Roversi
Roberto Roversi fu un poeta, che fondò la rivista “Officina” insieme a Leonetti e Pasolini. Gestì per tutta la vita una libreria a Bologna. Fu uno degli intellettuali più lucidi del Novecento italiano. Collaborò per 7 anni con Lucio Dalla come autore di canzoni. La domanda è la seguente: può la canzone essere poesia? In rari casi senz’altro. Nel caso di Roversi senza ombra di dubbio. Roversi come letterato ebbe il grande merito letterario di opporsi al dannunzianesimo, a Saba, a Montale e all’ermetismo, allora dominante, che era diventato una moda culturale, quasi un obbligo poetico. Il poeta capì prima di molti altri che la poesia deve vivere di semiclandestinità, deve nutrirsi di semiclandestinità: pochi amici, pochi sodali, pochi lettori, se vuole veramente rispondere alle esigenze spirituali, intellettuali, letterarie, interiori degli autori. Roversi infatti, dopo aver pubblicato a inizio carriera con grandi case editrici, scelse di rifiutare l’oligopolio delle major e diffuse le sue opere con autopubblicazioni, fogli ciclostilati, piccole riviste pregevoli (ad esempio “Il filo rosso”), di cui divenne un assiduo collaboratore. Il poeta conosceva perfettamente la situazione italiana. Gli italiani non leggevano poesia contemporanea. Bisognava farsene una ragione. Bisognava essere di nicchia. Ma per Ezra Pound la crisi della letteratura di una nazione ne decretava il declino generale. Roversi sapeva bene che la crisi della poesia contemporanea italiana era indicativa, anzi sintomatica del declino inarrestabile del nostro Paese. Per il resto chi può davvero raccogliere l’eredità dei poeti? Pochi studiosi, pochi appassionati, pochi cultori della materia. Anzi correggo il tiro: pochissimi. Roversi aveva capito perfettamente tutto già nel 1964, in cui pubblicò il romanzo “Registrazione di eventi”, che testimoniava l’impossibilità della rivoluzione, la cultura e la temperie italiche suicidarie, proprio come Ettore, il protagonista. D’altronde il poeta aveva già intuito che l‘ideologia marxista, considerata allora una vera religione laica, da abbracciare fideisticamente, poteva fallire sia per la retorica e l’ipocrisia della cultura egemone che per un operaismo, che molto probabilmente sarebbe rimasto lettera morta. Ma poi con un poco di disillusione, di disincanto, di rassegnazione Roversi avrebbe constatato semplicemente che con il tempo le cose non sarebbero andate di bene in meglio ma di male in peggio. Come scriveva in “Il Duemila, un gatto e un re”: “Cielo d’estate nel settanta si pensava a tutto/ Negli anni ottanta si è perduto tutto/ Si ricomincia da capo, si ricomincia da zero/ Guardavo a ieri e siamo già a domani”. Il poeta parte da una constatazione di fatto che diventa presa di coscienza: negli anni settanta è stata perduta una grande occasione per cambiare veramente le cose, dal riflusso degli anni ottanta il libero pensiero e il senso critico sono diventati sempre più rari, ha prevalso il culto del denaro, diventato quello che Gaber chiamava “l’ideologia del mercato”, le cui brutture e ingiustizie sono giustificate, sostenendo che il liberismo selvaggio è il male minore e non cercando di attuare dei correttivi più equi al sistema. Roversi come intellettuale poteva allora solo coltivare lucidità, dubbi, interrogativi, esili speranze. La poesia quindi andava vissuta e scritta, senza pensare al futuro perché la poesia non aveva futuro probabilmente. I posteri, se ci saranno, saranno in tutte altre faccende affaccendati. D’altronde il futuro è un’incognita. È inimmaginabile. Si cerca di immaginarlo in base alle aspettative del passato, ma è imprevedibile spesso. Come scriveva lo stesso Roversi in “Il motore del Duemila”: “Ma non riusciamo a disegnare il cuore/ Di quel giovane uomo del futuro/ Non sappiamo niente del ragazzo/ Fermo sull’uscio ad aspettare/ Dentro a quel vento del 2000/ Non lo sappiamo immaginare”. “Chiedi chi erano i Beatles”, musicato da Gaetano Curreri, è il brano più conosciuto dagli Stadio. È stato interpretato anche da Gianni Morandi. Questi versi trattano il trittico (passato, memoria, oblio). Come dicevano gli antichi latini: “Sic gloria transit mundi”. I Beatles sono presi come simbolo della fama mondiale, come miti e icona del passato, tra l’altro anche recente, prossimo. Ma bastano pochi decenni perché persone famose cadano nell’oblio. La questione è soprattutto quella della mancanza di memoria, dell’amnesia che colpisce tutti noi in un mondo che ogni giorno propone prepotentemente e bulimicamente fatti, idoli, personaggi. Così in questo bombardamento mediatico si dimentica in fretta il passato prossimo e si fa subito posto al nuovo. Il problema, tra l’altro espresso in modo emblematico nel testo, è che i più giovani non solo non sanno chi erano i Beatles, ma sanno anche poco o niente della seconda guerra mondiale. Roversi in questa poesia in fondo ci ricorda che la memoria è conoscenza e l’oblio invece è ignoranza. In definitiva può cadere l’oblio solo sulle cose insignificanti e non memorabili, ma non sui Beatles e soprattutto non sulla seconda guerra mondiale, come di fatto avviene, dimostrato con sondaggi e questionari somministrati ai più giovani. In questo testo c’è una sorta di dialogo con un giovane interlocutore, forse la ragazza quindicenne citata, ma non in modo paternalistico. Roversi non cade nel bias, nella distorsione cognitiva, che è una costante antropologica, ovvero quella di essere affezionati alla propria generazione e di ritenere amici e coetanei migliori delle giovani leve. Il tempo passa per tutti. Gli anziani non sono altro che giovani invecchiati troppo presto. Il nonno di oggi è stato il ragazzo di ieri. Il passaggio del testimone tra le generazioni sarebbe quello di “insegnare le cose non solo a parole” ma anche trasmettendo la propria esperienza con la pratica, l’esempio di vita, insomma quella che chiamano la conoscenza tacita. Però il problema principale tra le generazioni, vero gap più di quello anagrafico e di differenza abissale di mentalità, è che ci sono persone mature che non hanno fiducia nei giovani e non insegnano loro niente, mentre ci sono giovani che non vogliono ascoltare e quindi non vogliono imparare. Il dialogo tra le generazioni in generale spesso è un dialogo tra sordi, mentre questo dialogo roversiano è fecondo, ricco di spunti letterari e creativi. Per il resto poi, l’ultimo verso dei Cantos di Ezra Pound è “Lascia che parli il vento”. Un avvocato di Pontedera ha scelto proprio come epitaffio della sua tomba l’ultimo verso del capolavoro di Pound. Per il resto, quindi, dobbiamo solo lasciare che parli il vento.
CHIEDI CHI ERANO I BEATLES
“Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
In un marzo di polvere di fuoco
E come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
Chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles
Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano
E come una corda di canapa è stata tirata
O come la nebbia inchiodata fra giorni sempre più brevi
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi
Chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles
Chiedilo ad una ragazza di 15 anni di età
Chiedi chi erano i Beatles e lei ti risponderà
La ragazzina bellina col suo naso garbato
Gli occhiali e con la vocina
Ma chi erano mai questi Beatles? Lei ti risponderà
I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco
Sì, sì conosco Hiroshima ma del resto ne so poco, ne so proprio poco
Ha detto mio padre l’Europa bruciava nel fuoco
Dobbiamo ancora imparare, noi siamo nati ieri, siamo nati ieri
Dopo le ferie d’agosto non mi ricordo più il mare
Non mi ricordo la musica, fatico a spiegarmi le cose
E per restare tranquilla scatto a mia nonna le ultime pose
Ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?
Voi che li avete girati nei giradischi e gridati
Voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati
Voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole
Chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?
Perché la pioggia che cade è presto asciugata dal sole
Un fiume scorre su un divano di pelle
Ma chi erano mai questi Beatles?
Le auto hanno brusche fermate e le radio private
Mettono in onda la nebbia e le vecchie paure
Ma chi erano mai questi Beatles?
Di notte sogno città che non hanno mai fine
E sento tante voci cantare e laggiù gente risponde
Nuoto fra onde di sole e cammino nel cielo del mare
Ma chi erano mai questi Beatles,
ma chi erano mai questi Beatles?”