Perché leggere “Il castello dei Pirenei” di Jostein Gaarder

Perché leggere “Il castello dei Pirenei” di Jostein Gaarder

Due opinioni a confronto

Il romanzo visto da Marcella Onnis

È assolutamente in pieno stile Gaarder l’ultimo romanzo dell’autore norvegese: mistero, filosofia e sentimento inscindibilmente legati secondo una formula che lui solo conosce. Un libro in cui la componente razionale e quella sentimentale hanno entrambe un ruolo determinante cosicché al lettore resta la possibilità di scegliere da che parte far pendere la propria bilancia.

Le vicende dei due protagonisti già di per sé avrebbero linfa sufficiente per andare avanti autonomamente, ma Gaarder vi aggiunge quel suo caratteristico tocco di mistero che rende la lettura ancora più avvincente: dopo decenni dalla loro separazione, un uomo ed una donna si ritrovano, per caso, nel luogo in cui accadde l’evento oscuro che determinò la fine della loro unione. Parallelamente a quest’intrigante trama si sviluppa un’illuminante discussione intorno ad interrogativi molto cari all’autore: chi o cosa siamo? Perché siamo? Esistono altre forme di vita fuori da questa Terra? Esiste l’anima? Cos’è la coscienza? Chi o cosa c’è veramente dietro l’origine della vita? Pagina dopo pagina, la distanza mentale tra i due amanti, persi e ritrovati, si riduce e lo scontro si fa sempre più incontro, guidando silenziosamente il lettore verso proprie, più consapevoli conclusioni. Le dissertazioni scientifiche e filosofiche sono, tuttavia, meno “invasive” che ne Il mondo di Sofia (che resta, comunque, apprezzabilissimo per la sua originalità), mentre l’impatto emotivo è forte, anche se meno “devastante” che ne La ragazza delle arance (un’intensa storia d’amore che è anche uno struggente inno alla vita).

Per questa nuova creatura, lo scrittore sceglie la forma del romanzo epistolare: una scelta tecnica impegnativa (ma, in un progetto letterario di ampio respiro, quale opzione non presenta insidie?) poiché è costretto a far raccontare ai due interlocutori-narratori, con espedienti credibili, cose che entrambi ben sanno, ma che sono sconosciute al lettore. Tuttavia, la percezione di una forzatura si ha in pochi passaggi e anche il salto da un tempo verbale ad un altro (oggettivamente fastidioso per chi legge) diventa accettabile, se lo si riconduce alla finzione narrativa: è, infatti, abbastanza credibile che quando si fa un lungo resoconto via e-mail, si perdano di vista certe regole grammaticali. Questo classico modello letterario viene, tuttavia, rivisitato in chiave moderna e le e-mail prendono il posto delle lettere cartacee: sicuramente meno romantico, ma sicuramente più realistico.

D’altronde, che Gaarder non sia uno scrittore melenso è cosa risaputa, perlomeno per chi abbia già letto La ragazza delle arance dove, nonostante la tragicità della cornice, l’amore non è mai narrato con toni melodrammatici. Perché qui non siamo davanti all’ennesimo cantore dell’Amore, ma a colui che – attraverso sobri, ordinari elementi come la descrizione di uno sguardo – sa raccontare l’amore di tutti i giorni, quello fatto di luci ed ombre, di gioie condivise come di atroci incomprensioni o gravi tradimenti.

Il romanzo visto da una nostra lettrice

Gaarder è uno scrittore diviso tra magia e scienza: delle volte la magia sembra farsi delirio, altre volte la scienza sembra farsi pesante e fine a se stessa; tuttavia ogni tanto, tra magia e scienza, ci si offrono scorci di somma umanità e storie di sentimenti profondi – quelli che non hanno bisogno di essere proclamati per essere dimostrati – capaci come poche di catturarci e talvolta, inaspettatamente, commuoverci.

Già con La ragazza delle arance, lo scrittore norvegese ci aveva con discrezione regalato  una sussurrata ma emozionante storia d’amore, incantevole nella sua delicatezza e toccante nella sua terrena imperfezione. A circa cinque anni di distanza, con Il castello dei pirenei, Gaarder torna su temi a lui cari, con una nuova storia d’amore imperfetta tra uomini imperfetti: il risultato forse non è altrettanto intenso, ma ancora una volta colpisce la capacità dell’autore di tratteggiare scene e trasmettere – senza descrivere! – emozioni e sentimenti che il lettore, più che immaginare, riesce a vedere e sentire. Ed ancora una volta è soprattutto con il nauseante dolore per il distacco che chi legge deve fare i conti, trovandosi spesso costretto a sollevare lo sguardo dal libro per poter prendere un profondo e lento respiro.

Va detto che, anche in questo caso, ci imbattiamo in pagine di quella scienza che sembra farsi pesante e fine a se stessa; ma Gaarder – da abile narratore quale ha già dimostrato di essere – riesce comunque ad avvinghiarci al romanzo, scoprendo fin dall’inizio i pezzi di un intrigante puzzle, che chiede a gran voce di essere completato: e così ci troviamo a leggere tutto d’un fiato la storia del nostro pianeta – dal Big Ben ad oggi – per scoprire cosa mai un giorno abbia potuto disgregare una coppia, allontanando un uomo e una donna – o forse semplicemente due anime – che, tuttavia, hanno evidentemente continuato ad amarsi, pur senza mai ritrovarsi per ben trent’anni, fino ad un nuovo (casuale?) incontro …

Ed allora, crediamo di non offendere nessuno se diciamo che, ogni tanto, vale la pena di “sorbirsi”  quella magia che si fa delirio e quella scienza che si fa pesante, se è così che possiamo imbatterci in quelle storie estremamente umane, che ci ricordano come la vita, in fondo, altro non sia che un eccezionale incontro tra scienza e magia.

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