplomatico ripetuto nel tempo è sempre stato disatteso… o quasi. Personalmente, appassionato biografo e di Storia sociale, credo che sia utile rammentare quanto una guerra possa far riflettere ulteriormente attraverso alcuni versi della poesia “Il gioco della guerra”, recitati dall’allievo M.G. Bazerla Romeo, alla presenza del presidente della Repubblica Enrico De Nicola nel 1947.

Ascoltami bambino,/tu che giochi alla guerra armato di moschetto e cannoncino,/e fai salti di giubilo se a terra/vedi cadere il tuo bel Pinocchietto,/colpito da una palla di moschetto/sai che la guerra è morte e distruzione?/Che milioni di giovani soldati/furon barbaramente trucidati?/Che insieme ai combattenti;/la guerra fece scempio di innocenti?/Guarda tra noi, quanti mutilati,/perché giocammo, ignari della sorte,/al gioco della guerra e della morte./Oh! Cerca dunque, cerca altri trastulli,/ce ne sono tanti adatti per fanciulli./Lancia in alto la palla, monta in groppa/al cavalluccio, e a tuo piacer galoppa/sull’ali dell’accesa fantasia/per monti, colli e piani;/con l’agili tue mani, costruisci/d’argilla una casetta, un muro, un ponticello./Empi d’acqua il secchiello/ed irrora le piante del giardino./Fa con gli amici a gara,/nelle corse e nel salto;/così al corpo darai forza e vigore,/e manterrai sereno e puro il cuore./Gioca pure, fanciullo, or ch’è il tempo del gioco e del trastullo,/ma il gioco della guerra, non lo fare,/il cuore nostro è fatto per amare”. (GALLORI)

Lo sforzo di Sisifo come eloquente metafora

Anche in questo ennesimo conflitto che sembra non aver fine, sarebbe auspicabile un intervento cristiano, perché se è lecito parlare di “debolezze” umane lo è altrettanto esprimere quel monito per porre fine allo scempio generatore di tanto dolore. Ora, se una guerra ha ragione d’essere per “lor signori”, per contro c’è da chiedersi come sia possibile che si debba ciecamente continuare all’infinito su questo percorso di assurdi, nella stupida fatica di Sisifo, ovvero la fatica di essere uomo (vedi l’opera di Albert Camus – 1913-1960)… la cui metafora della condizione umana ci ricorda, appunto, il mitico re di Corinto condannato per l’eternità a spingere un macigno che rotolava giù continuamente; di mettere al mondo figli per mandarli al macello sui campi di battaglia, di continuare a costruire per demolire altrettanto simultaneamente, di accumulare ricchezze destinate al nulla, di strappare alla natura sempre nuovi misteri per farne poi armi letali. Anche quella attuale è l’ennesima storia che si ripete e il cui grido di invocazione vorrebbe essere unanime per dire basta!  E non dimentichiamoci che tanto ieri quanto oggi le guerre nascono da un disordine morale ben prima da uno squilibrio economico e da un “disturbo” dell’ordine politico; quindi, conseguenza della colpa, o delle colpe. Già allora, don Carlo Gnocchi tenente cappellano degli alpini e reduce del secondo conflitto, affermava: «In tutti questi arcani rapporti, tra l’uomo e la legge morale, tra Dio e l’umanità, tra il contingente e l’eterno, chi soffre per la guerra è la vittima che paga per tutti, rappacifica l’uomo con Dio e riconquista la pace e l’ordine ai propri fratelli». Or dunque, si impari da questa obiettiva considerazione che, seppur datata, purtroppo rispecchia l’attualità.

Le prime due immagini sono tratte da documenti della Fondazione Pro Juvetute

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