
Riconoscere i meriti in vita rischia di alimentare ambizioni, rivalità e scelte discutibili.
di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
Nel corso dei secoli si sono susseguiti molti personaggi che hanno fatto la storia e che, con il loro esempio di dedizione e intraprendenza, ci hanno lasciato preziose eredità: intellettuali, artisti, scienziati, figure culturali di grande spessore. Per evitare che i posteri dimentichino tali contributi, è consuetudine dedicare a questi “valorosi” padri del sapere un monumento, una via, una piazza o, più semplicemente, una targa da apporre in una sede pubblica o istituzionale.
Ma oggi, per effetto di presunzione, ambizione, egocentrismo, rivalità e campanilismo, molti pretendono che tali riconoscimenti vengano attribuiti in vita, quasi a voler dire: «Cari concittadini, sappiate quanto ho fatto e sto facendo per voi… e ricordatevene sin da ora!».
Un altro aspetto da considerare è la scelta dei personaggi da commemorare, spesso condizionata da politici locali o nazionali. È di questi giorni, ad esempio, la rimozione delle lettere del presidente americano Trump — sempre più affetto da egomania — collocate sulla facciata del John F. Kennedy Center, prestigiosa istituzione culturale. Una collocazione da lui pretesa, ma che un giudice ha revocato accogliendo il ricorso della deputata dem Joyce Beatty, stabilendo che per modificare un’intestazione serve una legge approvata dal Congresso.
Lo stesso discorso vale per le lauree honoris causa o ad honorem, che solitamente vengono assegnate post mortem dai Senati Accademici. Nel nostro Paese l’elenco dei designati è ormai lunghissimo e, a mio avviso, mai come negli ultimi anni si sono attribuiti tali titoli in modo discutibile… anche a sportivi, attori, cantanti e personaggi dello spettacolo, spesso per il contributo reso alla comunicazione. Recente è il conferimento dell’Università dell’Insubria al presentatore televisivo Gerry Scotti, con la laurea magistrale honoris causa in Scienze e tecniche della comunicazione.
Non conosco personalmente questo personaggio, né i suoi colleghi che lo hanno preceduto nel medesimo riconoscimento, ma mi sia consentito osservare che molti hanno raggiunto l’apoteosi — illuminando le sedi accademiche — soprattutto grazie alla loro notorietà. Nel frattempo, figure meno note ma altrettanto meritevoli restano nell’ombra, anticonformiste per natura, e vivono bene anche senza alcun titolo onorifico, forti della propria ricchezza interiore.
Credo che riconoscere pubblicamente certi meriti — soprattutto quelli di elevato valore simbolico — sia più corretto dopo la morte dei designati, rievocandone non solo l’excursus, ma anche la profondità del pensiero e dei sentimenti. Questo compito dovrebbe spettare a docenti universitari, biografi o studiosi di storia, purché privi di conflitti di interesse e lontani da qualsiasi ideologia. Individuarli con meticolosità non è semplice, ma necessario.
Il proverbiale concetto del “valere più l’essere che l’apparire” è ormai superato e invertito da tempo, complice la prepotenza dei mass media, televisione e cinema in primis. Ecco perché si tende sempre più a imporsi anche quando non si ha alcun merito reale.
Una conferma di questo fenomeno è data dal diffondersi dei cosiddetti followers nei social media: persone che seguono un soggetto iscritto a una pagina business per riceverne contenuti e aggiornamenti. È l’effetto della comunicazione moderna, che spesso oscura chi meriterebbe davvero di essere ricordato come esempio.
Oggi molti comportamenti sfuggono al controllo, rivendicando un’idea distorta di libertà: una conquista firmata da chi ci ha preceduto e che, forse, non vorrebbe essere ricordato in certe circostanze. Agire in silenzio, invece, è spesso più saggio: essere ricordati a posteriori ha un valore più incisivo.
Un tempo sulle lapidi compariva l’epitaffio «Qui giace…», seguito dal nome e da una breve sintesi del valore del defunto. Oggi questa formula è quasi scomparsa, sostituita da espressioni ridondanti e retoriche.
È vero che molti scienziati sono stati insigniti di numerose lauree honoris causa, ma tali riconoscimenti provenivano da istituzioni diverse e riguardavano esclusivamente la loro attività scientifica, artistica o culturale — mai ludica. Lo stesso vale per l’assegnazione del Nobel, ma questo è un capitolo che merita un approfondimento a parte.





