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Riflessioni su “In Sardegna non c’è il mare” di Marcello Fois

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Una delle cose per cui si ama uno scrittore piuttosto che un altro è per la sua capacità di dare forma a pensieri, sensazioni, emozioni che in noi, seppure nitidi quanto a percezione, fino all’incontro con lui erano sempre rimasti piuttosto vaghi quanto a definizione.

Ecco, la mia idea di Sardegna io l’ho trovata ben definita nelle pagine di Marcello Fois. L’ho trovata nelle parole di uno che, in quanto sardo, questa terra – aspra come il nome che porta – la conosce da dentro e che, in quanto “emigrato”, la osserva anche da fuori.

Fois guarda alla Sardegna con gli occhi di una madre che debba giudicare il proprio figlio: uno sguardo severo sì, attento ad ogni pecca certamente, ma pur sempre affezionato e quindi piuttosto indulgente. È un quadro che appare piuttosto chiaro nell’intenso “Dura madre”, ma che diventa ancora più nitido nel recentissimo “In Sardegna non c’è il mare”.

Non sempre chiara, a dire il vero, è la forma con cui in quest’ultima fatica Fois esprime il proprio punto di vista: vuoi per citazioni troppo colte, vuoi perché talvolta dà per scontate nozioni e conoscenze che non tutti i suoi potenziali lettori hanno o possono avere (troveranno, per esempio, un grosso limite per la comprensione di certi passaggi coloro che, residenti o meno in Sardegna, abbiano una conoscenza scarsa o nulla di certi indirizzi politici attualmente dominanti a livello regionale).

Enigmatico è, del resto, già il titolo, il cui significato sta al lettore scoprirlo passo passo (o almeno provare a farlo …).

Però, al di là di queste difficoltà, Fois chiama le cose con il loro nome (proprio come faceva Grazia Deledda, sua “compaesana” e premio Nobel per la Letteratura, alla quale lo scrittore dedica alcune illuminanti riflessioni) e non lascia spazio ad alcuna ambiguità quando si tratta di prendere posizione su questioni anche piuttosto delicate, per cui chi vuole capire alla fine capisce. E capisce tutto: il detto ed il non detto.

Ma c’è di più: “In Sardegna non c’è il mare” – che è un po’ saggio, un po’ manifesto, un po’ autobiografia – è un libro che ha qualcosa da dire a tutti, non solo ai sardi. Ed è un libro in cui si parla di tutto (politica, cultura, turismo, ambiente, enogastronomia, folklore, persino un po’ di sport) senza fermarsi alla sola Sardegna, ma andando oltre fino a parlare dell’Italia e dell’Europa (forse, a ben guardare, al mondo intero). Sono pagine attraverso le quali, partendo dal particolare, è facile arrivare alla regola generale, anche perché spesso è l’autore stesso a suggerirlo, come quando – riallacciandosi a “Il quinto passo è l’addio” dell’indimenticabile Sergio Atzeni, altro grande scrittore sardo che troppo presto ha lasciato questa terra – scrive: «Uno illusione, due entusiasmo, tre realtà, quattro delusione, cinque fine, addio. Il Dna della Sardegna, dell’Italia, dell’Europa, insomma. […] ci gloriamo di aver generato un nuovo corso, […] parliamo senza vergogna di “rinascimento” con la solita, vecchia presunzione di chi ritiene possibile poter giudicare i propri tempi». Ma il ragionamento è agevole anche quando Fois non lo suggerisce, come nei passaggi dedicati al problema della o delle identità. Sostiene, ad esempio, l’autore che non si possa parlare di una Sardegna, perché in realtà esistono tante Sardegne (ed in questa molteplicità, se ben gestita, risiede la ricchezza di questa terra); afferma anche che i sardi si considerano un unico popolo solo quando varcano il mare, ma finché vivono entro i confini dell’Isola ogni zona geografica ha il suo “mini-popolo”. Ebbene, non gli si può dar torto: facendo conto che sia possibile ed opportuno ragionare per stereotipi, il sardo-nuorese non è il sardo-cagliaritano così come quest’ultimo si considera persona ben diversa dal sardo-campidanese (che pure abita nei territori limitrofi ai suoi). Ma, soprattutto, non c’è bisogno di aver vissuto fuori dall’Isola per intuire che questa mentalità individualista e campanilista non è una caratteristica esclusivamente dei sardi (un pisano non vorrà certo essere paragonato ad un livornese; un casertano non vorrà certo essere confuso con un napoletano; un romano ed un milanese si sentiranno parte dello stesso popolo solo se messi di fronte ad un francese, un tedesco o un cinese). D’altronde, i vecchi detti non sbagliano mai e non a caso si dice che tutto il mondo è paese.

Ma Fois non bacchetta solo chi è troppo schiavo dei campanilismi: ha qualcosa da dire anche ai malati di esterofilia, in senso lato. Agli uni ed agli altri suggerisce la strategia (senz’altro vincente) per affrontare al meglio anche le sfide della globalizzazione:partire dalla coscienza delle proprie origini, della propria identità (quella vera, non quella artificiosamente creata), per poi aprirsi al cambiamento che viene da fuori, purché con spirito critico, pronti a prendere qualcosa di nuovo ma anche a promuovere ciò che qui è “vecchio” ma che può essere “nuovo” agli occhi dell’altro. Tutto, naturalmente, secondo la regola dello scambio equo e della pari dignità tra le parti.

Voglio chiudere con alcune parole dello stesso Fois, cariche tanto di rimprovero quanto d’amore e di speranza, perché penso che possano avere un valore non solo per i sardi ma anche per tutti gli italiani (e forse non solo per loro): «Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi.»

Marcella Onnis

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