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Perché leggere “Ci sono anch’io” di Roberto Pellico

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di Marcella Onnis

«Certe volte sembra che i pensieri parlino un’altra lingua. Una lingua che capisci alla perfezione ma che non sai esprimere. È tutto lì, chiaro, basterebbe dargli un suono comprensibile e sarebbe tutto più facile.
Invece le parole ti tradiscono sul tempo. Arrivano sempre troppo tardi

Ecco, io oggi ho paura che le parole giuste per esprimere i miei pensieri – chiari –mi verranno – se mi verranno – troppo tardi. Perché non è facile parlare di libri come Ci sono anch’io, dove con delicatezza si raccontano anche argomenti ostici, per i più ancora scomodi.

Perché la delicatezza – chi già conosce Roberto Pellico lo sa – è uno dei tratti distintivi della sua firma. Così come lo sono la maturità di spirito, la capacità di analisi e la ricerca della verità, che trovano spazio in questo romanzo scritto in età adolescenziale e che hanno avuto più completa espressione nella successiva accolta di racconti A pochi passi da te.

Già in questo scritto, infatti, l’autore dimostra di essere uno dei pochi che, con eleganza ed efficacia, sanno spiegare che l’amore è uguale per tutti, a prescindere dalle preferenze sessuali. Le anime non hanno sesso né sono mie cantava, del resto, Battisti.

Già, le anime… Di queste tanto si preoccupa il giovane Pellico, offrendoci – peraltro senza pretenderlo – tanti piccoli grandi insegnamenti su come prendersene cura, che si tratti della nostra o di quelle altrui:

«“Non bisogna smettere mai di lottare… neanche contro se stessi”.»

«L’orgoglio miete vittime; stermina gli uomini e i sentimenti.»

«[…] il perdono è un percorso che richiede più forza del rancore.»

«[…] la vita mi ha insegnato che non puoi mettere le cose in fila come le vorresti e dargli un ordine.
Uno: fare la spesa.
Due: fare benzina.
Tre: ordinare la stanza.
No, la vita è fatta di momenti che restano e di tanti altri che si sprecano.»

«[…] la felicità non è proporzionale alla quantità dei metri quadrati in cui vivi, […] bisogna cercarla dentro se stessi.»

«[…] mi sembra che a riscoprirsi fragili ci si ritrovi dentro certe cose che servono.»

«Una promessa non è mai soltanto nostra. Una promessa coinvolge persone che ci sono vicine e altre che forse non conosciamo neanche.»

Come anticipato e come ben può immaginare chi già conosce la sua produzione letteraria, in queste pagine trovano spazio temi complessi ma anche largamente trattati: droga, aids, omosessualità, rapporto genitori-figli, morte, malattia… Facile cadere nell’ovvietà, ma lui non ci casca e riesce a trovare una sua interpretazione personale.

Un’interpretazione che ruota intorno alla sofferenza, come il titolo lascia intendere. Ci sono anch’io è una richiesta pressante di attenzione, segno di un malessere che in un attimo può diventare un vero e proprio male. Anche se poi, magari, è lo stesso “malato” a soffocare il proprio grido di dolore e a non chiedere aiuto.

Grazie a queste pagine, però, quel grido potrebbe trovare il coraggio di uscire e chi dovrebbe ascoltare potrebbe forse imparare ad interpretare i silenzi eloquenti, a cogliere nell’aria inespresse richieste di attenzione e bisogni insoddisfatti. Dice bene la lettrice che su aNobii, il social network degli amanti della lettura, così commenta il romanzo: “Ci sono libri che ci commuovono perché ci immedesimiamo nei personaggi o nelle storie che raccontano. Ci sono libri che ci commuovono e basta. Il dolore che trasuda da queste pagine può anche esserci totalmente estraneo, eppure ci attanaglia lo stomaco. E ci apre gli occhi.”

“Dolore” è il sostantivo dominante in queste pagine, declinato nelle più varie sfumature, senza risparmiare le più orribili, quali la violenza sessuale o la perdita di un figlio:

«Cosa ne sa un ragazzino di come la morte di un figlio ti cambi la vita?

Forse non ne so niente, hai ragione tu, ma avresti dovuto spiegarmi. Avresti dovuto dirmi che la morte ci cambia, sì, ma quando muore un figlio… quando muore un figlio, distrugge.»

«Perdere un figlio non è naturale, non ci sono spiegazioni, è una cosa che non si mette in conto perché i figli non dovrebbe toccarceli nessuno. Neanche Dio.»

Parole in sofferta armonia con certe vibranti pagine di Nel tempo di mezzo di Marcello Fois e con la testimonianza offerta da Giampietro Ibba nel suo E poi? … Chiara lo sa.

E come questo autore, che purtroppo l’ha imparato sulla propria pelle, Roberto Pellico ci ricorda che non esistono ricette per affrontare il dolore:

«Come ci si prepara alla morte di qualcuno che ami?

[…]

Non ci si prepara alla morte.

Non ci sono corsi da frequentare e non basta ripetersi che la-morte-è-vita, che la-vita-è-morte, che la-morte-è-normale.

La morte porta via le persone, e noi, che rimaniamo qui, non siamo in grado di ritrovarle.»

Una strada senza via di uscita la storia del protagonista? Fortunatamente no. La porta resta socchiusa per far passare la speranza, se vuole:

«[…] le cose belle ti raggiungono quando arriva il momento… “non c’è bisogno di inseguirle, basta saperle aspettare”.»

«Voglio ricordarmi che è ancora possibile essere felice, che ci sono momenti in cui è normale aver voglia di piangere e che ci sono mille altri motivi per cui è bello svegliarsi la mattina.

Appena giù per la metropolitana trovi scritte sui muri di ogni tipo, mi soffermo a guardarle e penso che la vita arriva davvero dappertutto, che la vita abbiamo bisogno di scriverla quando fa male, quando è troppo bella da non potersela tenere per sé.»

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