
Il mondo ha bisogno di esempi concreti di umiltà, mentre continua a soffrire per i soprusi dei potenti

di Ernesto Bodini (giornalista e biografo)
Da alcuni giorni i mass media riportano l’insistenza del presidente USA, che pretenderebbe il Premio Nobel per la Pace ritenendo di meritarlo per il suo “darsi da fare ad oltranza” nel garantire la pace tra i Paesi in conflitto. Oltre a mostrarsi presuntuoso e ben poco modesto, avanza una pretesa fuori luogo (come già fecero alcuni suoi predecessori), sia perché, in quanto presidente di una Nazione, è suo preciso dovere gestire le politiche internazionali anche con finalità umanitarie, sia perché il Nobel per la Pace non risulta essere mai stato preteso da coloro ai quali è stato sinora riconosciuto.
Come se non bastasse, per effetto di una sorta di “sudditanza politica”, anche chi ci rappresenta sembra sostenere il merito del Nobel per la Pace al presidente americano. Come tutti sanno – e dovrebbe saperlo anche Donald Trump – il Premio Nobel nasce dal testamento di Alfred B. Nobel (1833-1896), che stabilì regole precise per la sua assegnazione. I premi nelle varie discipline (Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura,Economia) non sono decisi da un unico Comitato, ma da Istituzioni diverse: per esempio, quello per la Pace è assegnato dal Comitato Nobel Norvegese, mentre gli altri sono decisi da organismi specializzati che ricevono e valutano le candidature in modo riservato, e che sono – o dovrebbero essere – indipendenti da governi e partiti politici.
Per quanto riguarda l’“ossessiva” pretesa di Trump, il problema non dovrebbe nemmeno porsi. Forse, però, non tutti ricordano che questo Premio fu riconosciuto a tre presidenti degli Stati Uniti: Theodore Roosevelt (1906), Thomas Woodrow Wilson (1919) e Barack Obama (2009). Rammento inoltre che alcuni anni fa circolò la voce che tra i 275 candidati dell’epoca comparisse anche Vladimir Putin: un’assurdità che, pur durata poco, gettò un’ombra di indignazione sull’opinione pubblica, fortunatamente rientrata con il rapido ritiro della candidatura.
In attesa che certe situazioni politico‑conflittuali si sblocchino o migliorino, sarebbe bene – e doveroso – che il suddetto magnate della politica e dell’imprenditoria statunitense si documentasse sulla figura e sul pensiero filantropico del norvegese Alfred Nobel, scienziato autodidatta (conosceva cinque lingue e possedeva 300 brevetti) e primo esempio egli stesso di umiltà. Magari avesse potuto contribuire a migliorare le sorti dei Paesi in conflitto e “risanare” le menti di certi despoti arroganti e presuntuosi. Lasciando il suo patrimonio a beneficio dei posteri, divenne storica la sua affermazione: «Preferisco occuparmi dello stomaco dei vivi piuttosto che della gloria dei trapassati sotto forma di monumenti».
All’opposto, sia pur per ragioni diverse ma di una certa etica, lo scrittore francese Jean‑Paul Sartre (1905‑1980) nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura, che però rifiutò, sostenendo che solo a posteriori – dopo la morte – sia possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato. In sostanza, la sua scelta aveva a che fare con il senso (più o meno condivisibile) del suo essere scrittore e con il ruolo politico dell’intellettuale. Una scelta che gli fece onore, tant’è che già nel 1945 rifiutò la Legion d’Onore e, in seguito, la Cattedra al Collège de France.

Non meno significativa è la parentela di Sartre con il filosofo e medico‑filantropo alsaziano Albert Schweitzer (1875‑1965), fondatore dell’ospedale per i lebbrosi in Gabon, nell’Africa equatoriale. A proposito del dottor Schweitzer, va ricordato che gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace nel 1952 (ritirato l’anno successivo), dopo che il suo contemporaneo Albert Einstein (1879‑1955) fece sapere al mondo che in Africa viveva “l’uomo più buono della Terra”. A Schweitzer quel prezioso riconoscimento fu attribuito dopo mezzo secolo di attività filantropica: aveva 78 anni, e di certo non l’avrebbe mai richiesto. Il denaro del Premio lo destinò alla costruzione e al mantenimento del suo ospedale e della popolazione più derelitta del Gabon.
Ecco dunque realtà opposte nel concepire ciò che si ha – o non si ha – il diritto di meritare. Finché esisteranno personaggi che pretendono un riconoscimento per il loro operato istituzionale, la nostra società, sempre più povera di valori etici e morali, sarà in continuo declino, e le sue sorti resteranno dominio di “inestinguibili” predatori del benessere altrui, rendendola sempre più fragile. È evidente che su queste basi l’umanità non può migliorare, ma purtroppo non tutti possono essere degli Schweitzer, dei Sartre o dei Nobel, dotati di umiltà, ideali e concretezza.
Un’ultima osservazione: non sono pochi i cosiddetti “Nobel dimenticati”, protagonisti nelle altre discipline altrettanto meritevoli del prestigioso Premio. E non sono poche le polemiche sorte nel tempo sui criteri di valutazione dei candidati e sulla relativa assegnazione. Molti ricorderanno, ad esempio, le discussioni suscitate nel 1997 dall’assegnazione del Nobel per la Letteratura all’attore Dario Fo. Ma per quanto riguarda il Nobel per la Pace, a mio avviso andrebbe rivisto il criterio delle scelte, che – come ripeto – dovrebbero ricadere sui “veri” filantropi (non sponsorizzati e non politici). Per dirla fino in fondo: i politici non sono filantropi.




