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NEL BARATRO DEL DOLORE E DELLA SOFFERENZA

Superare lo sconforto è un bisogno ma anche indice di saggezza per riprendere un’esistenza più ricca degna d’essere vissuta

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di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

 

Non credo esista (o sia esistito) essere umano che non abbia conosciuto il dolore, sia fisico che psicologico. La sofferenza che ne deriva è nata con il genere umano, come del resto è riportato dalla Genesi, e con essa le molteplici conseguenze che in taluni casi hanno “rafforzato” l’animo in altri, invece, lo hanno indebolito sino a distruggerlo… È pur vero che comprendere l’entità del dolore e quindi della sofferenza bisogna provarlo personalmente, giacché non è demandabile in alcun modo…; ma è altrettanto vero, a mio avviso, che nel dolore altrui ci si può immedesimare soprattutto se si possiede una spiccata capacità interpretativa e una profonda sensibilità. Gli esempi si perdono all’infinito e impossibile sarebbe elencarli, ma consultando fonti storiche letterarie si possono individuare episodi che val la pena citare, che ci possono illuminare e da questi trarne insegnamento, ossia fruire quella forza d’animo necessaria per meglio sopportare i drammi della propria esistenza. Dalle mie raccolte biografiche ed autobiografiche rilevo un caso accaduto nel 1963, negli Stati Uniti. Lo scrittore americano Max Wylie, era un marito felice, padre di due ragazze di splendente giovinezza. Un giorno accadde la tragedia: la figlia minore Janice, fu assassinata insieme alla sua compagna di camera da uno sconosciuto introdottosi nell’appartamento che le due ragazze occupavano a New York. Cinque anni dopo la moglie di Wylie morì di cancro dopo lunghe sofferenze; e pochi mesi dopo una polmonite portò alla morte l’altra figlia, Pamela, di 30 anni. Il protagonista di questa storia in seguito ha raccontato la sua “odissea”, che è stata pubblicata nel gennaio 1971 dal glorioso mensile Selezione dal Reader’s Digest (la versione italiana edita da Mondadori, tratta dall’originale statunitense fondata nel 1922, è durata dal 1948 al 2007), che qui ripropongo, sia pur sinteticamente.

«Quando hai tirato la corda fino all’ultimo centimetro facci un nodo e tira ancora». Questo aforisma, riportato nell’articolo,  suona come un buon inizio di saggezza, che in verità non verrebbe recepito anche dal più stoico, ma al tempo stesso equivale al concetto che la vita va vissuta, comunque vadano le cose, poiché sul piano morale non vi è scelta. Per quanto riguarda la società si hanno degli obblighi vincolanti in quanto non si può rinnegare il rapporto esistente fra chi sta soffrendo e chi lo circonda, a cominciare dai propri affetti famigliari. Appena subìto il colpo si può manifestare una qualunque reazione come quella di chiudersi in se stessi, rinnegando ogni rapporto con il mondo esterno, rinunciando ad ogni bene materiale e spirituale e vedendosi allontanare sempre più la serenità. «Subito dopo una disgrazia – continua l’articolo –, quando si è ancora storditi, non si può fare molto: nessuno, nell’angoscia di un lutto improvviso, ad esempio, è disposto a credere che il tempo medicherà la sua ferita. Tutto quello che si può fare è soffrire il proprio dolore, immobili, insensibili a tutto quello che non sia la propria pena».

Questa esperienza, come tante altre simili, invita a non perdere il senso delle cose perchè per quanto tragica e dolorosa possa essere ogni situazione, non si è mai soli: chiunque può trovarsi nella condizione di sofferenza, e il dolore, qualunque esso sia, è l’unica moneta universale che l’umanità abbia mai conosciuto. Con il tempo il dolore per una perdita, una profonda delusione, od un grave affronto alla propria dignità si fanno più tolleranti quando si è disposti a caricarci sulle spalle quelle degli altri, e se anche la sofferenza tende a non abbandonarci, la partecipazione sincera alle pene di un altro ci potrà aiutare ad uscire da quel mondo ovattato. L’aver subito una grave perdita affettiva, specie se improvvisa, non può che condurci al come e al perché della morte, e a riflettere sul come e sul perchè della vita. È pur vero che vi sono fortunati, circondati dal calore dei loro affetti, ma a loro viene da domandare quali ricordi, in questo momento, stanno costruendo dentro se stessi perché sono i ricordi dei momenti più belli e le cose semplici che ci rendono più ricchi, annullando le contrarietà quotidiane per lasciar posto alla ricostruzione di una nuova vita. E poiché vivere è la cosa più rara al mondo, il rifugio nella speranza diventa un conforto scorgendo con l’occhio della mente il cammino che può condurci a una condizione migliore.

Nell’immagine in basso il frontespisizio di una copia di Selezione Reader’s Digest del 1967

 

 

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