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Quando il dovere di un agente di polizia penitenziaria va oltre i propri compiti istituzionali

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Un’esperienza quasi “unica” nella realtà torinese

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Si dice che ogni mestiere, o professione, meriti considerazione e rispetto, purché utile alla collettività e non solo fine a sé stesso. Tra questi anche l’agente di polizia penitenziaria ha una sua propria collocazione sociale, non solo perché ruolo istituzionale inteso come diritto ad una occupazione, ma anche per le finalità di servizio come custodia e sicurezza del recluso e al suo recupero per un fattivo “rientro” nel tessuto sociale. Una realtà sempre più ricorrente che, nel mio “percorso” di giornalista e volontario nell’ambito del sociale, mi ha fatto conoscere Salvatore Cannì, classe 1959, siciliano di origine ma torinese di adozione. «Giunsi a Torino – racconta – nel lontano 1978, dopo aver seguito un corso di addestramento (teorico e pratico) alla Scuola di Portici (Napoli). In realtà il mio mestiere per passione era fare il muratore, ma a quei tempi a Niscemi (Caltanisetta), il mio paese natio, non offriva né garanzie, né speranze. Superato il corso fui destinato allo storico carcere “Le Nuove” di Torino di corso Vittorio Emanuele 127, dove vi rimasi sino al 1988 (anno della sua chiusura per vetustà e insufficiente capienza); successivamente fui trasferito nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di via Pianezza 300, dove ho superato (nel 1995) il corso di sottoufficiale e sono rimasto sino al giugno di quest’anno, congedandomi con il grado di Sovrintendente Capo, per poi essere collocato in pensione».

Ma la “vera” storia professionale e soprattutto umana di Cannì ha inizio nel 1999 in seguito a riunioni di servizio con la Direzione e le Associazioni di Volontariato, avendo notato che all’interno del penitenziario vi erano spazi inutilizzati, che sarebbero stati utili da occupare con iniziative di carattere culturale, artistico e formativo a cominciare con la realizzazione di aule e laboratori. «Ogni associazione – spiega il sottoufficiale in congedo – si rese disponibile, sempre in accordo con la Direzione, procurando materiale utile all’assestamento dei locali; mentre per la mano d’opera individuai la disponibilità di alcuni detenuti (italiani e stranieri), piuttosto “motivati” e soprattutto con determinate competenze: muratore, piastrellista, etc. In poco più di quattro anni furono realizzati cinque locali da destinare per la didattica, un’aula per il corso di informatica, una palestra e un discreto spazio unicamente per la pittura e la scultura per le quali i “candidati” si sarebbero dedicati utilizzando materiale povero: carta, cartoni, stracci, gesso, etc. Fu inoltre realizzata una stanza di incontro per detenuti di fede buddista, una “attenzione” che non mi sarei mai aspettato di poter contribuire a far realizzare».

Significativo fu l’incontro di Cannì con l’Associazione di Ascolto “La Brezza” (onlus), in particolare nella persona della presidente Lucia Sartoris Ferrero. Una conoscenza basata sulla condivisione dei principi del rispetto della dignità della persona, attraverso non solo il buon esercizio di un ruolo istituzionale, ma anche il “favorire” progetti artistici e culturali di particolare respiro per una più accettabile permanenza in un luogo di detenzione. Ed è così che sono nati dei laboratori dedicati all’Espressività Artistica al “Padiglione A” che, negli anni, hanno visto nascere provetti artisti e persino promettenti attori di teatro esibendosi, sia pur all’interno, grazie anche alla sapiente regia di professionisti quali Claudio Montagna e la sua Compagnia (collaborazione che è durata quindici anni) e del regista Davide Ferrario,  per il film “Tutta colpa di giuda”, unitamente alla giovane regista volontaria Silvia Venturini per aver contribuito, nel 2011, a realizzare un spettacolo intitolato”È andata così” con un gruppo di detenuti di diverse etnie di appartenenza. «Nel corso degli anni – prosegue Cannì – ho potuto seguire la crescita di programmi e progetti, e vedere volti sorridenti in un susseguirsi di entusiasmi che hanno in qualche modo migliorato il loro “status esistenziale”, frutto inoltre della loro stessa determinazione e costante collaborazione, ma anche della “guida” dei giovani volontari dell’associazione “La Brezza”. Ma ho visto anche alcuni volti solcati da lacrime per la non possibilità di farli accedere alle attività di laboratorio, altri piangere commossi come forma di riconoscenza… Eventi, questi, che mi hanno indotto a mantenere sempre un rapporto umano e cordiale con tutti, ma allo stesso tempo un atteggiamento “rigido” in linea con il mio ruolo istituzionale, pur comprendendo, o cercando di comprendere, ogni stato d’animo particolarmente provato a causa del loro vissuto e dei loro drammi. Non mi sono mancate critiche, e per certi versi anche invidie da parte di colleghi, per la verità poco propensi a immedesimarsi in una realtà particolarmente umana e di difficile “accettazione”; tuttavia, il mio percorso professionale e di dedizione mi ha reso molte soddisfazioni, come l’aver conosciuto il reale ruolo del volontariato attraverso la manifestazione delle più diverse discipline artistiche, e con esse il valore della dignità umana che, a mio avviso, è innegabile in ogni Persona, in qualunque contesto sociale ed esistenziale».

Ma in 35 anni di servizio il Sovrintendente Capo siciliano ha voluto dare un ulteriore “segnale” della sua intraprendenza e della sua dedizione all’interno della Casa Circondariale: l’utilizzazione di un “pullman COLORINTESTA” (dismesso e gentilmente donato dall’Iveco), completamente restaurato in tutte le sue parti da un gruppo di detenuti particolarmente motivati, con lo scopo da renderlo sede permanente di accoglienza e di intrattenimento ludico e culturale (adiacente al locale Colloqui) per bambini in visita con i propri famigliari al detenuto congiunto. Attualmente il pullman è all’interno dell’Istituto ma non ancora fruibile perché in attesa della opportuna collocazione. Molti quindi i requisiti, le caratteristiche e le finalità che hanno accompagnato Salvatore Cannì in questo lungo percorso professionale ed umano, contribuendo al rispetto di quelli che sono i principi della nostra Costituzione: il rispetto dei valori e quindi della dignità umana, anche in un vissuto difficile come l’interno di un carcere che, a mio avviso, deve (o dovrebbe) allontanare ogni atto di disperazione e avvicinare sempre più alla speranza per un ritorno alla vita sociale.

 

Foto Circuitoturismo.it

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