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Passeggiata semiseria nel rock progressivo con Fabio Rossi

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Mercificazione della musica, vite tortuose delle band, diversi destini di jazz e prog, omaggi e denigrazioni, vinili da concupire…: di questo e altro abbiamo parlato con Fabio Rossi, autore del libro “Quando il rock divenne musica colta: Storia del prog”.

copertina del libro Storia del Prog di Fabio Rossidi Marcella Onnis

“You may say I’m a dreamer / But I’m not the only one” canta(va) John Lennon sulle note di “Imagine”. Infatti, di sognatori esistiamo pure io e Fabio Rossi. A farci incontrare il rock progressivo, genere ormai di nicchia in cui io mi sto addentrando con grande curiosità (e non minore difficoltà) e di cui lui, invece, è un appassionato ed esperto, come attesta anche il suo libro fresco di stampa “Quando il rock divenne musica colta: Storia del prog”. Potevo perdere l’occasione di farmi guidare un altro po’ negli intricati sentieri del prog? Certo che no! Seguiteci, dunque, in questa passeggiata.

 

“Fabio, partiamo da un punto del libro che vorrei approfondire: quello in cui affermi che, nonostante i musicisti prog siano prevalentemente uomini e bianchi, non si debba pensare a un «fenomeno razzista e maschilista». Quali elementi consentono di escludere questa etichettatura?”

«L’elemento essenziale risiede nel fatto che le liriche dei brani progressive non contengono riferimenti maschilisti o razzisti.»

“Ok, mera casualità, dunque. Ti metto, però, alla prova su un altro punto. Nel libro parli anche delle contestazioni ai musicisti che, al grido di “La musica si sente, il biglietto non si paga”, instaurarono un periodo di Terrore dal sapore giacobino e tennero lontani dai palchi italiani tanti artisti, soprattutto stranieri.  In una nota esplicativa chiarisci che l’ideologia che ispirò queste proteste contestava la mercificazione della musica ad opera di un’oligarchia discografica che fa(ceva) cartello per tenere alti i prezzi di dischi e biglietti. Tu concordi con quest’idea e io sono propensa a fare altrettanto, ma da qui a pretendere di non pagare i biglietti dei concerti e di sentirsi in diritto di insultare – come allora avvenne – gli artisti…”

«Contestare la mercificazione della musica è assolutamente giusto, ma all’epoca si trascese perché non è possibile pretendere di assistere ad un concerto gratuitamente soprattutto al cospetto di artisti affermati. Ci vuole equilibrio in tutte le situazioni e l’aver esagerato fino ad arrivare a scontrarsi con le forze dell’ordine ha portato, di fatto, a una lunga astinenza di concerti importanti nel nostro Paese: un danno enorme!»

“Ottimo, siamo in perfetta sintonia! Saltando di palo in frasca (ma senza andare fuori tema), volevo condividere con te un’altra riflessione, che riguarda le band. Le loro vicende sono spesso tormentate, come dimostra anche ciò che tu racconti: a tuo parere, in un genere in cui il narcisismo è quasi una condizione essenziale per creare, era più alta la probabilità che esplodessero conflitti tra i componenti del gruppo?”

«Sicuramente sì. Tener coesa una band composta da musicisti esperti e un po’ narcisi non era cosa facile

“Già… Ora che mi ci fai pensare, temo per il futuro dei Dear Jack e dei The Kolors… Vabbeh, dai, torniamo seri (si fa per dire): una tua personale classifica dei migliori album prog la troviamo nel tuo libro, quindi ora devi dirci qual è per te l’album più brutto! Almeno uno che non t’è proprio piaciuto ci sarà, no?”

«Ahahahah bella domanda! Rispondo “Love Beach” degli Emerson, Lake & Palmer, un album orrendo, specie il lato A, privo di mordente e melenso. Quando lo acquistai già mi fece innervosire la cover che di progressive non aveva nulla visto che i tre compaiono in una foto sorridenti e abbronzati in uno scenario vacanziero!»

“Sai perché non scoppio a ridere? Perché temo che, ascoltandolo, lo apprezzerò più dei loro album migliori (ahimé, devo ancora esplorarli). Per esempio, l’album che preferisco del Banco del Mutuo Soccorso è “Canto di primavera”, che non è di certo il più prog. Pessima allieva, eh?
A proposito di difficoltà di comprendere, jazz e rock progressivo sono due generi sicuramente non alla portata di tutti, ma il primo è vivo e vegeto, in più dire «Ascolto jazz» fa figo: perché per il prog non è andata e non va così?”

«Il Jazz è un genere a se stante che vanta una storia lunghissima, che parte dai primi del Novecento fino ai giorni nostri senza praticamente conoscere crisi. Il prog, nel quale confluiscono anche elementi Jazz, nasce invece da una costola del rock ed ha avuto una vita breve, seppure intensa, tra il 1969 e il 1975 per poi eclissarsi inesorabilmente per mancanza di idee. Diciamo che, a differenza del Jazz, è stato come una meteora che oggi sta tornando di moda, ma non riesce ad arrivare alla creatività di un tempo finendo per essere relegato come genere di nicchia. C’è tanta buona musica, comunque, bisogna saper cercare e ascoltare con attenzione.»

“Sante parole! A proposito di santità, possiedi “Nuda” dei Garybaldi con la celebre copertina di Crepax?”

«Conosco l’album che adoro, ma non possiedo purtroppo il vinile.»

“Sul serio?! E io che già mi preparavo a invidiarti… Prima o poi comunque quel vinile sarà mio! Concludo con una domanda seria, che vuol essere un omaggio a un’importante firma della musica italiana. Lo scorso agosto è morto Giancarlo Golzi, che è stato ricordato con i grandi successi dei Matia Bazar: tu come lo vuoi ricordare?”

Un uomo seduto su un muretto con alle spalle il mare«Con tutto il rispetto per i Matia Bazar, preferisco ricordare Giancarlo come il batterista dei Museo Rosenbach, autori di “Zarathustra” uno dei più bei dischi progressive italiani di tutti i tempi

 

Tanto vero questo che persino io, scarsa apprendista del rock progressivo, l’ho apprezzato al primo ascolto. Grazie a Fabio, grazie a Francesco Gallina, che me l’ha fatto conoscere e che mi ha iniziato al prog, e grazie a voi per aver camminato un po’ con noi. Buona musica a tutti!

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