
Sempre più pazienti rinunciano alle cure mentre la sanità privata diventa un business. La salute e la vita non sono uguali per tutti

di Ernesto Bodini (giornalista esperto di tematiche sociali)
Si dice che la vita non ha prezzo e, a monte, che la salute non ha prezzo. Ma è davvero così? Nel nostro Paese questo secondo concetto non corrisponde al vero e, nei casi peggiori, vale altrettanto per il primo. Il nostro SSN ha quasi mezzo secolo (Legge 833 del 1978) e, da allora ad oggi, molto si è fatto e molto si è scritto: libri, reportage, un’infinità di articoli, dibattiti e inchieste che ci hanno aggiornato sulle successive integrazioni alla suddetta Legge, con varianti e adeguamenti normativi e finanziari da parte delle Istituzioni verso gli stessi cittadini (ad esempio i “famigerati” ticket per coloro che non ne sono esenti).
Ad aggravare il quadro ci ha pensato la pandemia da Covid-19 che, per essere affrontata (dal 2020 al 2024), ha richiesto notevoli stanziamenti e sacrifici sovrumani agli operatori sanitari di qualunque disciplina, parte dei quali ha poi perso la vita come tanti altri cittadini.
Un evento imprevedibile che ha messo in ginocchio il SSN, la cui gestione — soprattutto politica e comunicativa — non è stata delle migliori.
Tra le più recenti pubblicazioni date alle stampe (che personalmente ho letto e recensito), vale la pena segnalare:
- Codice Rosso. Come la sanità pubblica è diventata un affare privato (Milena Gabanelli e Simona Ravizza, FuoriScena–Corriere della Sera, 2024);
- Il diritto alla salute. Le scelte coraggiose che chiedo alla politica (prof. Silvio Garattini, San Paolo, 2025);
- Una sanità uguale per tutti. Perché la salute è un diritto (Rosy Bindi, Solferino, 2025).
Nel primo caso le autrici descrivono fatti e misfatti all’interno e all’esterno del nostro SSN: mentre il pubblico “arranca”, il privato cresce. Nel secondo caso Garattini offre una puntuale e aggiornata fotografia del fatto che, ancora oggi, la salute non è garantita a tutti. Nel terzo caso Bindi ricorda che la Sanità è un diritto da difendere, ripercorrendo le tappe della Legge sanitaria che aveva — e dovrebbe mantenere — una garanzia di universalismo che negli anni si è andata attenuando, e non poco.
Tralasciando le successive innovazioni di adeguamento alla Legge, l’attualità dei fatti ci riporta un quadro ulteriormente desolante e preoccupante: l’infinita sequela delle liste di attesa e, come conseguenza, i 10 miliardi di euro all’anno spesi da cittadini-pazienti-contribuenti, sia direttamente sia tramite polizze assicurative, i cui premi sono peraltro notevolmente aumentati, con conseguenti disdette dei contratti. Ulteriore conseguenza: i cospicui introiti della sanità privata (convenzionata, accreditata o totalmente privata), a garanzia del libero mercato e della libera intraprendenza.
«Quello che nessuno ci spiega — precisano Gabanelli e Ravizza in un reportage sul Corriere della Sera del 2 febbraio scorso — è il motivo per cui queste liste di attesa non si riducono mai e quali interessi economici contribuiscono ad alimentarle… Anche se dovrebbero essere tenute sotto controllo, accade il contrario». Indubbiamente il circolo è a dir poco vizioso (a mio avviso anche fazioso), se si considera la discutibile interpretazione applicativa della libera professione intramoenia.
Ancora oggi molti cittadini non sanno imporsi nel far rispettare le classi di priorità che devono essere indicate sulle ricette dai medici prescrittori quando richiedono una visita specialistica o un esame strumentale. Ricordo che esse sono così costituite:
- Urgente (U): entro 3 giorni
- Breve (B): entro 10 giorni
- Differita (D): entro 30 giorni
- Programmabile (P): entro 120 giorni
Le giornaliste ricordano che, quando le classi di priorità non possono essere rispettate, il direttore generale dell’ospedale deve (o dovrebbe) rivolgersi ai medici che svolgono attività a pagamento all’interno della struttura, affinché la riducano a vantaggio del sistema sanitario nazionale. Oppure ogni Regione dovrebbe farsi aiutare dai privati accreditati. Ma, alla resa dei conti, queste procedure vengono rispettate?
Si rammenta al cittadino che, in caso di mancato rispetto dei tempi di attesa, egli ha il diritto di utilizzare la libera professione all’interno dell’ospedale pagando solo il ticket, se non esente. Ma, al di là di questo, dovrebbe essere chiaro a tutti che le liste di attesa sono un serbatoio assai redditizio e che abbatterle non conviene a nessuno. I pazienti con motivazione di urgenza (classe U o B) non dovrebbero arrendersi e, se necessario, come più volte ho scritto, avvalersi di un esposto/diffida per omissione e quindi per mancata assistenza.
Resta un altro dilemma: chi e come aiutare quei cittadini che, oltre a non possedere una piattaforma online, non sono in grado di attenersi a determinate procedure e quindi di difendersi? Per rispondere a questa domanda si dovrebbero chiamare in causa le singole Regioni (visto che godono della cosiddetta autonomia differenziata), ipotizzando una qualche soluzione. Diversamente, continueranno ad aumentare i pazienti costretti a rinunciare alle cure.
In compenso però (si fa per dire), il nostro servizio sanitario garantisce le cure anche ai nullafacenti, parte dei quali, vivendo di espedienti, continuano a delinquere… e noi a pagare anche per loro.
Per dovere di ulteriore informazione ricordo che le Asl sono solerti nel richiedere al cittadino — anche se esente — che non ha disdetto in tempo utile una prenotazione, il pagamento del ticket o di una sanzione amministrativa che generalmente varia da 30,00 a 46,00 euro.




