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Perché leggere “La principessa schiava” di Jacqueline Pascarl

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di Marcella Onnis

Libri come E poi? … Chiara lo sa di Giampietro Ibba ci insegnano che il dolore esiste e che non possiamo comportarci da struzzi: dobbiamo trovare il coraggio per affrontarlo, che riguardi noi, una persona cara o il nostro prossimo. Cercando di seguire questo insegnamento, dunque, ho finalmente deciso di prendere in mano un libro che ho ricevuto in dono tempo fa e che stazionava nella mia libreria in attesa di attenzione: La principessa schiava di Jacqueline Pascarl.

Anche chi non l’ha ancora letto probabilmente già conosce la vicenda narrata, che ha avuto una certa eco sui media: l’australiana Jacqueline sposa giovanissima un principe malese che, dopo il matrimonio e il trasferimento nel Paese d’origine di lui, dismette i panni di uomo romantico per rivelarsi quello che è realmente: una bestia (perché non esiste termine più adatto per definirlo). Dopo anni di soprusi e ripetute “punizioni”, Jacqueline decide di scappare in Australia con i due figli che, nel frattempo, la coppia ha generato, ma quando finalmente sembra aver trovato la serenità, il suo ex marito rapisce i bambini impedendole di avere con loro qualunque tipo di contatto.

Scanso equivoci, non sto svelando nulla che non dovrebbe essere raccontato in anticipo: l’autrice, infatti, annuncia da subito il doloroso epilogo. Ed è per questo che fin dalla prima pagina un opprimente senso di angoscia s’impossessa del lettore e lo segue – o forse è meglio dire perseguita – fino all’ultima riga. La costanza della violenza viene spezzata, di tanto in tanto, da scene tenere o addirittura allegre, ma anche nei momenti di quiete si percepisce dietro l’angolo l’ombra di un nuovo dramma.

Volendo descrivere sinteticamente questo libro, credo che la definizione più appropriata sia “un pugno nello stomaco”: queste sono pagine in cui domina una violenza scriteriata, davanti alla quale è impossibile restare indifferenti, non partecipare al dolore della protagonista, non provare nausea e rabbia. Rabbia verso questa sottospecie di uomo che non conosce il valore del “rispetto” e che considera persino i suoi stessi figli uno strumento utile per perseguire i propri interessi. E rabbia, o perlomeno sdegno, anche verso una società che tace davanti a questi soprusi, verso governi che chiudono gli occhi per non intaccare delicati equilibri politici ed economici internazionali, verso i media e l’opinione pubblica dominati dal cinismo, dall’opportunismo e da una morbosa curiosità.

I principali temi de La principessa schiava sono ovviamente legati alla vicenda autobiografica narrata: la violenza domestica, fisica e psicologica (non meno grave e lesiva della prima); le dinamiche delle relazioni sentimentali; il rapporto genitori-figli, con particolare attenzione per le grandi responsabilità che i primi hanno in quanto educatori («Inevitabilmente i figli portano nella scuola l’ignoranza, il pregiudizio e l’odio dei loro genitori […]»).

Non mancano, però, riflessioni anche su altri argomenti delicati, quali il razzismo (specificamente in Australia e in Malesia), la diversità (che, come ricorda l’autrice, è particolarmente problematica per un bambino) e la cultura, considerata nelle sue varie sfaccettature. Per prima, naturalmente, la complessa questione dell’incontro/scontro tra “culture”: costumi, tradizioni culinarie, religioni… E, in proposito non posso omettere di citare la preziosa premessa, in cui l’autrice si è premurata di spiegare che il suo libro «[…] non vuole essere un’accusa generalizzata all’Islam, né si può estendere alla totalità dei musulmani. Credo che tutte le religioni siano intrinsecamente buone. Il male deriva dalle interpretazioni e dai pregiudizi confezionati da individui capaci di manipolazioni politiche e sociologiche.» Ampio spazio, però, è dedicato pure alla cultura intesa come valore da tutelare. E al riguardo, fra tutti, scelgo di riportarvi questo importante passaggio: «I libri sono oggetti preziosi da amare e preservare. Riflettono la storia della nostra società e il passaggio del tempo in modo duraturo e più vero di altri sistemi di rilevazione.»

Ma il dramma,  ripeto, sovrasta tutto. “Quindi non c’è un lieto fine?” qualcuno si starà  chiedendo. Tecnicamente sì, perché a distanza di anni rispetto ai fatti narrati, Jacqueline ha potuto riabbracciare i suoi figli, ormai più che ventenni. A ben guardare, tuttavia, non sono certa che si possa usare appropriatamente quest’espressione: un presente e un futuro felici possono cancellare un passato “non condiviso”? Siamo di fronte a una madre che non ha potuto guidare i propri figli mentre “diventavano grandi” e a due figli che sono stati obbligati a crescere senza poter contare sul sostegno materno,

Pensavo di definire Jacqueline Pascarl una “madre-coraggio” però mi sono chiesta se quest’espressione non sia in realtà pleonastica: non è forse, infatti, implicito nell’essere Madre (e la maiuscola sta ad indicare il vivere autenticamente questo complesso ruolo) il fatto di essere disposte a tutto per difendere i propri figli, di essere pronte a sacrificar se stesse per il loro bene, di essere pronte a lottare fino allo stremo delle forze per salvaguardare la loro serenità?

Comunque vogliamo definirla, questa piccola grande donna ci ha donato una preziosissima testimonianza, utile tanto per le donne quanto per gli uomini. Una testimonianza che trova un’efficace sintesi in questa frase, breve ma densa di significato, contenuta nella prefazione da lei stessa redatta:

«Ho imparato che una delle cose più importanti nella vita è trasformare il negativo in positivo.»

E ancor più trovo significativo questo pensiero:

«[…] la lezione più importante che ho tratto da tutta la follia degli anni passati è di non dare mai per scontato niente e nessuno, specialmente i propri figli, la seconda lezione è non arrendersi mai

Concludendo, consiglio certamente la lettura de La principessa schiava a coloro che, come me, sentiranno rivolte a se stessi queste parole di Jacqueline: «Le persone sono molto più a loro agio se hanno l’impressione che tu riesca a cavartela, ed è più facile anche per te avere a che fare con loro. La gente felice, con un’esistenza normale turbata solo da piccoli incidenti quotidiani, prova un senso di colpa verso chi ha subìto una tragedia. Lo prova meno quando si aggrappa alla convinzione che se riesci a cavartela vuol dire che non provi dolore

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