No-profit e informazione: la parola a Ernesto Bodini

No-profit e informazione: la parola a Ernesto Bodini

di Marcella Onnis

Ernesto Bodini è giornalista medico-scientifico, biografo e critico d’arte. È membro del Comitato esecutivo, addetto stampa e P.R. dell’Aitf (Associazione italiana trapiantati di fegato) nazionale. Non solo: da oltre trent’anni interviene con azioni no-profit nei confronti dei disabili e di tutte quelle persone che non sono in grado di superare gli ostacoli della burocrazia.

Il suo “credo professionale” – che Bodini ama tanto condividere con gli altri quanto applicare nel proprio lavoro – è racchiuso in queste righe: “Chi si occupa di informazione sa che il ruolo della divulgazione è da considerare un diritto-dovere, ma anche un serio impegno che ne garantisca la crescita culturale, sociale e civile. Il settore dell’informazione medica, scientifica e sanitaria in particolare, è però più delicato e per questo il giornalista preposto deve avere più cultura e volontà di aggiornarsi costantemente, anche vivendo esperienze sul campo… Inoltre, lavorare ed impegnarsi per il miglioramento della propria cultura significa contribuire al miglioramento della società. Un preciso dovere nostro, di uomini e cittadini, senza per questo privarci della nostra libertà”.

Viste queste premesse, non vi stupirà di certo che la nostra redazione abbia voluto sentire la sua opinione su alcuni importanti temi d’attualità quali il futuro del Terzo settore, l’etica del giornalismo e i finanziamenti all’editoria.

 

Signor Bodini, in Italia il volontariato oggi svolge “azioni di intervento che spetterebbero alle Istituzioni pubbliche”. Secondo lei in quali ambiti e con che modalità il settore dovrebbe porre fine a questa “sostituzione”?

“Da molto tempo sostengo che l’attività di volontariato deve essere pura (e spontanea) espressione pratica della persona nei confronti del prossimo, dedicandosi in un settore (o più settori) per il quale si sente predisposta e ne ha attitudine. Intervenire in ambiti istituzionali, come ad esempio nella Protezione Civile e nei Vigili del Fuoco, non spetta ai cittadini volontari ma ai dipendenti delle Istituzioni di riferimento. Detto questo, non intendo porre critiche o limiti a benevoli iniziative dai nobili risvolti sociali, ma è bene rientrare nei concetti della coerenza e della razionalità: ciascuno deve agire nei propri ambiti professionali e sociali, e non è compito del volontariato sanare il Welfare state. In caso contrario, a mio parere, le Istituzioni verranno sempre meno ai loro doveri…”

Cosa ne pensa della proposta di Carlo A. Maffeo, presidente dell’Aitf, di “definire un Quarto settore distinto dal Terzo settore, comprensivo di tutte le associazioni che svolgono veramente il volontariato in forma gratuita e che escluda attività commerciali e produttive ancorché marginali”?

“Il presidente Maffeo ha perfettamente ragione: per una serie di motivi (oltre che per “convenienza” istituzionale) il Terzo settore è rappresentato nel nostro Paese dal Volontariato, un arcipelago immenso all’interno del quale sono nate e nascono realtà di vario genere, come le numerose Cooperative, che in sostanza sono poi dedite a profitti… (anche se dal punto di vista dell’utilità sociale creano posti di lavoro). Per questa ed altre ragioni il Volontariato dovrebbe rappresentare il Quarto settore, un ambito di appartenenza nella scala dei valori sociali che per antonomasia è espressione reale della totale gratuità dell’operato dei suoi appartenenti, la maggior parte dei quali il più delle volte non pretende alcuna forma di “rimborso spese” sia pur ampiamente giustificate”.

E come valuta, invece, la proposta, avanzata da don Vittorio Nozza (direttore della Caritas nazionale) ma anche da politici quali Prodi, Lupi, ed Enrico Letta, di contrastare la “crisi” del Servizio civile rendendolo obbligatorio?

“Su questo aspetto sinora non mi sono posto il problema; tuttavia, se posso esprimere la mia opinione credo che non sia lecito imporre (soprattutto con un provvedimento legislativo) un Servizio che, per quanto civile, andrebbe contro la libertà dell’individuo. Secondo l’art. 3 della Costituzione spetta alla Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale; contrastare una “crisi” come quella del Servizio civile servendosi dell’operato dei cittadini (che potrebbero non avere attitudine per determinati ruoli) equivarrebbe ad una coercizione inutile e dannosa, sia dal punto di vista etico che materiale”

Lei ama giustamente ricordare ai suoi colleghi giornalisti che, soprattutto quando in ballo c’è la dignità delle persone (divulgazione medico-scientifica, cronaca giudiziaria e nera…), “l’informazione deve essere precisa, corretta e non superficiale”. A suo parere, oggi, chi fa informazione è consapevole della responsabilità che si assume verso il pubblico? Al giorno d’oggi, seguire quella che lei chiama “etica del buon esprimere” è la regola o l’eccezione?

“Ad un congresso di Criminologia e Psichiatria, nel corso del quale ho tenuto una relazione sul ruolo dell’informazione specializzata, ho precisato, tra l’altro, che la stessa implica etica e cultura tale da garantire la crescita sociale e civile.  Questo settore, in particolare, non ha bisogno di scoop o di sensazionalismo; per contro, nell’ambito del giornalismo in genere corre un vecchio detto: “Gli errori dei magistrati finiscono in carcere, gli errori dei medici finiscono sottoterra, gli errori dei giornalisti finiscono in prima pagina”. Affermazioni che in diverse occasioni si sono purtroppo concretizzate, e questo, ci induce a considerare che essere giornalisti, oggi, comporta una notevole responsabilità proprio perché chi divulga attraverso qualunque mezzo, ha sì il diritto-dovere di informare, ma deve nel contempo rispettare la verità dei fatti, tutelare la personalità e la dignità altrui, sostenuto da un buon grado di correttezza e competenza delle notizie che intende divulgare. Quindi la cosiddetta “etica del buon esprimere” non è dettata da codici deontologici o normative, ma più semplicemente dai valori morali che sono propri di ciascuna persona, e se ciò è la regola o l’eccezione, lascio rispondere ai lettori”.

In suo articolo afferma che “l’universo editoriale non è sempre propenso a supportare l’informazione corretta, all’insegna della corsa alla notizia o allo scoop”. Crede che questa propensione alla superficialità (se non anche al pressapochismo) si aggraverà a causa dei nuovi e rapidissimi mezzi di diffusione dell’informazione (vedi Twitter)?

“Attualmente in Italia siamo circa 80 mila giornalisti iscritti all’Albo professionale, la maggior parte dei quali, mi risulta, sono freelance e collaboratori occasionali, e diverse sono le testate giornalistiche. La propensione alla superficialità e al pressapochismo è purtroppo ricorrente anche per il fatto che non tutti gli Editori richiedono requisiti come la professionalità e l’esperienza in questo o quel settore dell’informazione, ma “prediligono” la segnalazione di collaboratori (da assumere o meno) per nepotismo e clientelismo. A questo proposito, alla domanda su internet dell’associazione Aipsimed: i giornalisti fanno buona informazione medica?, rispondevo: “A mio modesto parere fanno buona informazione tutti i giornalisti che hanno la predisposizione e le relative competenze per l’esercizio di tale nobile e “responsabile” professione, specie se in ambito scientifico. Naturalmente la dottrina etica deve essere propria di ogni giornalista; purtroppo, però, tale dottrina non è propria di tutti gli operatori dell’informazione. Va rilevato inoltre che i giornalisti freelance sono quasi sempre “estraniati” da una fattiva collaborazione con i “colleghi” non freelance, ossia coloro che sono dipendenti di grandi testate: l’umiltà è una dote rara in questo ambito professionale”. Pertanto, ritengo che ogni mezzo di diffusione (profit o no-profit) debba essere gestito più responsabilmente sia dall’editore che dal direttore responsabile, avvalendosi di collaboratori di comprovata etica e professionalità”.

Con molta probabilità il sistema dei finanziamenti all’editoria subirà a breve dei cambiamenti. Lei quali proposte di riforma avanzerebbe? È d’accordo con Matteo Renzi quando propone di togliere il finanziamento pubblico sia ai partiti che all’editoria per destinare tali risorse al sociale?

“Soprattutto in tempi di ristrettezze, come è noto, è sempre il sociale ad essere più penalizzato, e non trovo corretto e tanto meno onesto attuare una politica che non tenga conto della importanza dell’informazione e quindi dell’editoria. Per quanto mi riguarda, come cittadino dal libero pensiero, sono contrario al finanziamento pubblico dei partiti politici che, costituendosi liberamente per propria scelta, dovrebbero autofinanziarsi… Per quanto riguarda il finanziamento all’editoria è bene che ogni editore, che rappresenta la privata imprenditoria, si finanzi da sé, giacché pubblicando e vendendo ottiene notevoli introiti; mentre per l’editoria “non imprenditoriale”, ossia quella che riguarda le attività non-profit, ad esempio, sarebbe giusto (e democratico) sostenerla non solo perché svolge un servizio sociale di notevole estensione, ma anche perché spesso non ha mezzi propri per sostenersi e, purtroppo, in molti casi nemmeno validi giornalisti “votati” a tale ruolo certamente non meno responsabile”.

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