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Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

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di Marcella Onnis

Per chi ama Andrea Vitali, leggere Piero Chiara è quasi un atto dovuto. Quest’ultimo è, infatti, uno dei suoi “maestri” e a lui è intitolato il premio letterario che a Vitali è stato assegnato nel 1996.

In comune hanno l’ambientazione paesana e lacustre delle loro storie, ma soprattutto quello spirito di osservazione necessario per sollevare – con leggerezza – il velo dell’apparenza e smascherare – senza intenti moralistici – difetti, meschinerie, menzogne e ridicolaggini di cui pullula l’umanità. Ne deriva che i microcosmi da loro ritratti, seppure geograficamente ben definiti (Nord Italia, lago, paese), hanno una “vocazione universale”. Come non ritrovarvi, infatti, le stesse dinamiche di un qualunque paesino del Sud Italia? Quella propensione al pettegolezzo tanto più marcata quanto più riservata è la persona che ne è l’oggetto; quel moralismo di facciata che nasconde vizi e vizietti; quell’intrecciarsi tra ritmi della natura e ritmi degli uomini; quel bizzarro mescolarsi di sacro e profano, di fede e superstizione; quella tendenziale diffidenza con cui chi vivacchia guarda a chi se la passa bene e che va a braccetto con il desiderio di apparentarvisi…

Quale sia l’approccio di Chiara rispetto alle storie narrate ben lo spiega Carlo Bo nell’introduzione all’edizione Mondadori de La spartizione (1964):  «[…] non insegna, non spiega, tutto deve essere limitato a vedere meglio e quindi a capire. […] per Chiara, capire significa mettersi nelle stesse condizioni dei suoi personaggi, accettare i fatti […] lasciando […] alla vita il compito di svolgere la sua lezione di fatale semplicità e di naturalezza.» «Non si sbaglierà, dunque, a mettere l’accento finale sull’intensità dello sguardo, sulla singolarità e infine sul rispetto autentico e libero della vita che salta fuori dalle sue pagine più belle.»

È chiaro, dunque, che quelle de La spartizione sono pagine che, tra una risata e l’altra, offrono parecchi spunti di riflessione. E lo fanno persino su temi abbastanza improbabili quali, ad esempio, “la dignità del brutto”. Significativo in proposito un passaggio ripreso anche nella trasposizione cinematografica Venga a prendere il caffè da noi, diretta nel 1970 da Alberto Lattuada (che, peraltro, vi interpreta anche una piccola parte, quella del dr Raggi): «Tanto il bello quanto il brutto […] sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto.»

La trama stessa, del resto, ruota intorno alla bruttezza: tre sorelle tutt’altro che avvenenti (Fortunata, Tarsilla e Camilla Tettamanzi) si contendono le attenzioni di un uomo (Emerenziano Paronzini) che della bruttezza si scoprirà essere amante, al pari del defunto padre delle tre “grazie”. A questa tresca principale si annodano altre vicende amorose e altri episodi che, pur oltrepassandone le rassicuranti mura, hanno sempre in casa Tettamanzi il loro epicentro.

A raccontar queste esilaranti vicende è un narratore disincantato e irriverente, che, però, non lascia il lettore a secco di poesia. Attenti, tuttavia, a non farsi prendere dal romanticismo perché l’incanto dura poco. Emblematico questo passaggio che vede per protagonista il perdigiorno e dongiovanni Paolino: «”Dio ha voluto così” concluse. E guardando il cielo dove le stelle sembravano eccitate dal vento che rumoreggiava tra i faggi, pensò a Dio, tanto per pensare a qualche cosa di astratto, come gli pareva giusto in quell’immensità.
“Ci sarà proprio Dio?” si domandò. “Se c’è” si rispose “tiene mano al Paronzini.»

Accennavamo prima al film che da questo romanzo è stato tratto: nonostante Piero Chiara abbia collaborato alla sceneggiatura (e vi abbia anche recitato nei panni del rag. Pozzi, amico intimo del Paolino), la versione cinematografica non è del tutto fedele all’originale letterario.
Innanzitutto, La spartizione è ambientata in epoca fascista, mentre Venga a prendere il caffè da noi è ambientato in epoca successiva. Uno scostamento che priva la pellicola di alcune perle di sarcasmo con cui Chiara delizia il lettore e che prendono di mira proprio il fascismo. Mancano, inoltre, alcune delle scene più comiche, anche se il film risulta comunque godibile: il segreto per apprezzarlo a pieno è non aspettarsi una riproduzione pedissequa del romanzo.

Se, infatti, la storia e i personaggi perdono qualcosa rispetto alla versione letteraria (Tarsilla qui non è poi così brutta e le sue gambe non così belle; Emerenziano qui è tutt’altro che insignificante), per altro verso nel film acquistano nuove e interessanti caratteristiche. Più di tutti l’Emerenziano che – grazie ad uno straordinario Ugo Tognazzi, esilarante quanto nei panni del Conte Mascetti in Amici miei di Monicelli –  acquista più charme, più nerbo … e più fastidiose abitudini. Degna di nota, però, è anche l’interpretazione che di Camilla Tettamanzi fa Milena Vukotic: sottomessa, ingenua e anche più isterica del personaggio letterario.

Il consiglio è quindi di cominciare con la lettura del libro (avendo la pazienza di attendere che il ritmo acceleri in un crescendo di ridicoli colpi di scena) e poi, dimenticandolo per un attimo, passare alla visione del film.

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