Resiste il “fascino” del Museo Cesare Lombroso

Resiste il “fascino” del Museo Cesare Lombroso

Testimonianza e retaggio di un percorso della Psichiatria e della Antropologia criminale

Sembra non destinata a spegnersi la polemica che da tempo coinvolge molti protagonisti tra i quali il Comitato “No Lombroso” (vedi relativo sito internet), presieduto da Domenico Iannantuoni il quale sostiene che quel museo è apologia implicita di razzismo, perpetua la discriminazione dei meridionali, ed espone resti umani che andrebbero seppelliti, così com’è non può andare avanti. Pronta la replica dell’Università di Torino attraverso la voce del presidente dello storico Museo, Silvano Montaldo, come ha dichiarato recentemente in una intervista al Corriere della Sera: «Questo museo racconta cosa è stata l’antropologia criminale, l’importanza che ebbe a livello internazionale, ma anche gli errori scientifici su cui era fondata, e invita a riflettere tanto sui meriti quanto sui rischi della cultura scientifica che sta alle origini del mondo contemporaneo. Altro che apologia».

Senza entrare nel merito della polemica, che a nulla di più offrirebbe al lettore dal punto di vista della conoscenza storico-culturale, ritengo più “utile” descrivere la ricomposizione e l’ampliamento del Museo dopo anni di “oblio”. Inaugurato nel 2010 il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” ha sede nel Palazzo degli Istituti Anatomici dell’Università subalpina, arricchito di un notevole spazio espositivo. Una ricca raccolta di oggetti e reperti, talvolta inquietanti, costituita da 684 crani e 27 resti scheletrici umani, 183 cervelli umani, 58 crani e 48 resti scheletrici animali, 502 corpi di reato utilizzati per compiere delitti più o meno cruenti; 42 ferri di contenzione, un centinaio di maschere mortuarie, 175 manufatti e 475 disegni di alienati, migliaia di fotografie di criminali, folli e prostitute, folkloristici abiti di briganti, e persino tre modelli di piante carnivore. La preziosa collezione (unica al mondo) inizia nel 1859, quando Cesare Lombroso, giovane ufficiale medico dell’esercito, ha a sua disposizione crani di soldati e di fuorilegge; trasportata a Torino nel 1876 nella sua abitazione e successivamente nel laboratorio di Medicina Legale, il cui arricchimento di oggetti e reperti avrebbe confermato, secondo la concezione di quei tempi, la validità dell’atavismo criminale. Nel 1894 viene presentata all’Esposizione generale italiana a Torino, poi proseguita in altre mostre a Roma e Parigi

Ulteriormente incrementata da preziosi documenti la collezione costituisce l’espressione di un metodo di ricerca che ben si addice ad un archivio scientifico e quindi ad un museo, tant’è che nel 1892 le viene riconosciuto il rango di Museo universitario, e nel 1896 trasferita nella nuova sede dell’Istituto di psichiatria e Medicina Legale. A occuparsi del riordino del museo è l’allievo e genero di Lombroso, Mario Carrara, che continuerà ad arricchire le collezioni anche dopo la morte del maestro, fino al 1932. Sempre meno utilizzato da un punto di vista didattico-scientifico, il museo sarà trasferito nel 1948 a Medicina Legale, dove tornò ad essere una collezione di notevole prestigio per soli studenti. “Oggi, il museo è aperto al pubblico con una funzione radicalmente diversa rispetto ai tempi di Lombroso, ossia quella di spiegare l’antropologia criminale, evidenziandone gli errori ma anche la sua diffusione mondiale… Lombroso era un araldo del positivismo scientifico e del darwinismo sociale, solidale con i deboli e propugnatore di riforme, per esempio in campo carcerario. Affascinato dal problema del male, non amava le astrazioni giuridiche e mise l’essere umano al centro della sua indagine, fondando l’antropologia criminale per dimostrare la sua tesi sull’atavismo, secondo cui il criminale è un uomo primitivo finito in mezzo a noi.

Cesare Lombroso nasce a Verona nel 1835 (Torino 1909). Si iscrive a Medicina a Pavia, interessandosi di antropologia e psichiatria. Nel 1859 si arruola nell’esercito piemontese come medico militare; in seguito torna a Pavia e tiene un corso su “Genio e follia”, tesi che svilupperà negli anni successivi nell’opera “L’uomo di genio”. Ma è nel 1870 che lo scienziato ritiene di aver fatto la più importante scoperta: una anomalia del cranio di un ladro, comune ai primati inferiori. Il delinquente è affetto da una malformazione congenita, segno di una regressione evolutiva; diagnosi alla base del suo testo “L’uomo delinquente”. Nel 1880 fonda l’Archivio di Psichiatria, Antropologia criminale e Scienze penali; nel 1893 pubblica “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”; ed altre opere ancora, le cui tradizioni sono tuttora discusse in tutto il mondo.

Lombroso è certamente una delle figure di scienziato italiano più noto a livello internazionale per la sua epoca, il cui contributo comprende l’interesse per il cretinismo, il gozzo, la pellagra e l’igiene. «In realtà – spiega Pier Luigi Baima Bollone, professore ordinario di Medicina Legale, e autore di “Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente” – Lombroso è noto per la sua teoria, in quanto nell’uomo delinquente rivivono i caratteri atavici dopo un salto di molte generazioni dei suoi progenitori, attraverso la quale sposta l’interesse degli operatori del diritto… Lo scienziato veronese sostiene che via sia  un rapporto molto preciso tra la costituzione cerebrale e quella somatica, per cui dall’aspetto del delinquente o dall’aspetto dell’alienato, o ancora da quello del soggetto normale, si può risalire a determinati elementi base del suo comportamento…». Il prof. Baima Bollone non ha dubbi: il contributo del Lombroso è stato di grande importanza per tutto il successivo sviluppo della giurisprudenza penale del XX secolo. E la sfida continua… nonostante la polemica!

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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