
di Francesca Lippi
Lo avevano anticipato i portuali di Genova e l’hanno fatto: avrebbero bloccato i porti a livello internazionale, partendo proprio da Genova e il 6 febbraio, una data che collima con l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, incroceranno le braccia insieme ai lavoratori di almeno altri 21 porti. Una mobilitazione che è la prima di questo genere, perché include la volontà di fermare le guerre per impedire stragi di innocenti. SCIOPERARE è l’unico modo concreto per dire BASTA, per rifiutare un sistema che vede nella VIOLENZA DELLE ARMI un modo per sopraffare e distruggere intere popolazioni.
LA CRONACA
Il 6 febbraio 2026 i porti del Mediterraneo e dell’Europa vivranno una giornata destinata a segnare un punto di svolta nella storia del lavoro marittimo. Per la prima volta, collettivi e sindacati portuali di diversi Paesi hanno deciso di coordinare uno sciopero internazionale simultaneo, unendo 21 scali strategici in una protesta comune contro la precarizzazione del settore, la militarizzazione delle infrastrutture e il transito di armamenti attraverso porti civili.
Al centro della mobilitazione c’è Genova, città simbolo delle battaglie dei portuali contro i traffici di armi. Negli ultimi anni, proprio dal capoluogo ligure sono partite iniziative che hanno attirato l’attenzione internazionale: blocchi di carichi destinati a zone di conflitto, denunce pubbliche, richieste di trasparenza sulle merci sensibili. Non sorprende, dunque, che la data del 6 febbraio sia stata scelta anche per ribadire il ruolo politico e sociale dei porti italiani.
Lo sciopero è promosso da un coordinamento transnazionale che riunisce sigle sindacali e collettivi di Italia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia e Marocco.
Una rete che negli ultimi mesi ha intensificato i contatti, con l’obiettivo di costruire un fronte comune capace di superare i confini nazionali e affrontare problemi condivisi: sicurezza sul lavoro, diritti sindacali, condizioni contrattuali, ma anche la crescente pressione geopolitica che grava sulle infrastrutture portuali.
Il messaggio scelto per la mobilitazione è chiaro: “I portuali non lavorano per la guerra.” Una frase che sintetizza la denuncia principale: l’utilizzo dei porti civili come snodi per il transito di armi e materiali bellici diretti verso scenari di conflitto. Una pratica che, secondo i promotori, avviene spesso senza adeguata trasparenza e senza coinvolgimento dei lavoratori.
Lo sciopero del 6 febbraio avrà un impatto significativo sulla logistica mediterranea, coinvolgendo scali fondamentali per il commercio internazionale, l’energia e i collegamenti marittimi. Ma avrà anche un valore politico: mostrare che i portuali, tradizionalmente radicati nelle lotte locali, sono oggi in grado di costruire una mobilitazione globale, capace di incidere sul dibattito pubblico e sulle scelte dei governi.
Per Genova, e per l’Italia, sarà una giornata cruciale. Non solo per la partecipazione attesa, ma perché il porto ligure rappresenta uno dei punti nevralgici di questa nuova stagione di attivismo internazionale. Una stagione che, con lo sciopero del 6 febbraio, potrebbe aprire scenari inediti nel rapporto tra lavoro, diritti e geopolitica.
SCHEDA INFORMATIVA
Sciopero internazionale dei portuali – 6 febbraio 2026
Chi partecipa
- USB Porti (Italia)
- Enedep (Grecia)
- Lab (Paesi Baschi)
- Liman‑Is (Turchia)
- ODT (Marocco)
- Altri collettivi e delegati indipendenti
Porti coinvolti (almeno 21)
- Genova
- Livorno
- Trieste
- Ancona
- Civitavecchia
- Bilbao
- Tangeri
- Pireo
- Mersin
- Altri scali mediterranei ed europei
Motivazioni principali
- Opposizione al transito di armi nei porti civili
- Richiesta di trasparenza sulle merci sensibili
- Sicurezza sul lavoro
- Contrasto alla precarizzazione del settore
- Difesa dei diritti sindacali nei porti extra‑UE
Perché è uno sciopero storico
- Prima mobilitazione internazionale coordinata del settore
- Coinvolge porti strategici per logistica, energia e commercio
- Forte impatto politico e simbolico
- Genova come fulcro della protesta