Diverse le cause che portano a questa patologia coinvolgendo varie fasce sociali, in particolare anche i lavoratori. È necessario un intervento integrato e più risorse per la cura e la prevenzione.
di Ernesto Bodini (giornalista scentifico)
È evidente che la vita frenetica soprattutto di questi ultimi decenni ci fa ricordare la famosa pubblicità degli anni ’70, in cui l’attore Ernesto Calindri sorseggiava un bicchiere di Cynar recitando lo slogan: “Cynar, contro il logorio della vita moderna”. Quell’innocente suggerimento era riferito soprattutto al “superamento” del caotico traffico delle metropoli e, apparentemente, all’epoca non vi erano particolari problemi: eravamo nella ben consolidata era del boom economico… anche se l’eterna burocrazia faceva sempre capolino un po’ ovunque. Ma oggi, con una serie di evoluzioni: culturali, tecnologiche e di emancipazione, il famigerato stress sta coinvlgendo sempre più persone, ad esempio alcune categorie di lavoratori. È di questi giorni il nuovo rapposto dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperzione e lo Sviluppo Economico) sul “Mental Health Promotion and Prevention 2025”, ossia la prevenzione delle malattie mentali, dal quale emerge che il 20% degli adulti nei Paesi europei e OCSE soffre di sintomi lievi o moderati di depressione o ansia, e oltre i due terzi degli stessi non riceve assistenza adeguata. Sempre in ambito europeo, le conseguenze si riflettono in termini di produttività ed esclusione sociale, e i costi complessivi superano il 4% del PIL nei paesi dell’Unione Europea. Altro dato che fa riflettere, secondo il rapporto, il 75% dei disturbi mentali dell’adulto iniziano prima dei 25 anni, e in modo non meno considerevole a partire dall’adolescenza; ma sono le donne quelle maggiormente coinvolte nella misura del 62% rispetto agli uomini, per non parlare dell’incidenza dei suicidi che risulta essere più elevata del 7% negli uomini rispetto alle donne. Dal Focus emerge che l’Italia è carente dal punto di vista del trattamento dei sintomi depressivi e ansiosi, e scarseggia dal punto di vista dell’integrazione delle tecnologie digitali nella salute mentale e assenza di un appropriato piano strategico nazionale aggiornato. Mentre non minore attenzione è rivolta alla cosiddetta depressione post-partum. Per questi problemi si attende il nuovo Piano nazionale per la promozione del benessere psicologico. A fronte di questa realtà tanto emergente quanto significativa l’OCSE invita i Governi ad ampliare l’accesso gratuito per consulenze psicologiche, investire in prevenzione precoce soprattutto per adolescenti, giovani madri e lavoratori a rischio di burnout, integrare la salute mentale nei servizi di base e nei luoghi di lavoro, promuovere l’alfabetizzazione emotiva e la formazione mirata a riconoscere i segnali precoci, sostenere programmi innovativi come pure le reti di assistenza post-partum, peraltro già attive in diversi Paesi europei. Dunque, la salute mentale è un problema che richiede una certa priorità nell’ambito della sanità pubblica. Secondo l’OCSE intervenire precocemente migliora la qualità della vita, riduce i costi sanitari e aumenta la produttività fino al 60%. Qundi anche l’Italia è coinvolta in questa sfida europea con politiche strutturali, garantendo il diritto a tutti della cura psicologica.
Medici infermieri quasi alla deriva… ma sono ancora molti quelli fortemente motivati nel proprio lavoro
Fin qui il problema dal punto di vista più generale. Ma entrando in una “realtà più specifica”, il problema della depressione è fortemente presente nelle categorie professionali soprattutto di medici e infermieri. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un medico e un infermiere su tre soffre di depressione, e uno su dieci pensa al suicidio. A livello europeo l’indagine è stata realizzata su oltre 90 mila operatori di 29 Paesi, tra le cui cause principali sono da considerare violenza, orari insostenibili e contratti precari. È un quadro assai preoccupante nel quale si approfondisce che la sofferenza psicologica non è disgiunta da un diffuso clima di insicurezza, tant’è che nell’ultimo anno un terzo dei medici e degli infermieri ha subìto episodi di bullismo o minacce sul lavoro, il 10% violenza fisica o molestie sessuali, mentre quasi un terzo dei medici e un quarto degli infermieri lavorano con contratti temporanei; per non parlare di orari e turni insostenibili: il 25% dei medici lavora oltre 50 ore a settimana. Ma nonostante questo quadro preoccupante, la maggior parte dei professionisti è ancorata a quel “lodevole” senso di missione, tant’è che tre medici su quattro e due infermieri su tre dichiarano di trovare ancora significato nel proprio lavoro. Per quanto riguarda la realtà italiana, secondo l’indagine il 24% dei medici e degli infermieri evidenzia sintomi compatibili con disturbi d’ansia, mentre la depressione riguarda rispettivamente il 28% e il 32%; inoltre un medico su dieci e un infermiere su dieci dichiara di aver avuto pensieri suicidi passivi nelle due settimane precedenti l’indagine. Ma anche i nostri connazionali per la maggior parte sono fortmente motivati e soddisfatti nell’esercizio della professione, e quindi anche del proprio ruolo, pur considerando che il 10% dei medici e il 15% degli infermieri ha pensato o pensa di cambiare lavoro. Secondo il direttore regionale dell’OMS per l’Europa, Hans Henri P. Kluge, con una carenza stimata di quasi un milione di operatori entro il 2030, non è pensabile di perdere questi operatori a causa del burnout o della disperazione. È evidente che il loro benessere è anche quello di tutti noi.
Breve riflessione di un giornalista medico-scientifico

Qualche tempo fa ho scritto un articolo “Se avessi potuto diventare medico”, ma per una serie di ragioni tale desiderio è rimasto un sogno nel cassetto. Tuttavia, ho avuto comunque l’opportunità di instaurare (e per lungo tempo) una consuetudine con l’ambiente sanitario e maturare i miei interessi legati al mondo dell’informazione medico-scientifica, come pure delle problematiche inerenti il pianeta delle disabilità, circostanze che più volte mi hanno offerto la possibilità di conoscere il medico sotto il profilo professionale e in più casi anche culturale, ma soprattutto umano. Per maturare questa esperienza più volte ho varcato la soglia di ospedali: sale operatorie, corsie e ambulatori (anche sul territorio) quale osservatore-ospite per darne divulgazione, la cui somma delle presenze e relativa descrizione sono state raccolte in un volume dal titolo “Una sanità vissuta a tutto campo – Esperienze in ambito ospedaliero e territoriale del Piemonte raccontate da un giornalista scientifico divulgativo”. Molti gli aspetti positivi sia dal punto di vista della operatività che da quelli delle relazioni umane; ma da rilevare anche quelli relativi ad esperienze i cui medici si sentivano delusi, specie nel confrontare i loro sogni con la realtà che li ha seguiti, sostenuti da quegli ideali che in seguito li ha in parte “soffocati” o erano soggetti ad esserlo. Ciò era (e magari ancora oggi) dovuto alla mancanza di diversi orizzonti di vita, o la scarsa riflessione sui valori esistenziali, privando alcuni di essi della possibilità di orientarsi diversamente rispetto all’impegno comune a tutti… Ciò probabilmente anche a causa dell’ignoranza e dell’attività di alcune Istituzioni nel favorire delusioni professionali e scoramenti (vedasi l’attualità dei fatti), ma anche la mancanza di quella “umana” gratificazione che ogni essere umano può meritare. Illustri cattedratici, medici affermati e in ascesa e una schiera di infermieri, mi hanno trasmesso molte nozioni del loro sapere, come pure non meno importanti i “messaggi” trasmessimi da ogni paziente, sia dal punto di vista della comunicazione attraverso il loro stato di sofferenza che da quello più profondo e intimistico. Un’esperienza, corredata da numerose interviste, attraverso le quali ho potuto conoscere questi professionisti anche attraverso le loro emozioni e talvolta anche preoccupazioni. E l’essere stato nel tempo anche paziente, la considerazione è andata (“egoisticamente”) oltre, non solo per le cure ricevute ma anche per essermi saputo immedesimare (almeno un poco) in quella loro scelta, che come già detto non ho potuto imitare, ma valorizzare il più possibile ruoli e competenze a garanzia del nostro benessere.