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Perché leggere “E poi? … Chiara lo sa” di Giampietro Ibba

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di Marcella Onnis

Non c’è una parola che definisca un genitore che abbia perso un figlio: così, con tono di dolorosa resa, ho sentito dire una volta ad Alberto Deiana, papà di Elisa e presidente della Onlus intitolata alla sua memoria, di cui vi abbiamo parlato qualche mese fa (Elisa e la “Casa dei trapiantati” raccontate da Alberto e Paola Deiana).

Quella stessa drammatica considerazione l’ho ritrovata, di recente, tra le pagine di Nel tempo di mezzo di Marcello Fois: «Esiste un nome che definisca una madre che ha perso la sua bambina? Come si dice: orfana al contrario? Oppure semplicemente non si dice, perché non c’è niente di naturale, di visibile, in un mondo dove i genitori sopravvivono ai figli.»

Ora, per la terza volta nel giro di pochi mesi, lo ritrovo in queste parole, nate da un’esperienza reale, tragicamente simile a quella vissuta da Alberto Deiana: «Mai un genitore dovrebbe piangere un figlio. È contro natura, è una violenza all’amore, alla vita. È l’annientamento del futuro, la fine di tante speranze. È l’eccezione sbagliata di una regola ben consolidata. Sono i figli che devono piangere i genitori.»

Quello che avete appena letto è un passaggio tratto da E poi? … Chiara lo sa di Giampietro Ibba, un libro che per essere letto fino in fondo richiede coraggio. Perché racconta di un dolore a cui non c’è rimedio, almeno non in quest’esistenza terrena: «C’è sicuramente una ragione per la morte di Chiara. Non la troverò in questa esistenza perché è al di sopra delle mie capacità. È proprio questa negazione della conoscenza la causa del dolore infinito. […] Un mistero insondabile e inspiegabile. Ma non privo di senso né di valore. Infatti a suo tempo avrò da Lui delle risposte, e questa speranza sarà seme di serenità che piano piano affiorerà nel mio cuore.»

Davanti al dolore si può reagire in tanti modi e non c’è reazione che si possa giudicare giusta o sbagliata (“nessuno può dare lezioni su come affrontarlo”, scrive l’autore): esistono solo risposte soggettive, personali. Ci si può lasciare annientare oppure lottare, magari buttandosi  a capofitto in un nuovo progetto. Giampietro Ibba – che merita il titolo di “Papà-coraggio” – ha scelto di mettere nero su bianco la sua Via Crucis. L’ha fatto per provare “a distrarre il dolore”, dice nelle dediche iniziali, ma è riuscito ad andare ben oltre, con molta probabilità senza averlo preventivato. Ha offerto, infatti, la sua mano ad altri uomini e donne sulle cui spalle grava lo stesso pesante fardello. Ha premurosamente ammonito tutti noi che, baciati dalla buona sorte, diamo per scontato che godremo di tale condizione per sempre («Ci sentiamo talmente invincibili, sazi fino alla nausea delle nostre vanità, che siamo portati a pensare che tutto ciò che di brutto affolla le nostre giornate debba riguardare gli altri. E quando così non è, nasce spontaneo quell’urlo: “Perché è capitato proprio a me?”. Come se fossimo dei protetti sacri e inviolabili, destinati a far parte della ristretta schiera degli intoccabili. Di fronte a situazioni simili, la miseria della nostra intelligenza, condizionata da ingannevoli richiami e da false certezze, accende simili interrogativi.»). Ha regalato consigli utili tanto ai genitori (e ai futuri tali) quanto ai figli. Ed ha anche fatto una bellissima dichiarazione d’amore verso sua figlia Chiara come verso sua moglie e suo figlio.

E la grande attenzione verso “chi rimane” è uno degli elementi che più colpisce in queste pagine, perché tante volte la perdita di una persona cara porta chi la subisce a chiudersi, a lasciar atrofizzare i rapporti con gli altri per paura di legarsi troppo e poi dover fronteggiare un’altra insopportabile separazione. Invece, quest’uomo – fragile e forte ad un tempo – prega di riuscire ad amare i suoi cari come prima, di essere capace di proteggerli e sostenerli come prima.

Davvero ammirevoli, poi, sono la lucidità, l’equilibrio  e la grande dignità con cui è riuscito a trasmetterci la sua testimonianza di vita: il dolore viene, infatti, descritto nella sua cruda realtà, senza cedere a toni vittimistici. Un racconto drammatico, il suo, addolcito però da una vena di amara poesiaSembra che tutti i rumori del mondo abbiano raggiunto un accordo per rispettare il silenzio dei nostri cuori»; «Il futuro fa silenzio, si fa notare solo per riferire che tutti i progetti sono stati cancellati. Manca l’artista che li ha disegnati.»)

Come forse avrete intuito dalle citazioni precedenti, in queste pagine si intravede, comunque, da subito uno spiraglio di accettazione e di speranza: brilla in lontananza la luce della serenità, una meta che raggiungere è arduo, ma non impossibile.

Oltre alla vicenda personale e al tema della morte, sono tanti gli argomenti che in questo libro trovano spazio: l’amore per la vita, innanzitutto, ma anche Dio e la fede, il rapporto genitori-figli, la burocrazia (che nella triste vicenda della famiglia Ibba mostra tutta la sua limitatezza e disumanità) e la giustizia. Quest’ultimo è un tema sul quale Giampietro Ibba ci offre numerosi spunti di riflessione. Tante e tante volte, infatti, parliamo delle “ingiustizie della Giustizia”, ma non sempre teniamo in considerazione gli interessi i tutte e due le parti in causa: vittima e offensore. “Papà-coraggio”pur avendo umanamente tutto il diritto di non guardare al di là del proprio steccato –   non cade in questo errore e spende parole tanto per dire che è giusto aiutare Caino a redimersi («[…] non sono per la pena detentiva perché il carcere non ha la capacità di rieducare»; «Il carcere non cambia, forse peggiora e certamente non aiuta a riscattarsi»),  quanto per dire che è altrettanto giusto – e doveroso – onorare la memoria di Abele:

«[…] non trovo commento migliore del silenzio alla valutazione economica di una vita.»

«Quasi rischia di più chi ruba un pollo per fame. È penoso solo pensarlo.»

«Il buonismo annulla i doveri e debilita i diritti, non aiuta a crescere, ma amplifica la convinzione che la consuetudine fa la regola e allena a vivere indifferenti, protetti dall’incertezza della pena.»

« […] per il nostro ordinamento è intenzionale anche l’omicidio di chi uccide un uomo con il suo consenso, o per pietà; ma si considera colposo l’omicidio di chi assume volontariamente un comportamento tale da non poter evitare la morte di una persona che di certo non ha dato il consenso a essere uccisa.»

A ben guardare, questo libro è anche una piccola (ma densa) lezione di educazione civica. Del resto, lo stile con cui è scritto invita a immaginare Giampietro Ibba nei panni di un maestro “vecchio stampo”. Uno di quelli severi che il massimo dei voti lo assegnano solo alla fine dell’anno e solo se davvero meritato; quelli i cui insegnamenti vanno sempre oltre la disciplina loro assegnata e, spesso, l’ambito scolastico; quelli a cui, più di tutti gli altri, gli alunni si affezionano e continuano a ricordarli con affetto anche da adulti, perché da loro hanno imparato tanto, soprattutto sulla vita.

Ed è questo uno dei più begli esempi di vita che “maestro Giampietro” ci offre:
«Invece, con meraviglia, quel sentimento
[l’invidia, ndr] che sembra destinato a essere una decisa guida dei miei pensieri e delle mie azioni, nonostante tenti in mille modi di farsi spazio, non riesce a attecchire.
Lentamente viene dominato e sostituito da un senso di compiacimento per quelle soddisfazioni che altri papà hanno e potranno raggiungere.
[…]
La raffiguro in tutte le persone che mi stanno davanti e vedo nei loro occhi i suoi occhi, nelle loro preoccupazioni le sue preoccupazioni, nelle loro paure le sue paure, i loro problemi diventano così i miei problemi e se riesco a dare loro conforto e mi offrono in cambio un sorriso, sono felice perché quel sorriso è il sorriso di Chiara

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4 Commenti su Perché leggere “E poi? … Chiara lo sa” di Giampietro Ibba

  1. sei eccezionale come sempre

  2. Marcella Onnis // 17 Luglio 2012 a 22:40 //

    grazie Augusto, ma tu sei troppo buono: è dr. Ibba che con questo libro ha fatto una cosa eccezionale

  3. Dr.Ibba è una grande persona.Ho saputo da poco del suo dramma,domani andrò a cercare il libro.Sono profondamente commossa.

  4. Marcella Onnis // 27 Giugno 2014 a 18:06 //

    Vale davvero la pena leggerlo: è drammatico, ovviamente, ma anche inaspettatamente luminoso… come il sorriso di Giampietro

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