SAPER “VALORIZZARE” CHI MERITA L’INTEGRAZIONE

SAPER “VALORIZZARE” CHI MERITA L’INTEGRAZIONE

di Ernesto Bodini (giornalista e critico d’arte)

Sovente mi capita di passare per le vie del centro città, e in particolare attraversare i portici che ancora rappresentano tratti suggestivi, il cui calpestio del suolo amplifica il fascino torinese dell’Ottocento. Complessivamente nell’intera città sono 18 chilometri di arcate, di questi ben 12,5 sono costituiti da portici interconnessi e continui. Ma a me basta percorrere quelle poche decine di metri dei centrali di corso Vittorio Emanuele, nei pressi della stazione ferroviaria di Porta Nuova, per fantasticare qualche istante ma anche per soffermarmi davanti ad una bancarella sempre ben fornita di articoli vari (più o meno utili per i passanti ma soprattutto per i turisti), gestita da un giovane padre di famiglia originario del Bangladesh (che chiamerò Abdul), e da anni residente a Torino. Ogni volta che passo davanti alla sua bancarella mi trattengo per un saluto o anche per due convenevoli, durante i quali mi racconta della sua famiglia rimasta al suo paese, mentre lui è qui con moglie e figlia. É sempre sorridente e quasi mai triste nonostante i sacrifici perché il lavoro è poco (è regolarmente autorizzato ad esercitare), e d’inverno dover sopportare il freddo non avendo la sua postazione alcun riparo. Quando mi vede da lontano mi saluta e mi invita a raggiungerlo per chiedermi come sto e lui per raccontare un po’ di sé. Nei brevi intrattenimenti non manco mai di chiedere notizie della sua mamma anche se non la conosco, ma so che  so che a lui fa molto piacere che io glielo chieda, perché le è molto legato… ancor più sapendola lontana e avanti con gli anni. É musulmano e molto credente tanto da lasciar trasparire quanto più ottimismo possibile, dovendo appunto affrontare ogni giorno l’incertezza del guadagno e la certezza delle spese “fisse” e per il proprio sostentamento. Ogni tanto faccio una breve sosta anche per acquistare qualche oggetto, un po’ “banale” e un po’ utile, non certo per spirito di carità ma per una forma inconscia di egoismo e con l’illusione di contribuire alle sue scarse entrate. Con piacere so che, data la posizione del suolo che occupa da ormai diversi anni, è conosciuto da molti passanti che sempre lo salutano sorridenti e che lui ricambia con maggiore enfasi… quasi a volerli trattenere. Ma è il suo modo di porsi verso il semplice passante, frettoloso o meno, e verso i turisti che intendono acquistare qualcosa, che mi ha fatto leggere in lui uno spirito sereno ma soprattutto onesto e colmo di bontà, a dimostrazione della buona e consolidata integrazione.

Forse la città subalpina non gli può offrire molto di più della residenza e della possibilità di fare un lavoro, mentre il suo paese è povero e ben lontano da alcune forme di progresso. Il mezzo di comunicazione che gli permette di mantenere costanti contatti con la madre e un fratello è il telefono cellulare, una sorta di compensazione per garantire quel legame non solo affettivo ma anche umano da ogni punto di vista. Il suo lessico è abbastanza comprensibile, sia pur ad “intermittenza” considerate le sue origini, ma la sua espressione trasmette calore umano e quei sentimenti di fraternità che, purtroppo, non è di tutti gli stranieri ospiti nel nostro Paese. I concetti di civiltà, cultura e adattamento nel rispetto delle regole sono purtroppo molto soggettivi, e ancora ben poco si fa per facilitare l’integrazione con iniziative socio-culturali razionali. Non è certo con le critiche e le polemiche dagli scranni parlamentari, a mio avviso, che si possono affrontare i problemi dell’immigrazione; mentre sarebbe ben più saggio ed utile conoscere meglio le singole realtà più inclini all’adattamento ed all’integrazione, e parimenti rendere più concreto ogni provvedimento nei confronti dei cosiddetti refrattari ed insofferenti al suolo altrui… Inoltre, non si può aver la pretesa di “stravolgere” la cultura e gli usi molto lontani dai nostri; ma è un diritto-dovere imporre loro il rispetto delle leggi e delle consuetudini dei Paesi ospitanti.

Foto in alto I portici in una immagine di una stampa antica, in basso uno scorcio dei portici di C.so Vittorio Emanuele II, al giorno d’oggi.

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