Re-migrazione un Insulto all’Umanità

di Erika Bastogi*
Come se bastasse premettere “re” a qualcosa per sembrare seri. Proviamo con le parole giuste: Re-stituzione delle risorse estratte per secoli dall’Africa. Re-sponsabilità per chi vende armi e compra silenzio. Re-altà: le persone non fuggono per capriccio.
Il colonialismo non è finito. Ha solo cambiato abito.
Oggi si chiama debito estero imposto dal FMI. Si chiama accordo commerciale che svuota le economie locali. Si chiama export militare: nel 2023 l’Italia ha esportato 6,3 miliardi in armamenti verso 82 paesi. Mentre Gaza veniva rasa al suolo.
E quando qualcuno prova a dire no, arriva la destabilizzazione.
La Libia redistribuiva risorse e tratteneva i flussi. Dopo il bombardamento NATO del 2011 è diventata un mercato di esseri umani. Il Niger stava per rinegoziare l’uranio — quello che alimenta le nostre prese di corrente. Destabilizzato. Mali, Burkina Faso: stessa storia.
Non coincidenze. Una strategia.
Nel frattempo l’Italia finanzia missioni in Libia e Tunisia per rendere più pericolose le traversate, fornendo mezzi e addestramento a regimi liberticidi. Il lavoro sporco lo fanno gli altri. La connivenza rimane nostra.
E poi c’è la carta della criminalità.
La destra la gioca ogni volta. Puntuale come un orologio, ogni fatto di cronaca con un nome straniero diventa emergenza nazionale, campagna elettorale, decreto sicurezza.
I dati smontano il teorema.
Il tasso di criminalità degli stranieri regolari — chi ha documenti, lavoro, casa — è sostanzialmente identico a quello dei cittadini italiani. La presunta emergenza riguarda quasi esclusivamente chi è stato spinto nell’irregolarità. E i reati contestati non raccontano una pericolosità sociale: raccontano illeciti di sopravvivenza, violazioni della normativa sul soggiorno, mancanza di documenti. Micro-reati da marginalità, non da predisposizione criminale.
La sovra rappresentazione nelle carceri? Un bluff procedurale: gli stranieri finiscono in custodia cautelare molto più degli italiani perché non hanno un domicilio per gli arresti domiciliari. Non perché siano più pericolosi.
In altre parole: lo Stato criminalizza la condizione di invisibilità che esso stesso ha prodotto, poi la spacciano per allarme nazionale.
Se neghi il diritto a esistere legalmente, fabbrichi l’irregolarità. E l’irregolarità diventa il nemico perfetto — visibile, sostituibile, utile a non parlare d’altro.
D’altro come le responsabilità geopolitiche. Come i miliardi in armi esportate. Come i governi rovesciati. Come le materie prime comprate a prezzi da rapina.
Il migrante irregolare non è un pericolo originario.
È il prodotto pianificato di leggi pensate per escludere, per poi punire chi ci finisce dentro.
Ma perché nessun governo può fermare i migranti. Nemmeno Meloni. Nemmeno Vannacci.
Chiunque ve lo prometta vi sta prendendo in giro.
Non è un’opinione. È aritmetica.
I flussi migratori non dipendono da chi governa a Roma. Dipendono da cosa succede a Khartoum, a Gaza, nel Sahel, in Bangladesh. Quando un paese va in guerra, la gente fugge. Quando la siccità brucia i raccolti, la gente fugge. Quando un governo viene rovesciato — spesso con la complicità occidentale — la gente fugge. Nessun decreto ferma una guerra. Nessun porto chiuso ferma la fame.
I flussi esistono perché esiste una realtà. Vanno gestiti, non cancellati. E qui sta il secondo inganno — quello più clamoroso, quello che si consuma in casa nostra.
TRUFFE, GOVERNI,
Ma poi la macchina si inceppa. Le prefetture sono sotto organico. Le pratiche si arenano per anni. Non c’è personale sufficiente a star dietro a questa mole di lavoro. Il risultato? Solo il 7-8% delle quote autorizzate si trasforma in un permesso reale. Gli altri scivolano nell’irregolarità — non perché hanno violato la legge, ma perché lo Stato li ha abbandonati alla burocrazia.
Capite la truffa?
Prima creano le condizioni per cui la gente fugge — guerre, destabilizzazione, sfruttamento delle risorse. Poi li chiamano qui perché servono all’economia. Poi non assumono abbastanza funzionari per regolarizzarli. E infine usano quegli stessi “irregolari” — che loro stessi hanno prodotto — per alimentare la propaganda della sicurezza e raccogliere voti.
Il nemico perfetto lo hanno costruito loro.
Chi vi dice che fermerà i migranti non ha un piano. Ha un palco.
Intanto, nelle piazze di Roma, si sente il coro: “Duce, duce, duce.”
E qualcuno ride. O fa finta di non sentire.
La destra non ha bisogno di governare bene. Ha bisogno di un nemico. Prima il migrante. Poi il musulmano. Poi chiunque abbia un tratto somatico che non corrisponda all’idea di “italiano vero” — categoria che si restringe a ogni campagna elettorale.
I casi di caccia all’immigrato si moltiplicano e si normalizzano. La cronaca li registra, i talk show li commentano, i decreti li legittimano.
Il risultato è questo: cittadini italiani a tutti gli effetti — nati qui, cresciuti qui, che parlano romano o milanese o napoletano — hanno paura di uscire di casa. Basta un cognome, un colore di pelle, una forma degli occhi. Il razzismo non chiede i documenti. Colpisce per tratto somatico e prospera nell’ignoranza che si tramanda di generazione in generazione quando nessuno si prende la briga di smontarla.
Questo è il prodotto finale della macchina della re-migrazione: non rimpatriare nessuno — cosa tecnicamente impossibile su scala — ma costruire un clima in cui chi è diverso si senta ospite precario nel proprio paese.
Un paese che nel frattempo vende armi, destabilizza governi e poi si indigna per i barconi.




