Nereto: nuova archiviazione del delitto Masi, “cold case” abruzzese


E’ di questi giorni la notizia della nuova archiviazione del procedimento giudiziario per risalire ai responsabili del delitto di Libero e Emanuela Masi, avvenuto a Nereto, in provincia di Teramo, il 2 giugno di 5 anni fa.
L’archiviazione è arrivata, nonostante una proroga imposta dal giudice, la quale, purtroppo, non ha sortito gli effetti sperati, per i troppi anni di distanza dal delitto. E’ stato praticamente impossibile, infatti, trovare nuovi elementi e piste da battere alla ricerca dei colpevoli, che ancora oggi sono liberi. Ma procediamo con ordine per presentare la vicenda. Libero Masi, noto avvocato penalista e presidente di SlowFood e sua moglie Emanuela, entrambi di 57 anni, la sera del loro assassinio, sono in casa. Al piano di sopra vive la zia di Emanuela, pressoché inferma, che durante il giorno viene assistita dalla badante, signora Adalgisa.
Verso le 22,30 Giulio F., proprietario di un agriturismo e lontano parente della coppia, porta un vassoio di “ceppe” pasta artigianale abruzzese, alla famiglia. Si trattiene qualche minuto, poi se ne va. Sarà l’ultimo a vedere Libero Masi e sua moglie, vivi.
Indicativamente verso le ore 24, Libero si accorge che dalla porta d’ingresso della villa esce del fumo, apre per vedere cosa stia succedendo. E in quel momento viene aggredito. E’ colpito quattro volte al capo con un arnese, un’ascia, mai ritrovata e sua moglie, nel frattempo accorsa, con due. La violenza e l’accanimento sulle due vittime sono tali, diranno poi gli investigatori, da apparire sconcertanti. La mattina dopo, la signora Adalgisa, recatasi ad assistere l’anziana zia di Emanuela, si trova davanti alla scena del delitto: sangue dappertutto, i corpi dei coniugi riversi uno sopra l’altro. La zia, ignara, al piano di sopra. Viva. La signora Adalgisa, sconvolta, corre dai carabinieri che si dirigono immediatamente sul posto. Ma alla villa arrivano anche i vicini di casa, i curiosi. La scena del crimine è completamente inquinata, anche se da subito si evince che le modalità del delitto, malgrado i rozzi tentativi di depistaggio, ricordano quelle di un’esecuzione. Quali interessi aveva toccato, Libero Masi, di quali affari si era occupato e a chi aveva dato così fastidio da essere eliminato in un modo tanto feroce? Non lo sapremo mai. Come non sapremo mai chi è stato ad infierire su Emanuela, mentre Libero cercava anche di proteggerla, reagendo ai suoi assassini. Questo è scaturito dalle indagini, che ad oggi, però, non hanno portato a nulla di concreto. Uno tra i primi sospettati è stato proprio il figlio della coppia, che però ha presentato un alibi di ferro, perché nell’ora del delitto si trovava in viaggio, come hanno dimostrato gli scontrini dell’autostrada. Caduta l’ipotesi di un delitto consumatosi all’interno della famiglia, di certo non vi è più niente. L’unica certezza è che gli assassini della coppia, oggi, sono ancora in libertà.
Il risultato è sconfortante e puzza di bruciato. Perché chi ha sentito o visto qualcosa, non parla? Come si può, ci chiediamo, in una calda serata estiva, a finestre aperte, nel pieno centro storico di un tranquillo paese della provincia teramana, non sentire le urla disperate di due persone aggredite a morte? Libero Masi era un integerrimo operatore della Giustizia, una persona molto attiva anche in ambito culturale. Il suo funerale e quello di sua moglie si tenne in Piazza dell’Unità, a Nereto, e non in chiesa, perché i coniugi erano atei. Ma le loro idee certo non influivano nei rapporti con la gente del posto, che li stimava profondamente. Emanuela era molto socievole e la loro casa era davvero aperta a tutti, nel senso letterale del termine, perché spesso non veniva chiusa, come ci riferisce la fioraia del paese, che spiega : “Spesso entravo a portare le ordinazioni e salivo fino al piano di sopra, dalla zia, senza che nessuno se ne accorgesse, malgrado avessi suonato più volte.” La gente di Nereto ha paura. Sul delitto aleggia un’aria di omertà, quando si parla di quelle morti, la gente si fa il segno della croce e abbassa il tono di voce. Il medico di base ricorda che subito dopo il delitto, aumentarono le richieste di porto d’armi, tanto era stato forte, per i cittadini, lo shock.
Forse qualcuno sa, ma non vuole o non può parlare. Ci auguriamo che nel prossimo futuro accada qualcosa che permetta la riapertura delle indagini con mezzi, strumenti e competenze maggiori e che si possano magari scoprire indizi, tracce, elementi utili che 5 anni fa, nei primi momenti decisivi per il successo delle indagini, forse non è stato possibile individuare.
Francesca Lippi
Nella foto, Villa Masi, in Via Lenin, a Nereto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*