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Robot sfida uomo, tra 30 anni 50% di disoccupazione

O forse dovremmo inventarci un nuovo concetto di lavoro

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Negli anni ’80, al termine di una riunione, parlando di lavoro, un collega esordì: ” Tra 50 anni avremo più tempo libero e più disoccupazione, allora dovremo reinventarci nuove modalità di lavoro e degli hobbies.” Ci mettemmo tutti a ridere, quello che aveva detto sembrava a dir poco avveniristico. Invece oggi dobbiamo ricrederci. Perché Moshe Vardi, esperto di informatica della Rice University di Houston, in Texas, durante il convegno della “Società americana per l’avanzamento delle scienze” che si svolge a Washington, ha dichiarato che entro il 2045 i robot sostituiranno l’uomo in gran parte delle sue attività lavorative, innalzando la disoccupazione sopra la soglia del 50%.

L’ipotesi di Vardi spaventa tanto che, all’ultimo World Economic Forum di Davos è stato affrontato il tema della cosiddetta ‘Quarta rivoluzione industriale’ che prevede la perdita di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi 4 anni per colpa dell’automazione.

Cosa ci attende quindi nei prossimi decenni? Disoccupazione e bricolage dell’ultima ora, o creatività e più tempo libero? Secondo Filippo Cavallo, esperto di robotica sociale della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, i robot costituiscono un’opportunità di cooperazione e non una minaccia per l’occupazione.”Nei prossimi 30 anni le macchine non saranno in grado di sostituire completamente l’attività dell’uomo, anzi: grazie a loro nasceranno nuove figure professionali, perché servirà personale qualificato per produrle, programmarle e fare manutenzione. I robot diventeranno probabilmente dei ‘colleghi’ e lavoreranno al nostro fianco per sollevarci dai compiti più ripetitivi e pesanti, permettendoci di rendere più ‘umano’ il nostro lavoro”, spiega Cavallo. ”Possiamo immaginare che in un futuro più lontano i robot potranno mettere a rischio i lavori più ripetitivi e manuali, dove il contributo umano non è così determinante. Questo non significa necessariamente che ci sarà più disoccupazione – conclude Cavallo -. E’ un po’ come l’avvento del bancomat, che ci ha tolto la fila allo sportello ma ha permesso agli impiegati della banca di svolgere altre funzioni. Come loro anche noi, in futuro, dovremo reinventarci il lavoro”.

Insomma il bicchiere può essere anche mezzo pieno…

Francesca Lippi

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