
di Ernesto Bodini
Sarebbe interessante capire quali Paesi, tra i più culturalmente emancipati, abbondino o meno di paradossi. Perché questa domanda? Sono nato e vivo in Italia, e da tempo non troppo felicemente — affermazione che devo comunque moderare per rispetto dei miei familiari. Ritengo però opportuno esporre alcune riflessioni.
I paradossi, per definizione, sono assurdità sia verbali sia comportamentali, e l’elenco potrebbe essere interminabile. Prendiamo, ad esempio, il desiderio di fare cultura mettendo a disposizione il proprio sapere. Quando si tenta di contattare una qualunque realtà, pubblica o privata, per proporsi, quasi sempre ci si scontra con un muro: se non si è personaggi noti o presentati da chi “conta”, l’accesso diventa insormontabile.
Lo stesso accade nel volontariato: proporsi come collaboratori è spesso difficile se non si è già “ben introdotti” o dotati di un curriculum considerato adeguato. E anche quando si viene accolti, è necessario adattarsi al modus operandi di chi guida l’associazione. Inoltre, il lavoro di squadra richiede di sottostare a una gerarchia che, talvolta, percepisce il talento o l’intraprendenza di una nuova figura come una minaccia.
Personalmente, fino a qualche anno fa ho collaborato — più o meno brevemente — con ben ventitré associazioni di volontariato. A parte poche eccezioni, ne sono rimasto deluso per motivi che preferisco non elencare, salvo tre aggettivi: presunzione, invidia e narcisismo.
Il vero “buon agire” spesso consiste nel trasmettere conoscenze solide: storia, scienza, cultura generale. Ho iniziato a farlo negli anni ’80 e, con il tempo, ho accumulato esperienza e padronanza. Oggi, però, mi trovo a confrontarmi con persone saccenti, presuntuose e prive di umiltà. Alcuni inseguono la notorietà o incarichi prestigiosi, a discapito di chi lavora con competenza e discrezione.
Questa deriva, a mio avviso, è stata amplificata dai mezzi di comunicazione, soprattutto televisivi, e dai social, che raramente fanno cultura e spesso alimentano illusioni, oltre a favorire comportamenti dannosi.
Il paradosso è questo: più si acquisisce importanza, più si tende a sottomettere anche chi potrebbe essere un esempio. E, talvolta, per fare cultura non basta essere “ministri” della stessa… nemmeno sotto giuramento.
Nell’Italia di oggi sembra non esserci spazio per i ben pensanti e i ben operanti, ma solo per gli illusionisti che vendono fumo e si nascondono dietro sigle politiche o accademiche. Un ulteriore paradosso è la rincorsa al denaro attraverso i quiz televisivi — un’ipocrisia culturale — che premiano chi “tira a indovinare” più che chi sa davvero.
Intanto, sopravvivono milioni di analfabeti di ritorno, mentre coloro che agiscono con le migliori intenzioni, spesso gratuitamente, restano alla porta, indignati di fronte al regresso socio‑culturale alimentato proprio da questi paradossi e assurdità… forse destinati a entrare nel Guinness dei primati.





