Nel 70° anniversario della morte

di Ernesto Bodini
Per tutti la figura di don Carlo Gnocchi (1902-1956) è legata alla sua straordinaria attività totalmente consacrata ai bambini sofferenti e a tutti coloro la cui esistenza era stata attraversata dal dolore: i mutilatini e i poliomielitici. Pochi, però, sanno che don Gnocchi, oltre che ottimo educatore, fu anche scrittore, e le quasi 800 pagine del volume Gli Scritti 1934-1956 (Ed. Àncora, 1993, riedito nel 2009), curate dalla omonima Fondazione, ne sono una suggestiva testimonianza.
Contiene undici scritti composti tra il 1934 e il 1956, che affrontano le tematiche più profonde dell’esistenza umana: dalla “Restaurazione della persona umana” alla “Direzione spirituale nella preparazione dei giovani alla famiglia”, dalla “Pedagogia del dolore innocente” sino alla storica testimonianza di Cristo con gli Alpini, legata alla sua esperienza di cappellano militare in Russia durante l’ultimo conflitto. Un’esperienza che lo segnò per il resto della vita e che lo portò a condividere una particola di ostia con don Carlo Chiavazza (1914-1981), primo direttore del settimanale Il nostro tempo, durante la terribile ritirata di Russia dell’inverno 1943.
Tra i testi migliori del sacerdote ambrosiano, in seguito denominato “papà dei mutilatini e dei poliomielitici”, mi pare particolarmente significativo quello dedicato all’“Educazione del cuore”, realizzato nel 1937, quando era prete da dodici anni. Pubblicò questo manuale dell’educatore proprio mentre lo Stato avocava a sé il diritto di educare, diritto che don Gnocchi contrastò sostenendo che «quel compito di amorosa sorveglianza e di sapiente indirizzo spetta prima di tutto ai genitori».
Particolarmente incisivo, a mio avviso, è il capitolo dedicato alla “Restaurazione della persona umana”, nel quale sottolinea che, a un popolo ormai “disincantato” dalla guerra e scosso dal letargo dell’intelligenza, della coscienza e dalla propaganda del regime, occorreva proporre un’altra, ben più ardua ricostruzione. Come dice la sapienza orientale, tutti sono capaci di tagliare un ramo, ma chi — se non la Natura e il Creatore — può farlo ricrescere?
Dalla prefazione emerge una parentesi sconcertante: «Siamo caduti nell’incoerenza, nel frammentarismo della vita, nel compromesso e nella irresponsabilità morale, nel girellismo politico e nella dilagante disonestà pubblica e privata… Quando l’uomo non possiede più un nucleo centrale fermo e preciso, intorno a cui polarizzare le azioni divergenti dell’esistenza, quando non ha più una meta chiara e trascendente vera cui coinvolgere il fascio multiforme e discorde delle sue attività, allora è naturale che la personalità si dissolva in una successione alogica di momenti diversi e incoerenti, tanto nella vita dell’individuo quanto in quella dell’umanità».
Sempre su questo argomento, don Carlo precisa che anche il linguaggio corrente è molto espressivo: quando dell’autore di un fatto non si sa altro che essere un uomo, si parla di un individuo non meglio identificato; quando invece si tratta di una persona con un ruolo definito nella società, si usa il termine persona: una persona distinta, un personaggio della politica o della Chiesa.
«Se costruire bisogna – precisa – la prima e fondamentale di tutte le costruzioni è quella dell’uomo. Bisogna ridare agli uomini una meta ragionevole di vita, una ferma volontà per conseguirla e una chiara norma di moralità. Bisogna rifare l’uomo e, per farlo, bisogna restituirgli anche la dignità, la dolcezza e la varietà del vivere, voglio dire quel rispetto della personalità individuale e quella possibilità di esplicare completamente il potenziale della propria ricchezza personale».
Per quanto riguarda il capitolo “Pedagogia del dolore innocente”, questo scritto rappresenta il testamento composto nel periodo della sua ultima dolorosa malattia. La sua concezione dell’uomo è maturata dalla radice cristiana e da essa non può prescindere. La sua esigenza educativa si fonda sulla certezza — non priva di ottimismo — che un buon educatore può cambiare il mondo. Allontanandosi dal pericolo dell’idealismo, per definire l’arte di educare riprende le parole di san Gregorio Nazianzeno (330-390 d.C.): «L’arte delle arti e la scienza delle scienze».
Ma quali sono gli elementi e i metodi della pedagogia del dolore innocente? Secondo don Gnocchi, non quelli — pur diffusi — che fanno ricorso a fandonie e fanfaluche per calmare, distrarre o illudere il dolore dei bimbi, né soltanto quelli della pedagogia naturalistica, con i suoi appelli alla virilità, alla forza di carattere, allo stoicismo.
«La pedagogia del dolore – spiega – tende anzitutto a insegnare praticamente ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri, e che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti… Si direbbe che la lotta e la vittoria contro il dolore è una seconda generazione, non meno grande e dolorosa della prima, e che chi riesce a ridonare a un bimbo la sanità, l’integrità, la serenità della vita, non è meno padre di colui che, alla vita stessa, lo ha chiamato per la prima volta».
Don Carlo è stato indubbiamente un fine conoscitore dell’animo umano e giovanile in particolare, la cui pedagogia è supportata da una vasta cultura psicologica, corroborata e amalgamata con l’esperienza sul campo, e per questo viva e concreta. La sua penna era instancabile, come lo erano le sue mani e il suo cuore: tra libri, saggi, articoli, antologie e riedizioni varie, la sua bibliografia comprende 66 titoli, nei quali si estende il suo panorama tematico.

La sensibilità per il dolore innocente, tanto dei mutilatini quanto dei poliomielitici, ispirò don Carlo nel creare un monogramma (figura qui a lato). Nel 1950 i mutilatini di guerra recarono a Papa Pio XII un dono singolare e simbolico: una riproduzione del loro distintivo, consistente nel monogramma di Cristo interpretato in forma del tutto nuova, dove il chi era formato da due stampelline incrociate e fasciate da una corona nobiliare, a indicare che la sofferenza umana, innestata su Cristo, forma una cosa sola con Lui, il Cristo mistico, e soltanto così può ricevere la corona del merito e del premio. Quel simbolo era composto da tante perline ognuna delle quali traeva origine da un’operazione chirurgica o da una medicazione dolorosa sopportata da un mutilatino senza lamento e senza pianto. Questo singolare emblema ha caratterizzato molte iniziative della Fondazione Don Carlo Gnocchi, tanto da essere stampigliato sui vari tipi di carta intestata della stessa.