L’oppio: origini ed utilità

Recentemente ho partecipato ad un incontro sul tema della “Oppiofobia” nel corso del quale ho fatto alcuni cenni storici dell’oppio, che ritengo di un certo interesse sia dal punto di vista storico che socio-culturale, tanto da proporli ai lettori.

Il papavero da oppio (papaver somniferum) è una pianta erbacea originaria degli altopiani dell’Anatolia. La pianta, appartenente alla famiglia delle Papaveracee, è caratterizzata da un fusto eretto, alla cui sommità si sviluppa un unico grande fiore di colore variabile: violetto, rosa o bianco, ma più spesso di un bel rosso vivo. Fiorisce tra giugno e agosto; i frutti sono delle capsule contenenti numerosi piccolissimi semi. L’oppio ha odore forte e viroso, il suo sapore è amaro, nauseante e particolarmente sgradevole, si ottiene dalle capsule immature nelle quali sono contenuti diversi alcaloidi, fra i quali morfina, codeina e papaverina.

Il succo essicato del papavero ha rappresentato una delle sostanze fondamentali della Medicina fin dai tempi in cui essa non era distinta dalla magia e dalla religione, e di riferimento per quasi tutte le forme di dolore acuto, chirurgico e cronico. L’origine etimologica “Opium” è latina, termine utilizzato per primo da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale descrive le varietà di papavero e gli usi specifici. Persino Galeno (II sec. d.C.) tiene in grande considerazione l’oppio ritenendolo quasi una panacea, ossia un rimedio per tutti i mali. Ma già i Sumeri della Mesopotamia facevano uso del papavero da oppio per i suoi effetti euforizzanti. Gli Egizi lo usavano come sedativo per i bambini, e tra i Greci e i Romani era diffuso come antidolorifico. Ma vi è traccia di bacche di papavero in resti umani in prossimità di alcune tombe scoperte a Rabenhausen (Svizzera). Molti reperti fossili dimostrano che il papavero era conosciuto in Europa e in Medioriente già nel Neolitico e nell’età del Bronzo (5000 a.C. circa). Ippocrate V-IV sec. a.C.) ne descrive le proprietà analgesiche e l’utilità contro la dissenteria; mentre Celso (30 d.C.), in un trattato sulla medicina raccomanda il papavero contro il dolore in genere.

L’arte medica dell’antica Grecia giunge sino agli Arabi che ne descrivono efficacemente anche gli effetti collaterali e i rischi connessi all’uso. In seguito i mercanti arabi lo introdurranno in Persia, India e Cina dove pare fosse già in uso dall’anno 1000. Un ruolo fondamentale nella ri-scoperta dell’oppio va attribuito a Paracelso (1493-1541), medico, alchimista e filosofo tra i più rappresentativi del Rinascimento, il quale rivaluta l’efficacia dell’oppio e prepara il laudano, una mistura che aveva l’oppio come ingrediente fondamentale. Nel XVII secolo il medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689) esalta l’oppio come il più efficace rimedio contro la sofferenza, tanto da sostenere che è un dono di Dio, e che senza questo rimedio non sarebbe possibile alcuna medicina. In particolare affermava: «Fra tutti i rimedi che Dio onnipotente donò all’uomo, non ve ne è alcuno più universale e più efficace dell’oppio. Esso è così necessario alla medicina che questa non potrebbe assolutamente farne a meno, ed un medico che sappia adoperarlo opportunamente otterrà sorprendenti risultati».

Nel XVIII secolo il medico inglese William Heberden (1710-1801) ammonisce sull’attenta scelta del preparato e del dosaggio. Il farmacista svizzero, e chimico autodidatta, Friedrich Sertüner (1783-1841) riesce a isolare dall’oppio lo “specifico elemento narcotico” che denomina Morphium, con palese riferimento a Morfeo, il dio del sonno. L’utilizzo dell’oppio non era all’epoca ritenuto sicuro in quanto l’azione della sostanza era imprevedibile e difficile era stabilire un rapporto dose-efficacia per il trattamento delle patologie dolorose. Per queste ragioni il farmacista fece continui esperimenti per estrarre dalla massa lattiginosa la sostanza attiva utilizzando una non ben definita sostanza cristallina che, purificata con acido solforico ed alcool, si trasformò in polvere bianca. Dopo vari esperimenti su animali (ratti e cani) il giovane e intraprendente chimico prova su se stesso e su tre amici volontari assumendo dosi di morfina, fino all’induzione di sonnolenza, ma con qualche spiacevole conseguenza al termine della sedazione.

Sertüner non si scoraggiò e fece ulteriori esperimenti su se stesso i cui risultati lo portarono a pubblicare nel 1817 un lavoro su “Della morfina come componente principale dell’oppio”. Si diffuse così l’uso degli oppiacei, anche a scopo voluttuario e, nel 1898, con una notevole campagna pubblicitaria rivolta ai medici e agli ospedali la commercializzazione della diacetilmorfina (eroina), indicata contro tutti i dolori, e quindi come sedativo. Ed è quindi a partire dalla Rivoluzione industriale del 1800 che l’oppio diventa una sostanza a basso costo e per questo molto diffusa: l’Inghilterra possedeva in India notevoli piantagioni di oppio e ne commercializzava in tutta Europa, tanto che si verificò un’epidemia d’abuso più grave dell’alcolismo. Proprio in questo periodo furono creati i primi farmaci a base d’oppio, e tale fu la produzione che l’uso d’oppio si diffuse anche nel mondo letterario e intellettuale (ne fecero uso Byron, Dickens e Boudelaire).

Nei successivi decenni sono stati sintetizzati molti farmaci oppioidi, e la scoperta dei diversi recettori per gli oppiacei ha portato alla individuazione del sistema degli oppioidi endogeni, importanti per il controllo endogeno del dolore e dello stress, che però non provocano dipendenza. La morfina e i farmaci oppioidi sono oggi largamente utilizzati in tutto il mondo per il controllo del dolore acuto e cronico. Nessuna altra categoria di farmaci risulta essere più efficace per il controllo del dolore nocicettivo (per nocicezione si intende la ricezione, trasmissione ed elaborazione centrale di uno stimolo doloroso corrispondente ad un danno tissutale potenziale o in atto, n.d.a.) e come sofferenza, cioè reazione emotiva al dolore stesso. Ma vorrei concludere con due aforismi che, dal punto di vista storico e culturale, a mio avviso costituiscono sempre un valido esempio di saggezza… o quanto meno di riflessione. «Il dolore è un nefando Signore dell’umanità, più terribile della morte stessa» (Albert Schweitzer, medico filantropo alsaziano – (1875-1965). «Il dolore è l’unica entità alla quale si obbedisce sempre» (Marcel Proust, scrittore francese – 1871 – 1922)

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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