Dove il sé e il Noi si co‑costituiscono nell’esperienza dei sensi

di Francesco Augello*
Abstract:
Un saggio breve che riflette sul modo in cui ogni persona alterna momenti di autosufficienza e fasi in cui diventa essenziale aprirsi agli altri. Mette in luce la necessità di adattarsi alle circostanze, scegliendo quando proteggersi e quando accogliere ciò che arriva. Da questa capacità di modulare il rapporto con il mondo nasce un’esistenza più ricca e consapevole.
La vita è un equilibrio di respiri:
uno è il tuo, l’altro arriva dal mondo che decidi come abitarlo.
Introduzione
“Nessuno si salva da solo”, per un attimo ci proietta al romanzo di Margaret Mazzantini, alla contemporaneità del noi. Ma analizzandola sul piano psicologico è una frase che, paradossalmente, può persino risultare per taluni disturbante. In un tempo che celebra l’autonomia, l’indipendenza e il mito del “farsi da sé”, suona come una provocazione, quasi una negazione della forza individuale. Eppure, non parla di debolezza, ma della nostra natura più profonda: siamo esseri relazionali, e la nostra sopravvivenza psicologica è sempre intrecciata a quella degli altri (Siegel, 2012). Come ci ricorda la fenomenologia, da Husserl a Merleau-Ponty, l’esperienza non è mai puramente privata, ma si costituisce nel mondo condiviso, nell’incontro con l’alterità e con i sensi che danno forma al nostro modo di esistere. Ogni percorso umano poggia e corre lungo una trama silenziosa di una spirale, talvolta provvisoria, altre adesiva, in continuo stare su di una tela di ancoraggio che rimanda a una molteplicità di sfondi del nostro incedere. Anche quando crediamo di aver fatto tutto da soli, ci accorgiamo di essere stati sostenuti da un intreccio di presenze (Bowlby, 1988; Winnicott, 1971), contesti e apprendimenti: l’educazione ricevuta e quella negata, le parole che ci hanno incoraggiato ma anche quelle che ci hanno demolito, le infrastrutture sociali che ci hanno permesso di crescere o che hanno rappresentato un freno, la vicinanza discreta di chi ci ha voluto bene e persino l’ostilità di chi ci ha odiato. La “salvezza”, intesa come benessere integrale, non nasce mai nel vuoto. È un processo che si nutre di relazioni, appartenenze e sguardi.
L’essere umano non è trasparente a se stesso. Esistono zone cieche, schemi ripetitivi, ferite che non riusciamo a vedere senza uno specchio esterno. La Gestalt parla di “confine di contatto” (Perls, Hefferline & Goodman, 1951) per indicare il luogo esperienziale in cui l’organismo incontra l’alterità del mondo. Non è necessariamente un’altra persona, ma tutto ciò che emerge dallo sfondo come diverso da sé. È lì che, nel processo vivo del contatto, ciò che è confuso o implicito può prendere forma e diventare consapevolezza. L’Altro, che sia un amico, un partner o, con un’intenzionalità diversa, un terapeuta, può diventare il luogo in cui ciò che non riusciamo a nominare prende forma. In questo senso, salvarsi significa anche accettare che la consapevolezza nasce nel dialogo, non nell’isolamento, nel rimuginio.
Il senso come esperienza condivisa
Se intendiamo la salvezza come ricerca di senso, allora essa non può essere un atto solitario. La gioia, il sollievo, la guarigione psicologica acquistano valore quando trovano un testimone (Stern, 2004 Gendlin, 1981). Una vita dedicata esclusivamente alla propria sopravvivenza rischia di trasformarsi in una forma raffinata di solitudine, dove tutto è sotto controllo ma nulla è condiviso.
Esiste però un’altra verità, altrettanto importante. Cosa accade quando l’unica risorsa sei tu, quando non vi sono altre presenze da poter contattare? Ci sono momenti in cui l’unica risorsa disponibile è il proprio sé. Momenti in cui la vicinanza degli altri è assente, impossibile o addirittura tossica. In queste fasi, salvarsi da soli non è una scelta filosofica, ma un atto di sopravvivenza. È la forza di chi nuota in mare aperto senza una barca, di chi è stato spinto ad adattarsi in un movimento di salvezza che, in quel momento, era l’unico possibile e il migliore.
È semplicemente resilienza, una parola spesso abusata e talvolta indossata da chi non ne ha mai conosciuto davvero il peso, ma che per altri rappresenta l’unica postura che ha permesso di restare in piedi. È la risposta di chi ha conosciuto delusione, abbandono o tradimento, ma anche di chi ha attraversato sofferenze così profonde da trasformare persino l’angoscia esistenziale in una direzione, in un movimento orientato alla ricrescita e all’autenticità (Van der Kolk, 2014; Yalom, 1980).
Il prezzo del fare tutto da soli
Ma in questa autosufficienza, reale e potente, c’è un prezzo, spesso molto alto. Portare tutto sulle proprie spalle logora. L’iper‑controllo diventa una corazza che protegge, ma che isola. E quando finalmente arriva qualcuno di valido, il muro costruito per sopravvivere può diventare così alto da impedire l’ingresso (Neff, 2011). La sopravvivenza solitaria salva la vita, ma rischia di impedire la vita piena. E allora potremmo dire che si può anche riuscire a sopravvivere da soli, ma si fiorisce insieme. Se la sopravvivenza può anche essere un atto individuale, un gesto di forza che appartiene in dati momenti solo a noi, la salvezza, invece, intesa come pace interiore, senso, pienezza, nasce necessariamente nello spazio tra noi e l’altro, in quella zona relazionale dove la nostra esperienza tanto mentale quanto corporea trova finalmente un testimone.
“Nessuno si salva da solo” non è un invito alla dipendenza, né una negazione dell’autonomia. È un riconoscimento della nostra doppia natura: solitaria quando serve, interdipendente quando è possibile, con la consapevolezza che l’apertura all’altro rimane sempre una possibilità. La maturità psicologica sta nel saper oscillare tra queste due polarità, senza assolutizzarne nessuna, accettando che la forza individuale e la relazione non sono opposti, ma parti complementari della stessa umanità.
Conclusioni
Quando leggiamo o sentiamo una frase potente come “nessuno si salva da solo”, essa va accolta come un invito a riconsiderare il modo in cui abitiamo la nostra esistenza. Non ci chiede di scegliere tra autonomia e relazione, ma di riconoscere come entrambi siano movimenti vitali, necessari in momenti diversi della nostra storia e del nostro presente. Nella prospettiva fenomenologico‑gestaltica, ogni esperienza prende forma nel confine di contatto, là dove il sé incontra il mondo e si organizza in base a ciò che emerge figura dopo figura. Ci sono stagioni in cui possiamo o sentiamo la necessità di bastare a noi stessi e altre in cui avvertiamo il bisogno e la possibilità di essere raggiunti: non come opposti, ma come polarità che si alternano nel campo in cui il soggetto diventa un tutt’uno con l’ambiente. La vera sfida, tuttavia, non è salvarsi da soli o insieme, ma imparare a leggere ciò che la vita ci chiede in ogni passaggio: quando trattenere, quando lasciare entrare, quando resistere e quando affidarci, quando semplicemente stare con ciò che sentiamo, quando rispettare i confini, tanto i nostri quanto quelli dell’altro. È in questa disponibilità al contatto che si apre anche un processo di cura interiore: l’incontro con l’altro diventa il luogo in cui il sé si amplia, si riconosce e si rigenera, permettendo al Noi di emergere come spazio di senso e a un sé più ricco di prendere forma. È un esercizio di presenza, di ascolto fenomenologico di ciò che emerge nel qui‑e‑ora, senza forzare né anticipare il movimento successivo. In questa capacità di modulare la distanza e la vicinanza, nella fluidità tra forza e vulnerabilità, si gioca la possibilità di una vita piena, proprio come nella musica: non è la nota isolata a creare armonia, ma il modo in cui entra in relazione con le altre, trovando il suo posto nel ritmo comune. Così anche il sé, nella visione della Gestalt, non è un’entità chiusa, ma un processo in continuo divenire che si ri-definisce nell’incontro.
BIBLIOGRAFIA MINIMA:
Bowlby, J. (1988). Una base sicura. Raffaello Cortina Editore.
Gendlin, E. T. (1981). Focusing. Astrolabio.
Mazzantini, M. (2011). Nessuno si salva da solo. Mondadori.
Neff, K. (2011). Self‑Compassion. FrancoAngeli (ed. it.).
Perls, F., Hefferline, R., Goodman, P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Astrolabio.
Siegel, D. J. (2012). La mente relazionale. Raffaello Cortina Editore.
Stern, D. N. (2004). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.
Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore.
Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando Editore.
Yalom, I. D. (1980). Psicoterapia esistenziale. Bollati Boringhieri.
(*) Francesco Augello (Agrigento, 1973), docente formatore, psicologo, pedagogista, aforista e saggista, orienta la sua ricerca alle tematiche cliniche e socio‑psicoeducative. È consulente tecnico per il Tribunale di Agrigento, riconosciuto per l’attenzione ai fenomeni di abuso su minori e adulti e per la sensibilità nello studio delle condizioni di disabilità e delle diverse forme di vulnerabilità funzionale.