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PREVENZIONE NELL’AMBITO DELLA SORDITÁ E DELLA DISABILITÁ NEGLI ANZIANI

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

 

 

Agli incontri torinesi del lunedì per la prevenzione, a cura della associazione “Più Vita in Salute”, gli argomenti trattati sono sempre più coinvolgenti, sia per l’importanza che per l’utilità. Tra questi “Come prevenire le conseguenze della sordità nel soggetto adulto anziano”, relatore il prof. Roberto Albera (nella foto), foniatra, audiologo e direttore della S.C. di Otorinolaringoiatria all’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino. Il mondo della sordità è molto esteso e diverse sono le forme, e per quanto riguarda la prevenzione si può fare molto, mentre molto meno per prevenire le conseguenze che si verificano nel soggetto che abbia perso l’udito. Così ha esordito il relatore torinese, precisando che il problema riguarda più le persone anziane in termini di quantità: non esiste un ultra 80enne che senta bene, e la percentuale di sordi di questa età è del 90%; per contro, i giovani adulti con deficit uditivo sono sostanzialmente pochi, anche se in taluni casi la sordità è di grave entità. E non c’è quasi bambino che non abbia patologie all’orecchio, ma quasi tutti guariscono e pochissimi sono quelli più gravi o nascono sordi, per i quali è di supporto la terapia medica e chirurgica. «L’80% degli adulti – ha precisato – non sono curabili e sono trattati con le protesi acustiche, e nel 10-20% si hanno ottimi risultati con la terapia chirurgica. Ma il problema maggiore riguarda gli anziani non trattabili chirurgicamente; quindi in questi casi si parla di malattie che non si possono prevenire… ed è comunque doveroso trattarle». Nel mondo sono circa 360 milioni le persone con problemi di sordità che, sommate ai pazienti pediatrici, diventano circa un miliardo; mentre in Italia questi pazienti sono 7 milioni (12% della popolazione), di questi il 75% non ha forme gravi e pertanto sono facilmente gestibili, anche se si prevede che nel 2050 ci sarà un elevato numero di sordi rispetto alla popolazione. Ma in concreto che cos’è a sordità? «Dopo i vent’anni – ha spiegato il clinico – si va incontro ad una riduzione delle cellule (anche del cervello) e gradualmente rallenta l’elaborazione dei segnali delle frequenze, come pure l’attenzione è meno “vivace”; inoltre, si riducono le informazioni perché l’orecchio non le analizza in modo soddisfacente, con problemi correlati alla velocità con cui vengono pronunciate le parole. Alcuni aspetti cognitivi (il riferimento è alla lucidità mentale, ndr) sono correlati a diversi fattori in quanto si ritiene che una rilevante ipoacusia, ad esempio, sia uno degli elementi più importanti del decadimento cognitivo, ossia della minore capacità di ragionare… Quindi, per l’ipoacusia non vi è terapia medica e neppure chirurgica». Ma supporti di una certa utilità sono le protesi acustiche, e quelle interne all’orecchio sono le più accettate, anche se sono a bassa potenza e si adattano a pochi tipi di sordità, ma non sono però la soluzione ideale per una sordità di grado elevato; altre tipi di protesi, invece, sono quelle che si collocano nel padiglione auricolare, funzionano bene ma al tempo stesso “chiudono” l’orecchio e possono creare un certo fastidio al paziente. Quelle maggiormente rispondenti sono le retro auricolari, sono ben tollerate perché di minuscole dimensioni. “Ma in sostanza qual è il problema della protesi acustica? «Amplificano il segnale della voce ma anche di tutto l’ambiente – ha spiegato il cattedratico –, e quindi il microfono individua il suono più forte. Si protesizza il paziente se lo chiede, e nei casi di rifiuto non bisogna insistere ma far capire al paziente che in certi casi la protesi è l’unica soluzione. Solitamente le protesi si applicano bilateralmente, e a livello monolaterale quando un orecchio è molto diverso dall’altro…». Delle protesi ne hanno diritto i pazienti con il 34% di invalidità, in presenza di altre patologie e che comprenda una forma di ipoacusia, per i quali la Regione Piemonte elargisce 680 euro per ogni protesi. Il clinico ha inoltre snocciolato alcuni dati: nonostante la disponibilità di queste protesi, le stesse sono portate più dalle donne che dagli uomini; una metà dei pazienti le usano e un’altra metà no; il 58% dei pazienti che non le usa sostiene di poterne fare a meno, il 32% afferma che costano troppo, il 29% non le utilizza per vergogna… «Ma anche la chirurgia ha fatto notevoli progressi nel campo della sordità profonda – ha concluso il prof. Albera – in particolare per quanto riguarda l’impianto cocleare in pazienti (anche molto piccoli), terapia dalle prospettive migliori rispetto alla protesi acustica tradizionale, quindi un apporto mirato come soluzione definitiva».

 

 

Relativamente al pianeta anziani, “Invecchiare bene per vivere meglio. La prevenzione della disabilità e della fragilità nel soggetto senescente”, è stato l’argomento trattato dal dott. Bruno Bertagna (nella foto), geriatra e medico di famiglia, che ha preferito richiamare il titolo con la sintesi “Vivere meglio per invecchiare bene”, ambedue slogan che inducono a chiederci: perché invecchiamo? Anzitutto grazie ai progressi della medicina e della chirurgia ma anche della farmacologia, come pure per il modificare (in meglio) i propri stili di vita e per l’implementazione del Welfare state, tanto che la vita media ha raggiunto 80 anni per gli uomini e 85 per le donne e, seppur in casi rarissimi, la longevità può raggiungere oltre 125 anni. Ma l’invecchiamento è anche un business, come è dimostrato dalle molteplici pubblicazioni editoriali. Il relatore ha fatto notare che le definizioni sull’invecchiamento sono molte, e tra queste, ad esempio, l’invecchiamento è un processo individuale che consiste nell’insieme di cambiamenti fisici, psicologici e sociali, non legati a malattia…, un fenomeno progressivo e irreversibile in tutta la specie umana, che si associa ad una riduzione della capacità di adattamento e di mantenimento dell’equilibrio omeostatico, che si manifesta con modalità e tempi diversi. «Sui tipi di invecchiamento – ha ricordato – vi è quello associato a malattia, usuale e di successo… L’invecchiamento normale, ovvero quello fisiologico, potrebbe essere più repentino a causa di malattie, situazioni sociali, riduzione della forma fisica che può determinare un stato di fragilità o uno stato di disabilità e, in questi casi, l’attesa di vita si riduce notevolmente. Condizione, questa, che comporta una situazione di fragilità». Ad ulteriore precisazione il dott. Bertagna ha riportato la definizione di A. Biolcati. “Dal punto di vista pratico l’anziano fragile è di regola un soggetto in età avanzata, affetto da multiple patologie croniche, clinicamente instabile, a rischio di ulteriore perdita di funzioni, frequentemente disabile, nel quale sono spesso presenti problematiche di tipo sociale come la solitudine e la povertà”. Mentre più semplice è la definizione di disabilità che consiste nella difficoltà fisica e cognitiva a svolgere le attività della vita quotidiana normali per l’età, sesso e ruolo sociale. Dal punto di vista clinico la tipizzazione dei soggetti geriatrici elenca l’essere robusto, cronico, fragile, disabile, non autosufficiente, con disturbo neuro cognitivo e terminale. «Ma si invecchia anche per fattori genetici – ha precisato il geriatra – e per fattori personali e ambientali: immunitari, neuroendocrini, per malattie croniche, stili di vita diversi, condizioni economiche (modeste), basso livello culturale, scarsa comunicazione sociale, grado di appartenenza a un nucleo socio-familiare, eventi drammatici e sradicamento dal proprio luogo di origine. I cambiamenti che avvengono durante l’invecchiamento sono correlati con l’età, ma influenzati dai fattori genetici e ambientali; infatti, si parla di senescenza graduale dai 65 ai 75 anni, senescenza conclamata dai 75 agli 85, longevità oltre gli 85 anni». Va anche precisato che il concetto di età anagrafica non corrisponde a quello di età biologica; questa, dal punto di vista geriatrico, è una classificazione puramente statistica e cronologica e pertanto non ha alcun senso… anche se può incuriosire il fatto che i centenari in Italia sono oggi 15.500. Il clinico ha aggiunto che l’invecchiamento può essere diviso in biologico, psichico, cognitivo, dovuto anche ad una forma fisica, all’età sociale conseguenti a cambiamenti di ruolo e della sfera affettiva.

 

 

Nel corso della relazione il clinico ha rammentato una breve considerazione autobiografica del nobel per la Medicina Rita Levi-Montalcini (1909-2012): «A cento anni ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo. Io sono la mente». L’attenzione nell’anziano presenta una certa difficoltà soprattutto nei compiti complessi magari svolti in modo duplice, e i tempi di reazione sono un po’ più lunghi. E non è detto che la memoria è il primo evento che si verifica, poiché molti anziani hanno dei ricordi lontani nel tempo soprattutto dal punto di vista autobiografico… «Per quanto riguarda la sfera affettiva nell’età anziana – ha precisato il relatore – le emozioni sono modulate e meno espresse rispetto ad età precedenti; può diminuire la capacità di adattamento, si può manifestare la tendenza a concentrarsi su se stessi, e possono prevalere stati d’animo negativi come l’apatia, la tristezza, l’ansia, l’ipocondria, etc.; ma durante l’invecchiamento si può andare incontro anche a cambiamenti psicologici: una tendenza a mutare la propria attenzione dal mondo esterno verso il mondo interno, rifuggendo verso la propria interiorità». Allora, come interpretare la vecchiaia? Come una perdita o come un investimento? Molte altre sono le risposte che il relatore ha dato citando esempi di saggezza in letteratura, che per motivi di spazio non è possibile riportare. Ma ad un certo punto, con il proprio bagaglio culturale e di esperienza, ci si trova ad un bivio: bisogna scegliere quando la vecchiaia non è ancora raggiunta, e due sono le opportunità: il disimpegno o l’invecchiamento attivo. «Ma indipendentemente dalla scelta – ha concluso il dott. Bertagna – si devono combattere gli stereotipi, ovvero, la terza età in quanto non è da ritenersi la stagione del riposo; che gli anziani sono meno impegnati dal punto di vista sociale; che l’età anziana è caratterizzata dal decadimento fisico e mentale; che la vecchiaia è sinonimo di malattia. Ma combattere anche quelle convinzioni che l’anziano vive nel passato, il futuro è senza speranza, che è inutile fare, e che gli anziani sono tristi, pessimisti, polemici e poco attraenti». Anzi, ci sarebbe da aggiungere che gli anziani sono da considerarsi anche un “preziosa” risorsa, sia nelle relazioni familiari e parentali che nel tessuto sociale, e del volontariato in particolare; e non a caso possono essere considerati i “nuovi” giovani perché ricchi di esperienza e saggezza, e spesso dotati di spirito di libertà e avventura… Per il mantenimento in salute, delle relazioni sociali, del lavoro e di ogni altro interesse ed impegno, alla persona anziana deve corrispondere sempre il sostegno della comunità tutta (istituzioni pubbliche comprese), a garanzia di una migliore qualità esistenziale, anche se è noto che sino ad oggi è stato fatto di più per aiutare la gente a raggiungere la vecchiaia che per aiutarla a godersela! Ed è forse per questo che in Irlanda si dice: «20 anni per crescere, 40 per lavorare, e gli ultimi 20 per essere felici…». E a conclusione di questa dotta (sia pur sintetica) relazione, sorge inevitabilmente ancora una domanda: in che cosa consiste l’età della saggezza? Si potrebbe rispondere: è quella in cui si può dare una risposta a qualunque problema, ma non c’è più nessuno che ci fa delle domande!

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