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Raccontonweb: “Pride & the City” di Andrea Anastasi

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È con grande piacere che oggi ospitiamo in questa rubrica Pride & the City del nostro collaboratore Andrea Anastasi.

Si tratta, infatti, di un racconto davvero speciale perché – oltre ad essere bello e toccante – è l’opera con cui ha meritatamente ottenuto un posto tra i finalisti del concorso Subway Letteratura 2011, come qualche settimana fa ci ha raccontato la nostra Giusy Chiello (Palermo: Al via il Festival “MONDELLOGIOVANI”. Andrea Anastasi finalista del premio “Subway-Letteratura”).

Prima di lasciarvi alla lettura del brano, vi ricordiamo che potete continuare ad inviarci i vostri contributi per Raccontonweb: è sufficiente seguire le semplici indicazioni del regolamento.


Pride & the City

Ho venticinque anni e vivo a Palermo al villaggio S. Rosalia, in una striscia di edifici color salmone circondati da grigi complessi di edilizia popolare, a loro volta racchiusi tra il polmone verde del Parco Duca d’Orleans d’imminente inaugurazione e il malconcio Parco del Fiume Oreto, una sorta di evoluzione genetica dell’originaria flora fluviale, divenuta un ibrido susseguirsi di piante autoctone, agrumeti, colture innestate da contadini abusivi, carcasse di automobili rotolate a valle e mini discariche che compaiono e scompaiono come di solito dovrebbero fare i funghi.
Il carcere di Pagliarelli, il campus universitario, gli ospedali Civico e Policlinico rendono le arterie del ‘villaggio’ note al resto della città. Qui il passaggio di veicoli pesanti si mischia a quello degli scooter e di qualche sparuto pedone, in un calderone sociale che gorgoglia e qualche volta trabocca, come a piazza Carmelo Raiti, dove in certe sere d’estate si ha il raro privilegio di ascoltare in concerto talenti locali che sembrano aver imparato a menadito le lezioni di Fabrizio Corona sul look e Gigi D’Alessio sul canto.
Sono le 16 di un pomeriggio qualsiasi, il cane vuole uscire e io ho una insolita voglia di prodotti da forno. Decido di fiondarmi in strada in compagnia del mio fido amico e della paletta raccogli feci, mescolandomi al resto della stratificazione sociale in modo naturale, grazie all’azione di disordine alimentare che mi accingo a compiere. Gli occhi sono quelli di un comune cittadino.

Arrivato al panificio la fame è già che andata, soffocata dalla bolgia criminale che guarda una partita da oratorio nella sempre pittoresca piazza Carmelo Raiti. Non me la sento proprio di farmi largo tra gli sguardi obliqui di quei ragazzi, di dover tirare a me il guinzaglio del cane sperando che a quei tipi sdraiati sui motorini non scappi “fortuitamente” il loro pitbull, rottweiler o dogo argentino.
Decido di tornare a casa, trafelato e con passo spedito, ma ciò non mi impedisce di godermi un’altra scena dolente: un’enorme donnone con una veste a fiori attraversa la strada barcollando, mentre abbraccia una generosa busta di pane.
La matrona, braccia tatuate dal vaccino contro il vaiolo e capelli tinti prugna ardente, sale sul marciapiede, scarta un gelato industriale con doppio biscotto, lo addenta avidamente e, nel modo più conscio e naturale che io abbia mai visto, lascia cadere la carta per terra, procedendo come se avesse fatto l’azione più quotidiana di sempre.
La scena mi ferisce alquanto. Penso immediatamente alle parole di quel noto regista turco, a come mi avevano convinto nell’aula magna di Lettere e Filosofia, descrivendo bene quelle “madri del sud” forti e orgogliose, custodi di saperi e riti ormai scomparsi, depositarie ultime di quella saggezza e pazienza che permette di educare i figli e perpetrare il mondo.

Arrivato a casa sono ancora pensieroso, intimidito, offeso.
Che le madri di questa città, in tutta la loro spirituale figura, ormai non sfuggano più all’anarchia che alberga per le strade? Che si siano arrese a quella inciviltà e incuria che aleggia e ha nel nodo rifiuti il problema più incomprensibile e inestricabile? Che, nonostante la loro saggezza e pazienza pre-bellica, anch’esse si siano definitivamente arrese ai martellanti aumenti della Tarsu (la tassa regionale sui rifiuti), al mare avvelenato di Carini, alle vasche della discarica di Bellolampo ormai sature? D’accordo con i loro compagni e i loro giovani figli, devono avere smesso di protestare. Non distinguono più la differenza tra una città vivibile e una lercia, e ormai non s’indignano nemmeno se il Consiglio Comunale approva aumenti della tassa sui rifiuti con il Sindaco assente ingiustificato, volato via addirittura in Sud Africa per seguire i mondiali di calcio.
Però ho la sensazione che i cittadini palermitani continuino ad avvertire e affrontare altri problemi. Altri rifiuti. Rifiuti umani, forse. Ci sono: il Sicilian Gay Pride, la manifestazione che si terrà domani in centro. Ecco una cosa sulla quale è incentrato il dissenso dei palermitani.
Del resto, basti pensare a come la vede il mio migliore amico. Kanvas ha la mia stessa età, ed è palermitano come me. Alto, massiccio e ben piantato per terra, con una folta chioma riccia e un look mutuato dal Dennis Hopper di Easy Rider, – e in effetti, il tempo libero lo passa in garage a smontare e rimontare le sue quattro moto – ama un ampio spettro di bei momenti che la vita può offrire, dal bere boccali di birra ghiacciata alla sera, ai piaceri della migliore letteratura inglese al mattino.
Il nome che porta testimonia l’eccentricità di suo padre, uomo marketing di una casa automobilistica francese, che a quattordici anni lo ha lasciato solo con la madre e quel nome difficile da spiegare, per proseguire la sua brillante carriera a Parigi.
Ebbene, Kanvas non ha certo problemi con gli omosessuali, ma il fatto che una sera, seduti al bancone di un pub, mi abbia snocciolato una tassonomia del gay palermitano da lui elaborata – una classificazione che secondo lui starebbe bene nei più aggiornati libri di psicologia – a dice lunga su ciò che si crede di sapere su di essi. L’elenco comprendeva:
–  Provinciali: studenti fuori sede e giovani che risiedono fuori Palermo e raggiungono il capoluogo per lavorare o divertirsi la sera. Nel paese natio conservano modi e sembianze perfettamente eterosessuali ma, una volta respirata l’aria esotica e metropolitana di città, tentano di procurarsi qualche avventura nel loro ambiente di studio o di lavoro, sorvegliando i loro comportamenti quando, la domenica, ritornano in paese dalle loro famiglie.
Agiati: benestanti e di buona famiglia, hanno ricevuto un’educazione che li ha viziati un po’ troppo, tanto da soffrire, da adulti, il loro competitivo ambiente. Forse sono le alte aspettative del gentil sesso e le rigide osservanze del protocollo cavalleresco a farli rifugiare tra braccia ‘amiche’ per continuare a lasciarsi viziare a vita, mentre il loro competitivo ambiente rimodella silenziosamente l’atteggiamento attorno ai rampolli di famiglia, con amabile pudore.
Nevrotici: cambiano amicizie, alloggi e corsi di studi alla velocità della luce, ma soprattutto cambiano compagni, che adescano in gran quantità. Si adattano ad ogni territorio di caccia: internet, le biblioteche di varie facoltà, i locali gay, le scogliere dell’Addaura, i boschetti della Favorita. Per loro viaggiare vuol dire scopare, studiare vuol dire scopare, incontrare vuol dire scopare. Al primo incontro ti dicono subito  «Non sei il mio tipo!» oppure «Andiamo da me?».
Mesti: prendono tutto terribilmente sul serio, dall’arredo delle loro due camere ammobiliate al nuovo corso di ricostruzione unghie a cui si sono iscritti. Inorridiscono puntualmente davanti alle storie di tradimenti dei loro amici: «Il mio ragazzo non me lo farebbe mai».
Androidi: nuova generazione di ventenni che da un giorno all’altro acquisiscono consapevolezza del proprio orientamento sessuale, senza scomporsi. Si iscrivono a chat dedicata e imbastiscono rapporti idealizzati o veloci relazioni esplorative. Creativi, padroni di sé, sicuri nel prendere decisioni, sono talmente narcisisti da non avere, anche quando sbagliano, il minimo conflitto interiore.
–  Problematici: hanno cercato l’appoggio dei familiari, ma un amico di famiglia esorcista, o psichiatra o neurologo ha bollato l’outing come ‘semplice confusione adolescenziale’. Così rimangono confusi a lungo, vaneggiando futuri rapporti omosessuali che se conquistati, saranno vissuti con profondi sensi di colpa.
Criptici: ufficialmente fidanzati con ragazze bellissime, che la danno allegramente  in giro e restano con loro per ragioni di convenienza, esplicitano la loro vera natura negli abitacoli di auto parcheggiate in strade-discarica. Gli incontri devono essere più squallidi del possibile: ciò fa parte del divertimento e del piacevole ritorno alla pulita eterosessualità del giorno dopo.

Una cosa hanno in comune tutte queste categorie: i genitori non sanno niente dei loro figli o fingono di non sapere.
Condanno senza indugi la tassonomia di Kanvas, che però ha avuto il merito farmi riflettere sul complicato rapporto genitori-figli gay a Palermo.

E allora, prendiamo un altro pomeriggio, quello dopo. Sul tavolo della cucina c’è il giornale con la prima pagina dedicata al giallo che riguarda un attore palermitano di film hard gay, assassinato nel quartiere Guadagna, e dentro un articolo sulla posizione di alcuni partiti, che criticano il Pride perché anticlericale e contro la famiglia. Mi domando se partecipare o meno alla manifestazione. So per certo che nessuno dei miei amici gay andrà alla manifestazione, ma in compenso mi chiamano i miei amici etero.
«Vieni, dai! Qua si sta bene».
Chiudo la telefonata ancora indeciso sul da farsi, quando su un canale regionale vedo un servizio su Piazza Magione, luogo di partenza del corteo, che comincia ad adornarsi di colorati striscioni. Dopo una girandola di interviste a sorridenti ragazze e a uno dei raggianti organizzatori, il cui giubbotto di pelle è illuminato dal tiepido sole palermitano, la regia ridà la linea alla rete e al plumbeo studio, dove un giornalista obeso e occhialuto che mi risulta familiare risponde agli intervistati difendendo inspiegabilmente la “fuitina” in Sud Africa del Sindaco:
«È già, è sempve colpa del Sindaco» interloquisce ironico col conduttore della trasmissione «Posso anche nutvive indubbia simpatia per quei vagazzi e per l’iniziativa ma, sincevamente, mi sembra un po’ troppo tivave in ballo il Sindaco per ogni cosa che non funziona in questa città, e negavgli il divitto di trascovveve le fevie come meglio cvede!».
Avevo sempre creduto che ci fosse un limite al difendibile. Invece, con gran faccia tosta, il giornalista si aggiusta gli occhiali, si tira su dallo sprofondare nella poltrona e si lancia, con insolita partecipazione, quasi come se i temi del giudizio sulla condotta del Sindaco, del  valore del Pride e dell’amministrazione della città riguardassero da vicino il suo essere uomo e la sua intera esistenza, a un commento infervorato e totalmente sbilanciato.
«Ho seguito il lavovo del Sindaco e negli ultimi due anni non ha mai pveso fevie, e andave a vedeve una pavtita di pallone non contvibuivà a peggiovave lo stato di abbandono della città. Ciò non è cevto imputabile in modo esclusivo al Sindaco, che sta facendo un buon lavovo. Capisco l’atmosfeva goliavdica di quella piazza, e mi auguvo che la manifestazione abbia successo e si svolga senza scontvi, ma tali pevsonalità non dovebbevo assumeve  il vuolo di analisti politici».
Il sudore che si asciuga dalla fronte, il rotacismo e lo strampalato discorso mi danno all’istante la voglia di spegnere il televisore e partecipare alla manifestazione. Prendo la macchina fotografica e scendo. Gli occhi sono quelli di un reporter.

Posteggio a Piazza Marina e mi accorgo della freschezza dell’aria, contrastata da un tiepido sole che invoglia a scoprire i misteri della città. I turisti per strada guardano più le mappe che la bellezza di Palazzo Steri, disorientati. Mi chiedo come sia possibile che alle 16.50 del pomeriggio a Piazza Marina non esistano tavolini dove prendere una bel gelato o un bicchiere di vino rosso, come accade a Barcellona sotto la Sagrada Familia, a Ferrara, all’ombra del Castello Estense e in tante altre piazze del vecchio continente. Gli occhi sono quelli del turista.
Imbocco via Alloro, le cui restauratissime palazzine sono spazi recuperati più per i facoltosi privati che per la vita pubblica e i cittadini (e infatti Palazzo Bonagia, che qualche estate fa ospitava monologhi en plein air di artisti locali, vede chiusi i suoi cancelli da quattro anni).
Arrivato a Piazza Magione, chiedo una birra e noto l’insolita disponibilità dei commercianti abusivi, forzatamente gentili come se stessero adempiendo a un giorno di servizio civile. Saluto alcuni amici e mi siedo con loro nel prato.
Accendino, aspirazione e riflessione n°1: «Che bel sole, rimarrei tutto il pomeriggio qui anziché seguire il corteo. Chissà cosa penserebbe Kanvas di tutto ciò, a me sembra un universo non catalogabile. C’è energia nell’aria, tutto può succedere».
Aspirazione e riflessione n°2: «Baci? Orge? Macché: non ci fossero le drag queen circensemente addobbate mi sentirei, piuttosto, alla marcia per la pace di Assisi».
Aspirazione e riflessione n°3: «Quello è Mirco! Nella tassonomia di Kanvas è una Nevrotico. Voglio salutarlo e parlarci».
Aspirazione e riflessione n°4: «Questi distinti signori. Rappresentanti delle associazioni dei genitori dei figli gay. Mi ricordano i membri delle associazioni vittime per la mafia. Stessa sobrietà ferita dei volti. Stessa compunta consapevolezza negli occhi. Stessa solitudine, in una lotta per sconfiggere l’atteggiamento omertoso di questa città, l’insensibilità o svogliatezza nell’accettare la verità, l’assenza delle istituzioni, la cappa di silenzio e coercizione in cui deve vivere il palermitano omosessuale».
Aspirazione e riflessione n°5: «Bandiere colorate, fischietti, palloncini, coriandoli, costumi, occhiali da sole, l’esotico tetto delle palazzine dell’Orto Botanico, gli zoom delle macchine fotografiche che, come le bocche dei cannoni di un vascello, emergono dal prospetto a vetri della sede de Il Giornale di Sicilia, il gelato al pistacchio, il prato verde del Parco a Mare, il palchetto liberty, i cartelli con le scritte “Uguaglianza di diritti!”, i volti stranieri».
Aspirazione e riflessione n°6: «Nessun incidente, solo blocchi improvvisati del traffico, imposti in tempo reale da vigili urbani miti e competenti, forse consci del fatto che l’automobilista palermitano non considera minimamente nel suo diritto un piano traffico efficiente, e se non protesta per i rifiuti, figurarsi se protesterà per il traffico o per la mancata organizzazione o informazione in vista del corteo. Un bel po’ di palermitani doc sono lì, bloccati dentro le auto, arresisi all’anarchia delle strade proprio come le matrone che li attendono a casa. Aspettano mestamente il permesso di ripartire dall’uomo in divisa, senza, sia mai, protestare».
Gli occhi sono dilatati.

Tornando a casa mi sento gravido di buone sensazioni, certo che il corteo abbia dato una bella lezione di cittadinanza attiva. Appendo la giacca, mi faccio dominare dalle leccate del cane e mi accovaccio comodo sul letto della mia stanza, invitando mia madre a guardare con me il notiziario regionale.
Purtroppo il tg serale presenta un servizio del tutto inverosimile,  – gli occhi sono quelli del mass-mediologo – attuando una selezione di immagini che evoca caos, dissolutezza, facili costumi e superficialità, con un montaggio talmente sincopato da risultare incomprensibile. Mia madre non può che bollare come raccapricciante ciò che vede, e francamente non mi viene neanche di ribattere.
In questo momento mi sento solo, più solo che mai. Mio fratello minore è già in quel paesino costiero del trapanese per trascorrervi il week-end, il mio ultimo amante chissà dove, ma il display del cellulare si illumina per l’arrivo di un sms. Quasi contemporaneamente la porta della mia stanza viene aperta.
«A Tavola, Alessandvo. È pvonto».
Mio padre resta sulla soglia in attesa di una risposta. È ancora sudaticcio come l’ho visto in TV, e i suoi occhi già mi sfidano, mi invitano all’ennesimo litigio a tavola. Mi fissano esprimendo baldanzosa fierezza. Nel pomeriggio ha difeso il Sindaco e difendendolo ha nobilitato i lavori e le consulenze che ha svolto per il Comune, ha scagionato se stesso e l’entourage di cui fa parte, il suo essere uomo e la sua intera esistenza. In un solo dibattito televisivo.
Nel contempo ha criticato il Pride. Ha indebolito il senso della manifestazione e le parole degli organizzatori. E per l’ennesima volta ha sfidato suo figlio, ricordandomi che noi due non siamo poi così diversi se io non vado via di casa, perché ho le mie belle convenienze, proprio come lui ha le sue convenienze a scendere a patti col Sindaco.
Ma io, invece, so bene cosa devo fare. Quali sfide devo affrontare. È solo questione di tempo, e di priorità.
«Che fai lì impalato? È pvonto!».
Chino la testa sul display, dove trovo un messaggio di Kanvas:

TI ASPETTO GIU’, SONO CON LA MOTO,
C’È UN READING LETTERARIO A
CASTELBUONO, DENTRO L’ANTICA FORTEZZA
SBRIGATI :-I
«Non ceno a casa. Mi aspettano giù».
Prima di affrontare mio padre, devo affrontare una sfida ancora più importante.

Sulla moto mentre stringo il torace di Kanvas e il vento gelido mi graffia il volto, mi sento riavere, anche se ho ancora qualche pensiero da scacciare. Sono due le sfide che dovrò al più presto affrontare. La prima è dire a Kanvas che nella sua tassonomia non ha considerato i Platonici, che si innamorano di un loro amico etero e tengono tutto dentro, troppo a lungo. La seconda è andarmene di casa.
La moto ruggisce con qualche vuoto e sobbalza un po’, ma procede spedita lungo le affollate arterie stradali che si lanciano, fluorescenti, aldilà dei confini cittadini.
Mi volto indietro dall’alto di una strada panoramica, ed è un sollievo vedere svanire, anche solo per una sera, le luci opache, i bagliori dei roghi e le oblique colonne di fumo, lugubri razzi segnalatori che sparati dai cassonetti fin sopra ai tetti più alti, listano a lutto la città. Gli occhi si proteggono dalla cenere.

Andrea Anastasi

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1 Commento su Raccontonweb: “Pride & the City” di Andrea Anastasi

  1. Giusy Chiello // 20 Novembre 2011 a 12:01 //

    riconfermo anche qui, come sul sito ufficiale del concorso che questo racconto meritava anche più di quello che ha avuto. Un racconto scritto in un linguaggio semplice e chiaro che scaturisce emozioni profonde.
    Complimenti Andrea! Bravo!

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