
Il dilemma si pone quando si intende dirigere una P.A. di elevata responsabilità

di Ernesto (giornalista ed esperto di problematiche sociali)
Se è vero che tutti i lavori e le professioni meritano rispetto — sia per necessità di sopravvivenza sia per il bene comune del Paese — è altrettanto vero che ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente il proprio settore, pubblico o privato. Ma non sempre questa scelta è possibile. Quando non si riesce a trovare un’occupazione nel privato, la tappa “obbligata” diventa spesso il pubblico impiego.
Per accedervi, però, è necessario partecipare a un concorso pubblico, attraverso bandi emessi dalle amministrazioni competenti. E qui nasce il primo nodo: quale percorso scegliere?
Solitamente, per partecipare a un concorso è richiesto un titolo di studio — diploma o laurea — ma questo non basta. Conta anche la predisposizione personale, quasi mai valutata alla fonte. Si può avere una laurea brillante in Lettere o Filosofia,ma non possedere l’attitudine alla comunicazione necessaria per insegnare; oppure aver completato un eccellente percorso accademico in ambito medico senza però avere le qualità relazionali indispensabili per un corretto approccio con il paziente.
Lo stesso vale per le professioni psicologiche, socio-sanitarie e assistenziali: il titolo non garantisce automaticamente delicatezza, empatia e capacità di trattare con anziani o persone con disabilità. I fatti di cronaca lo dimostrano.
Ancora più complesso è il tema dei titoli di studio richiesti per ricoprire ruoli istituzionali di alto livello, come i Dicasteri. In Italia, infatti, non esiste alcun obbligo di laurea per diventare ministro. La storia recente riporta diversi casi di ministri — uomini e donne — privi di un titolo universitario, suscitando dibattiti sulla loro preparazione e competenza. Questo alimenta l’idea che nella Pubblica Amministrazione conti più la formalità che la sostanza, favorendo connivenze, favoritismi e un indebolimento della meritocrazia.
La celebre frase «Lei non sa chi sono io», un tempo simbolo di arroganza burocratica, è fortunatamente in declino, ma persistono episodi di prepotenza da parte di funzionari e di aggressività da parte degli utenti.
Per guidare un Paese sempre più tecnologico e interconnesso, chi ricopre ruoli istituzionali dovrebbe possedere un adeguato bagaglio di istruzione e cultura generale, inclusa la conoscenza della lingua inglese — competenza che, realisticamente, molti parlamentari non padroneggiano.
Ed ecco il paradosso tutto italiano: per essere assunti in un semplice impiego pubblico, senza responsabilità particolari, è necessario superare un concorso ed esibire un titolo di studio; per dirigere un Dicastero, invece, non è richiesto alcun titolo formale. Una contraddizione che pesa sui cittadini e mina la fiducia nelle istituzioni.
Morale: essere istruiti — e soprattutto colti — è un dovere etico, specie quando si opera al servizio della collettività. È una forma di responsabilità verso il bene comune. Ma anche questa consapevolezza, purtroppo, sembra smarrirsi nei meandri della burocrazia.




