
La negazione di un diritto andrebbe perseguita non con meri sfoghi di piazza, ma con imposizioni di legge, esattamente come fanno le Istituzioni verso il cittadino.
di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
Continua la discesa in piazza di chi intende reclamare il mancato rispetto di un diritto o di una legge in qualsiasi ambito: lavoratori e fruitori di beni e servizi pubblici, tanto nel contesto pubblico quanto in quello privato. Ma con quali risultati? Anni addietro la discesa in piazza forse aveva più senso, sia per la massiccia presenza sia per la maggior disponibilità delle “parti opposte” a scendere a patti concordando una soluzione, sia pur salomonica. Ma oggi non è più così, anche se di tanto in tanto si proclamano scioperi e astinenze varie, tant’è che le adesioni al nostro interno sono sempre più scarne, fatta eccezione per le contestazioni di carattere politico‑internazionale.
Si potrebbe dire che si tratta di una sorta di inversione di marcia, a fronte del fatto che alcuni leader attuali risultano essere meno attendibili… se non addirittura equivoci. Ma va anche detto che alcune categorie di lavoratori sono sempre meno protette (o comunque non a sufficienza), quali ad esempio i sanitari, il personale dell’Istruzione e persino gli stessi operatori delle Forze dell’Ordine. A ciò si aggiunga la minor incisività di talune associazioni di volontariato o di categoria che, nonostante la loro buona volontà, contano molti membri privi di varie competenze e soprattutto di determinazione.
Questa vasta schiera di persone, a mio avviso, non ha mai considerato di dover prendere posizione giuridicamente: non basta citare la Costituzione o determinate leggi, ma in più casi si renderebbe necessario far fede alle stesse (prove inconfutabili alla mano) con azioni di esposti/diffide laddove ve ne siano le reali motivazioni. L’italiano medio non ha mai considerato che le P.A. di ogni ordine e grado si rivolgono al cittadino sempre per iscritto; per contro, invece, il cittadino non fa altrettanto. Si provi a immaginare se, individualmente e nello stesso tempo, sul tavolo dei burocrati destinatari‑interessati pervenissero migliaia di raccomandate, non con tono di sfogo (in questo caso verrebbero cestinate) ma con segnalazioni di grave disagio per la loro inadempienza.
Palese e inconfutabile è l’esempio, in questi anni, della scarsissima assistenza sanitaria, il cui perpetuarsi può compromettere la salute (e la vita) del cittadino‑paziente, proprio perché non è riuscito a ottenere in tempi utili una determinata prestazione.
Ma il dover procedere con esposti/diffide in numero consistente non mi risulta sia mai stato ipotizzato da alcuno, e il non saper o non voler agire in tal senso, come sono solito ripetere, dà sempre più consistenza a quanto sosteneva Alessandro Manzoni (1785‑1873): «Noi uomini in genere siamo fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani e ci curviamo sdegnati e in silenzio sotto gli estremi».
In buona sostanza, è perfettamente inutile invocare nuove leggi se non si è in grado di far imporre la loro applicazione… comprese quelle di pregressa memoria. Personalmente ho sempre agito attenendomi alla razionalità, e in questi decenni non mi sono mancate occasioni per tutelare al meglio chi mi ha interpellato (preciso che non sono un legale), perdendo invece per strada alcuni che hanno preferito subire il mancato rispetto di un loro diritto piuttosto che mettere una firma e spedire una raccomandata A/R.
Del resto, rammento anche che generalmente gli italiani preferiscono vivere con un problema che non riescono a risolvere, piuttosto che accettare una soluzione che non riescono a comprendere. Un’ultima osservazione: oggi, rispetto a ieri, è sempre più difficile “imporsi” (sia pur con ragione) alle P.A., ma non per questo si deve desistere, perché in caso contrario la sudditanza si imporrà sempre di più… una conseguenza che i padri della Costituente non hanno previsto.
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