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Perché leggere “La contessa di ricotta” di Milena Agus

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“Mani di ricotta” è la traduzione dell’espressione idiomatica sarda equivalente all’italiana “mani di pasta frolla”. La contessa di ricotta, dunque, è chiamata così perché è una persona maldestra e perché “tutta la realtà fa male al suo debole cuore, anche lui di ricotta”.

L’ultima fatica di Milena Agus è un romanzo breve, popolato di personaggi e storie piuttosto bizzarri che, però, hanno tratti molto più ordinari di quanto possa sembrare a prima vista.

Chi ha letto il suo romanzo d’esordio, Mentre dorme il pescecane, ritroverà sicuramente in queste pagine tante analogie: nella contessa e in sua sorella maggiore Noemi vi sono tratti – sapientemente mescolati come le carte di un mazzo da gioco – della mamma e della zia della famiglia Sevilia Mendoza; Maddalena, la sorella mezzana, ha la passionalità e lo stesso ruolo “riequilibratore” all’interno della famiglia della protagonista del primo romanzo, mentre il fratello di quest’ultima è un outsider e suona il piano proprio come Carlino, il figlio della contessa; facile anche notare, dietro le vistose diversità, lo stesso tratto sarcastico nel signor Sevilia Mendoza e nel vicino delle tre sorelle.

La narrazione è condotta con uno stile quasi sciatto ed è un effetto senz’altro voluto, per coerenza con l’ambientazione: un palazzo quasi fatiscente che, però, come il quartiere in cui sorge (il quartiere di Castello, realmente esistente), è carico del fascino pericoloso della decadenza e conserva ancora un po’ dell’orgoglio dei bei tempi passati, quando a Cagliari viveva il re.

La contessa di ricotta trasuda “sardità” ma è comunque accessibile a tutti, anche perché i termini sardi (peraltro, non eccessivamente frequenti) sono quasi sempre tradotti e lo sono tutti quelli necessari per comprendere ciò che viene narrato. Un particolare apprezzabile, posto che – chi ha letto, ad esempio, Salvatore Niffoi, lo sa bene – non tutti gli autori che “pescano” dal proprio dialetto hanno questa accortezza.

Mantenendo sempre una coerenza stilistica di fondo, in queste pagine si alternano descrizioni nude e crude, soprattutto di atti sessuali, e ritratti dal tocco delicato e quasi pudico, in particolare quando si parla d’amore: “Parlavano delle cose di tutti i giorni, ma era come se avessero un significato più profondo e noto soltanto a loro due […]”.

Non mancano, poi, interessanti spunti di riflessione in fatto di religione e moralità. Uno fra tutti: “E neppure Dio amiamo davvero. Preghiamo sempre per avere qualcosa. E anche Lui ci ama perché senza di noi si annoierebbe. E infatti si annoiava. Per questo ha creato il caos e poi dal caos siamo nati noi”. Pure questo un punto di contatto con Mentre dorme il pescecane, nel quale ugualmente dominano i  temi della voglia di vivere, del desiderio di morire e, appunto, del rapporto con Dio.

Uniche vere pecche di questo romanzo sono un “gli piace” e un “gli piacciono” in luogo di “a loro piace” e “a loro piacciono”, errori doppiamente gravi se si considera che l’autrice è un’insegnante di italiano. Purtroppo, sempre più spesso capita, nel corso di una lettura, di incappare in errori grammaticali e questo non solo quando a scrivere è un autore emergente, autoprodotto o edito da case minori (presumibilmente a corto di organico e, nello specifico, di revisori di bozze), ma anche quando il libro in questione porta la firma di un “insospettabile” (come, ad esempio, Baricco in Emmaus). Ecco, il fatto che la conoscenza approfondita dell’italiano stia diventato un optional per scrittori ed editori è una cosa aberrante. Màrquez, nella sua autobiografia Vivere per raccontarla, confessa di avere molte lacune in grammatica, ma se lui non l’avesse detto, nessuno se ne sarebbe mai accorto (eccetto chi ha letto e legge i manoscritti originali, naturalmente). E questo perché? Perché c’è sempre qualcuno che corregge i suoi scritti! Un tempo i libri erano un ottimo strumento per migliorare la padronanza della propria lingua, oggi invece rischiano di diventare un mezzo per disimpararla, né più né meno come la televisione. Meditiamo anche su questo.

Marcella Onnis

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