
La tregua tra USA e Iran nasce già fragile: Israele continua a colpire sapendo che Washington lo proteggerà sempre.
Servizio di Erika Bastogi*
Perché gli USA non abbandoneranno mai Israele — e non è solo una questione di Trump
Mercoledì 17 giugno, durante una cena di gala al Palazzo di Versailles ospitata da Emmanuel Macron a margine del G7, Donald Trump ha firmato il memorandum d’intesa con l’Iran. Una firma anticipata e a sorpresa, che ha bruciato sul tempo la cerimonia ufficiale che era prevista per venerdì al Bürgenstock, in Svizzera. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha firmato la sua copia separatamente, a Teheran. Gli Stati Uniti e l’Iran si guardano finalmente attraverso un tavolo diplomatico, anche se a distanza.
Eppure, nelle stesse ore in cui Trump festeggiava la pace tra i lampadari di Versailles, Israele ha già chiarito ufficialmente che non si considera vincolato dall’accordo. Le truppe non si ritirano dal Libano meridionale. I raid su Beirut continuano, tanto che uno è stato lanciato appena due ore prima della finalizzazione del testo con Teheran. E Washington, a quel punto, può solo lamentarsene pubblicamente.
Qualcuno si chiede: è colpa di Trump? Sarebbe stato diverso con Biden? Con Obama?
La risposta è ni. La struttura di fondo — quella che garantisce che Israele non venga mai abbandonato — resta identica con chiunque alla Casa Bianca. Quello che cambia, e non è poco, è quanto spazio quella struttura lascia a Netanyahu per agire senza freni. Capire questa differenza significa smettere di guardare solo i presidenti e iniziare a guardare la struttura che li precede e le sopravvive.
La tregua che non sarà una tregua
Il memorandum in quattordici punti firmato a Versailles apre sessanta giorni di negoziati formali tra Washington e Teheran. Sul tavolo ci sono il programma nucleare iraniano, le sanzioni, il blocco navale nello Stretto di Hormuz, ventiquattro miliardi di dollari di fondi congelati. Per l’Iran, vantaggi concreti e immediati. Per gli Stati Uniti, la narrativa di una guerra chiusa con cui Trump può presentarsi al proprio elettorato e ai mercati petroliferi, dopo aver ammesso che le riserve americane sarebbero durate solo quattro settimane senza la riapertura di Hormuz.
Quello che la tregua non risolve, e non può risolvere, è Israele.
Il governo Netanyahu ha già dichiarato formalmente di non essere parte dell’accordo e di non sentirsi vincolato dalla clausola sulla cessazione delle ostilità su tutti i fronti. Le operazioni militari in Libano e a Gaza proseguono. Non è un’eccezione, non è uno strappo: è il copione normale di un’alleanza in cui il partner più piccolo sa esattamente quanto potere ha sul partner più grande.
Vale la pena capire perché l’Iran abbia accettato di congelare la risposta militare nonostante Israele continui a colpire. Non si è fatto comprare con un assegno immediato dopo i raid israeliani sui sobborghi di Beirut — accettare un risarcimento diretto sarebbe sembrata una resa umiliante davanti all’Asse della Resistenza. Teheran ha invece ottenuto tre concessioni strutturali: l’integrazione in un fondo globale da 300 miliardi di dollari per lo sviluppo economico dell’Iran, mediato dal Qatar con la partecipazione americana; lo sblocco immediato dei ventiquattro miliardi di fondi già iraniani tenuti congelati dalle sanzioni; e la riapertura dello Stretto di Hormuz, sotto accordi e disposizioni iraniane — una vittoria geopolitica enorme, perché restituisce a Teheran la sovranità sulla rotta energetica più importante del mondo. L’Iran sta barattando l’orgoglio del contrattacco immediato con un vantaggio strategico a lungo termine, scommettendo che l’accordo isoli politicamente Netanyahu. Ma se Israele continua a bombardare, quella scommessa rischia di saltare.
La corresponsabilità che una firma non cancella
Gli Stati Uniti non sono uno spettatore che ha mediato la pace. Sono un co-belligerante. La campagna militare contro l’Iran è stata pianificata ed eseguita insieme a Israele, con intelligence americana, sistemi d’arma americani, copertura diplomatica americana. Trump firma a Versailles e si intesta la vittoria, ma Israele continua a bombardare con le stesse armi e gli stessi sistemi che Washington continua a fornire senza interruzione.
Dal punto di vista della responsabilità condivisa, principio riconosciuto nel diritto internazionale, questo non basta a chiamarsi fuori. Se continui a fornire armi, dati satellitari e copertura diplomatica a un belligerante attivo, sei parte del conflitto indipendentemente da cosa hai firmato.
E qui emerge la trappola concreta: l’Iran ha firmato una tregua con Washington, non con Israele. Se Israele continua a colpire obiettivi iraniani o alleati iraniani, Teheran potrà dire: la tregua è stata violata non da noi, ma dal vostro alleato che combatte con le vostre armi. E avrà una base logica per dirlo. Le basi americane in Iraq, in Giordania, nel Golfo Persico sono già state nel mirino per mesi. La firma di Versailles non scherma gli Stati Uniti da una risposta iraniana se Israele non si ferma.
La struttura che nessun presidente può smontare.
La corresponsabilità di Trump è però anche quella di tutti i suoi predecessori, perché la struttura che rende impossibile il disimpegno americano da Israele esiste da settant’anni.
Primo: la guerra per procura. Trump ha dimostrato con l’Ucraina che un presidente americano può, quando vuole, tagliare gli aiuti a un alleato e dichiarare che si tratta di una questione altrui. Lo ha fatto perché l’Ucraina non è integrata nel sistema di potere interno americano: non ha lobby con 230 milioni di dollari da distribuire, non ha finanziatori che entrano nello Studio Ovale, non ha parlamentari bipartisan disposti a far cadere un governo per difenderla. Ma soprattutto, l’Ucraina chiede agli Stati Uniti di combattere al posto suo, o quantomeno di armarla pesantemente contro una potenza nucleare.
Israele è l’esatto opposto: combatte al posto dell’America. Bombarda il Libano, Gaza, la Siria, l’Iraq, lo Yemen senza che un solo soldato americano debba intervenire fisicamente — Washington fornisce armi, intelligence, copertura diplomatica, e lascia che sia Israele a tenere instabile la regione, a impedire che emerga una potenza unica capace di controllare le rotte energetiche, a fare insomma il lavoro sporco per procura. È un sistema quasi perfetto dal punto di vista di Washington: tutti i vantaggi geopolitici del caos controllato, nessuno dei costi politici interni di un intervento diretto. Il problema, semmai, è quando il proxy esagera: proprio nelle ore del G7, Trump si è lamentato pubblicamente che Netanyahu “si eccita un po’ troppo” e gli ha chiesto un “tocco più morbido” su Beirut, dicendo che non serve far crollare un palazzo intero ogni volta che vi entra qualcuno di Hezbollah.
È la fotografia perfetta della morsa asimmetrica: l’America prova a frenare Israele a parole, in pubblico, perché militarmente e politicamente non può fare altro. La crisi si rompe solo quando il bersaglio non è più un attore non statale o un paese debole, ma uno stato sovrano e potente come l’Iran, capace di rispondere su scala bellica vera. Lì Israele da solo non basta, e l’America è costretta a entrare in prima persona, come accaduto nei mesi scorsi. Ma fino a quel limite, il calcolo per Washington resta semplice: perché intervenire quando hai già un alleato che lo fa per te, e che tu stesso hai armato fino ai denti?
Secondo: l’integrazione militare. Le forze armate israeliane e americane non sono semplicemente alleate: sono integrate. L’Iron Dome funziona con radar statunitensi e dati satellitari del Pentagono in tempo reale. Interrompere questi flussi significherebbe esporre i civili israeliani a un attacco missilistico di massa. Nessuna amministrazione americana lo farà mai, non perché non potrebbe tecnicamente, ma perché il costo politico interno sarebbe insostenibile.
Terzo: il Congresso. Il sostegno a Israele gode di un consenso bipartisan blindato che non dipende dal presidente in carica. Se questi decidesse di non difendere Israele in una crisi, il Congresso si opporrebbe con blocchi legislativi immediati. Democratici e repubblicani si uniscono raramente su qualcosa: su Israele lo fanno da decenni, come risultato di lavoro politico, finanziamenti elettorali e reti di influenza costruite nel tempo.
Quarto: la leva asimmetrica. Netanyahu sa perfettamente che Washington ha più da perdere di lui in un collasso mediorientale. Sa che, qualunque cosa faccia, l’America dovrà correre in suo soccorso per non perdere la faccia nel mondo. Questa asimmetria è una leva che Israele usa con consapevolezza e continuità, indipendentemente da chi siede nello Studio Ovale.
Le radici della resistenza
Se questa morsa non fosse mai esistita, ci sarebbe stata la resistenza? Ci sarebbe stato il terrorismo verso l’Occidente? La risposta è no, o almeno non in questa forma. Hezbollah nasce nel 1982 come reazione diretta all’invasione israeliana del Libano sostenuta dagli Stati Uniti. Gli Houthi crescono in risposta a decenni di ingerenze straniere. Le milizie filo-iraniane in Iraq si formano dopo l’invasione americana del 2003, che distrugge uno stato e crea un vuoto che qualcun altro riempie. Nessuno di questi gruppi nasce per colpire l’Occidente perché sì: nascono perché qualcuno ha occupato, bombardato, sanzionato, destabilizzato. Senza l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, senza le basi militari americane nel Golfo, senza decenni di cambi di regime pilotati da Washington, i conflitti del Medio Oriente sarebbero rimasti conflitti mediorientali — dolorosi, complessi, ma interni. È stato l’interventismo sistematico a trasformarli in qualcosa di globale. Chi semina occupazione raccoglie resistenza. Non è una giustificazione morale dei metodi: è una lettura causale della storia.
Il caos controllato e chi ne paga il prezzo
Per Washington, la stabilità in Medio Oriente non è l’assenza di conflitto: è il mantenimento di un ordine in cui il petrolio scorre liberamente, le rotte commerciali restano aperte e i governi locali rimangono nell’orbita occidentale. Alimentare la rivalità tra l’Iran sciita e le monarchie arabe sunnite del Golfo è funzionale: permette di vendere centinaia di miliardi in armamenti, giustifica la presenza militare permanente e impedisce la nascita di una potenza regionale unitaria. Questo è il cuore del neocolonialismo americano in Medio Oriente: tenere tutti dipendenti da Washington, nessuno abbastanza forte da fare a meno di lei.
Ma c’è un attore che questo sistema lo sta scardinando dall’esterno: la Cina. Pechino ha un interesse vitale in un Medio Oriente stabile, perché la sua economia dipende per circa il sessanta percento dal petrolio del Golfo e la sua Nuova Via della Seta ha bisogno di rotte sicure. Non a caso è stata la Cina, nel 2023, a mediare la normalizzazione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran. Ogni bomba sganciata con copertura americana è un paese in meno nell’orbita occidentale e uno in più nell’orbita di Pechino. Il caos controllato sta diventando un caos che l’Occidente non controlla più.
Va detto anche questo, per non cadere in un’analisi unilaterale: la resistenza militare è reale e storicamente causata dall’aggressione esterna, ma è diventata anche la principale fonte di sopravvivenza politica per la teocrazia iraniana. Esattamente come Washington usa la narrativa della minaccia globale per giustificare la spesa militare, Teheran usa la retorica del Grande Satana per distogliere l’attenzione dai disastri economici interni, dalla corruzione e dalla repressione — come hanno dimostrato le proteste delle donne nel 2022 e negli anni successivi. Il nemico esterno è reale, ma è anche tremendamente comodo. In questa guerra, come in tutte le guerre, nessuno degli attori agisce per purezza ideale. E nel mezzo pagano i civili — palestinesi, libanesi, yemeniti, iraniani — che non hanno scelto nessuna di queste partite.
Trump: struttura e acceleratore
Tutto questo si applica a qualsiasi presidente. Ma con Trump esistono due livelli aggiuntivi che vale la pena distinguere.
Il primo è la distinzione tra struttura e acceleratore. La struttura — AIPAC, Pentagono, Congresso, integrazione militare — garantisce che Israele non venga mai abbandonato o sconfitto, indipendentemente da chi governa. Netanyahu ha sempre dovuto calibrare la propria aggressività in base a chi sedeva alla Casa Bianca: con Clinton, Obama e Biden ha trovato freni istituzionali importanti, come dimostra l’accordo sul nucleare del 2015, che Israele detestava e che le amministrazioni democratiche difendevano. Con Trump ha trovato la combinazione perfetta: non un cambio di struttura, ma la rimozione di buona parte dei freni inibitori della diplomazia tradizionale. Il ritiro dal JCPOA, l’assassinio di Soleimani, il via libera alle annessioni. Trump non ha creato l’apparato di potere pro-Israele, ma ha permesso a Netanyahu di usarlo come un’arma offensiva quasi totale — quel “quasi” che si vede proprio in queste ore, quando persino lui deve chiedere pubblicamente più moderazione.
Il secondo livello è quello personale e finanziario. Dal 2020 in poi, la lobby pro-Israele ha versato oltre 230 milioni di dollari a favore di Donald Trump. La figura dominante è Miriam Adelson, vedova del magnate Sheldon Adelson, con una fortuna stimata intorno ai 33 miliardi di dollari. Attraverso il suo super PAC “Preserve America” ha contribuito tra i 100 e i 120 milioni alla sola campagna presidenziale del 2024. Il Republican Jewish Coalition, alleato di AIPAC, ha aggiunto oltre 14 milioni. Trump stesso non nasconde questo rapporto. Parlando alla Knesset il 13 ottobre 2025, ha indicato Miriam Adelson in aula e ha detto, con la sua consueta iperbole dal podio: ha sessanta miliardi nel conto, e ama Israele — una cifra gonfiata rispetto ai 33 miliardi stimati da Forbes, ma eloquente nel rivelare la natura del rapporto. Ha raccontato più volte come gli Adelson lo visitassero nello Studio Ovale spingendolo su scelte precise: il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento delle alture del Golan, il ritiro dagli accordi sul nucleare iraniano. Queste non sono ricostruzioni giornalistiche: sono ammissioni dirette del presidente degli Stati Uniti.
L’AIPAC al suo summit del 2025 si è vantato pubblicamente di aver coltivato l’accesso a tre dei principali funzionari della sicurezza nazionale di Trump, citando esplicitamente Marco Rubio, nominato Segretario di Stato con il sostegno diretto di Miriam Adelson. Peter Thiel, mentore di JD Vance, ha investito 15 milioni nella sua campagna senatoriale nel 2022. Palantir, l’azienda di Thiel fondata con capitale CIA, ha stretto nel gennaio 2024 una partnership strategica con il Ministero della Difesa israeliano per tecnologia utilizzata nelle operazioni a Gaza.
Il nodo Epstein. Il 30 gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato 3,5 milioni di pagine di documenti nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, firmato dallo stesso Trump il 19 novembre 2025. Tra questi, un memo FBI declassificato afferma che Trump sarebbe stato compromesso da Israele, che Epstein avrebbe lavorato per l’intelligence israeliana e che la rete di Chabad-Lubavitch avrebbe cercato di condizionare il suo primo mandato. Va detto con chiarezza: non esiste ancora una prova definitiva di un programma sistematico di ricatto orchestrato da un servizio straniero. I vertici dell’intelligence israeliana, incluso l’ex direttore del Mossad Yossi Cohen, hanno respinto le accuse come prive di fondamento. Quello che i file documentano con precisione, però, è la rete di relazioni. Epstein era vicino all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, ex capo dell’intelligence militare, che visitò la sua residenza newyorkese più di trenta volte tra il 2013 e il 2017. In una mail emersa dai file, Epstein scrive a Barak: dovresti chiarire che non lavoro per il Mossad. Barak risponde: tu o io? Epstein: che io non lo faccio. Non è una prova di colpevolezza. È però il tipo di materiale che, in una relazione asimmetrica di potere, genera una pressione strutturale difficile da ignorare.
Conclusione
Chiunque vinca le elezioni presidenziali negli Stati Uniti eredita una struttura. Quella struttura si chiama alleanza con Israele, e si regge su pilastri che nessun presidente ha mai smontato: la deterrenza globale, l’integrazione militare, il consenso bipartisan al Congresso, la leva asimmetrica che Israele esercita su Washington, e la corresponsabilità di chi ha scelto di fare la guerra insieme e non potrà semplicemente firmare una tregua a una cena di gala e sparire. Nel frattempo, ogni giorno in cui questa struttura rimane intatta, la Cina guadagna terreno diplomatico ed economico nella regione più strategica del pianeta.
Con Trump si aggiunge la distinzione decisiva: lui non ha cambiato la struttura, ha rimosso quasi tutti i freni. Ha trasformato un’alleanza difensiva in un lasciapassare quasi offensivo — quasi, perché persino lui, davanti ai giornalisti del G7, ha dovuto ammettere di dover chiedere a Netanyahu di calmarsi. E sopra questo, i 230 milioni di dollari, il governo costruito con i finanziatori di Tel Aviv, e i file Epstein che pongono domande ancora senza risposta.
Non è Trump il problema, almeno non da solo. Trump è la versione più esplicita, più ostentata, di un meccanismo che esiste da settant’anni — e insieme l’uomo che ha tolto a quel meccanismo gran parte dei freni rimasti.
La firma di Versailles non cambia nulla di strutturale. Israele continua. L’America continua a coprirlo, anche mentre se ne lamenta a microfoni accesi. E nel momento in cui Israele continua a bombardare, l’Iran ha tutto il diritto logico e politico di dire che quella firma non vale nulla — e di trattare le basi americane nel Golfo esattamente come le ha trattate finora.
Cambiano gli inquilini della Casa Bianca. Non cambia chi muore a Beirut, a Gaza, a Sana’a. Questa è la sola statistica che conta, ed è quella che nessun memorandum di pace, firmato in Svizzera o a Versailles, ha mai davvero cambiato.
*già fondatrice di spin____killer




