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“Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia: il percorso

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copertina del romanzo Nati due voltedi Marcella Onnis

Nell’articolo “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia: il libro mi sono soffermata prevalentemente sulla “superficie” di questo libro, sul suo autore e sull’illuminante saggio di Rossana Dedola a lui dedicato. Qui, invece, mi soffermerò sui temi o, meglio, sulle riflessioni che questa lettura ci offre e ci suggerisce.

RAPPORTI CONFLITTUALI
A mio parere, in questo romanzo i rapporti umani sono centrali quanto il tema dell’handicap. Anzi, direi che sono inscindibili tra loro poiché l’uno diventa chiave di lettura dell’altro. Le relazioni interpersonali che Pontiggia descrive non sono lineari (nella realtà, del resto, non lo è alcuna) e talvolta sono belle in modo così sofferto che, a prima vista, sembrano brutte.

Conflittuale – e per questo vero ed emozionante – è, innanzitutto, il rapporto tra il padre-narratore e suo figlio disabile. Un rapporto che, naturalmente, ha la stessa chiave di volta per i Pontiggia come per i Frigerio: «La svolta è stata intorno ai quindici anni, – racconta lo scrittore a Rossana Dedola in un’intervista del 2001 – quando io non ho più pensato a quello che mancava a mio figlio, ma quello che mio figlio aveva. E allora, sia nella realtà sia nel romanzo, c’è questa metamorfosi, che il padre non solo accetta il figlio, ma lo ama, se ne innamora».

Ma prima di questa svolta e sicuramente anche dopo, la relazione impensierisce e appassiona il lettore per la sua mutevolezza e imprevedibilità: contro le più logiche aspettative, infatti, padre e figlio, normodotato e handicappato, si scambiano i ruoli di “mancante” e “compensante”. E a mostrarci quest’interscambiabilità, questo scardinamento degli schemi convenzionali, è – attraverso lo sguardo del narratore – Franca, moglie e madre. Lei, perché di questo fragile e mutevole equilibrio è il perno: «È generosa e indomita. A reggere due carichi simili, non so quale più pesante, se Paolo o io».

Altrettanto conflittuale – e forse anche più pericolante ma non meno intenso – è proprio il legame tra moglie e marito, che Pontiggia sembra utilizzare per dipingere un ritratto abbastanza impietoso del matrimonio. Cito giusto due passaggi significativi, con la consapevolezza che non necessariamente corrispondano a convinzioni dell’autore, oltre che del suo personaggio: «Che la nevrosi attragga, intensifichi e soddisfi un’altra nevrosi è del resto confermato dalla durata di molti matrimoni.»; «[…] coniugium, “tutti e due sotto lo stesso giogo”, è parola coniata dai latini, che in materia di giochi, di coniugi e di autorità non mancavano di competenza.»

LA NORMALITÀ, QUEL “MIRAGGIO STUPIDO”
È ormai chiaro che questo romanzo-riflessione ruota intorno al tema dell’handicap e del suo rapporto con la normalità. Premetto che, non avendo esperienza diretta con la disabilità, mi sento inadeguata a parlarne, per cui cercherò di attenermi il più possibile all’autorevole punto di vista di Pontiggia.

Partiamo dal lessico: ho usato la parola “handicap” – oggi se non bandita, comunque osteggiata – perché mi fa sentire a ciò autorizzata il fatto che la usi l’autore. Però, è lui stesso a farci capire perché “persona con disabilità” sia espressione più corretta e rispettosa di “handicappato” o “disabile”: «Molti si chiedono perché cieco sia diventato non vedente e sordo non udente. Forse una spiegazione plausibile è che cieco definisce irreparabilmente una persona, mentre non vedente circoscrive l’assenza di una funzione». Sicuramente le parole assumono il senso che vogliamo dare loro e spesso un’espressione politically correct è utilizzata non per convinzione ma per convenzione; tuttavia, usare qualche accortezza nel linguaggio – non solo in questo campo, peraltro – è sempre preferibile alla brutalità e all’approssimazione, perlomeno quando si tratta di questioni che toccano da vicino gli altri e non noi. «Le disgrazie, fra i tanti effetti, ne hanno alcuni linguistici immediati, ci rendono sensibili al lessico interessato dal problema.» riflette Frigerio… e noi con lui.

Accettare l’handicap è difficile per chi non ne è colpito – inutile far finta che non sia così -, però in Pontiggia troviamo una spiegazione tutt’altro che scontata: «Il diverso ci fa sentire diversi – contrariamente a quanto si pensa – ed è questo che non siamo disposti a perdonare». Perché siamo ossessionati dalla normalità: chi perché vuole perseguirla a tutti i costi, chi perché a tutti i costi vuole rinnegarla. E quest’ossessione la riversiamo anche sulle persone con disabilità, pretendendo da loro che si conformino il più possibile allo standard dei normodotati, al contempo, però, affermando che, a ben guardare, nessuno – o tutti – sono comunque normali: «Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: “I normali, tra virgolette”. Oppure: “I cosiddetti normali”».

copertina del saggio su Giuseppe Pontiggia di Rossana DedolaTutto è relativo sembrano dirci queste pagine. Di sicuro niente è scontato. Rossana Dedola fa notare, in proposito, che “Nati due volte” «affronta in modo sorprendentemente nuovo il tema dell’handicap, riprendendo un motivo che è centrale anche nei romanzi precedenti: essere al mondo non significa automaticamente vivere; per sentirsi vivi è necessaria una nuova nascita. Se il punto di arrivo dei romanzi precedenti era la consapevolezza del dopo, qui si svela invece una capacità di “capire prima” che riguarda proprio il debole, il disabile, e che permette di gettare una nuova luce anche sul concetto di normalità».

Eloquente – anche per la capacità di sintetizzare l’essenza del romanzo – è la dedica con cui Pontiggia introduce “Nati due volte”: «Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi.» Una lotta che, a ben guardare, dovremmo condurre tutti. Nell’intervista rilasciata a Rossana Dedola nel 2001, Pontiggia afferma, senza mezzi termini, che «La normalità è un miraggio stupido» e poi aggiunge di essere convinto che «la maturazione sia nel diventare consapevoli e lucidi nei confronti della propria diversità».

ritratto a tinte scure di Albert EinsteinQuale, quindi, l’atteggiamento preferibile? Lo indica Frigerio: «Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.» Dobbiamo, quindi, riconoscere la differenza e valorizzarne l’aspetto positivo, consapevoli che «[…] la coesistenza dei contrari è l’accesso alla conoscenza e anche alla convivenza

Ma c’è un altro ostacolo alla nostra accettazione dell’handicap, come della malattia e della morte: «La sfida fine a se stessa (ovvero l’imperativo alla moda) di superare i limiti nasce dalla paura di accettarli. E mai come nella nostra epoca l’oltrepassamento dei confini è la fuga dal loro riconoscimento». Vivremo tutti più sereni se accettassimo l’idea che la malattia è la norma, non lo stato di eccezione, come ricorda Abate nello spettacolo “È colpa tua”, e che, come sentenzia Frigerio-Pontiggia, «[…] il limite è più vicino alla nostra condizione che il suo superamento».

NATI DUE VOLTE
Ho detto in precedenza che il tema dell’handicap in queste pagine – ma forse anche al di fuori di esse – è strettamente legato al tema dei rapporti interpersonali e della condizione umana. E lo è perché, come dice il padre-narratore, «[…] l’handicap ci aiuta a capire noi stessi». Il punto di congiungimento per me sta in questo passaggio in cui Frigerio ricorda le parole di un bravo medico, che rivelano anche il perché del titolo del romanzo: «Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita».

Rinascita è la parola-chiave di quest’opera che, infatti, può essere vista anche come un percorso di iniziazione, non solo del padre e del figlio ma anche del lettore. Difficile, infatti, immaginare che ci si possa non ritrovare in questo protagonista così imperfetto e ancora più difficile credere che si possa affrontare questa lettura senza “uscirne” turbati, se non anche un po’ migliorati.

Pontiggia, che era anche esperto di psicanalisi, vi descrive con estrema efficacia meccanismi mentali, debolezze e potenzialità che appartengono a tutti, non solo alle persone con disabilità e a chi se ne prende cura. La sua analisi è una vera vivisezione, cruda e a tratti spietata, eppure condotta a fin di bene: solo messi davanti all’evidenza, infatti, possiamo ammettere i nostri errori, le nostre mancanze e da lì, ricominciare. Rinascere, cioè, anche noi a nuova vita … seppur restando imperfetti come Frigerio.

Un uomo davanti a una distesa di rocce“Nati due volte” ci condanna per poi riabilitarci, complice l’atteggiamento dell’autore che non si erge sul piedistallo a giudicare, ma cammina accanto a tutti i suoi personaggi (non solo al suo quasi alter ego)… e a noi. In proposito, Rossana Dedola rileva come Pontiggia abbia fatto propria una caratteristica che molto lo aveva colpito in Svevo, ossia il «modo in cui lo scrittore si affianca al personaggio per coglierne i limiti tutti umani, ma anche per accompagnarlo con la sua partecipazione e commozione».
E in Pontiggia c’è partecipazione e non condanna perché, come ebbe modo di affermare in un intervento citato dalla studiosa nel suo saggio, «L’idea che ciascuno abbia una propria strada da percorrere la concepisco anche come un perdersi per ritrovare se stesso […]».

Per rinascere, dunque, si può anche sbagliare, probabilmente si deve, perché – riflette Frigerio – «[…] forse maturare è rispettare l’ingiustizia delle proprie reazioni, forse maturare è sostituire alla giustizia delle convenzioni l’ingiustizia della libertà». Siamo esseri complessi e dobbiamo accettare che in questo groviglio qualcosa sfugga al controllo: «L’uomo è sempre lo spettacolo più imprevedibile anche per se stesso.», sentenzia con un altro aforisma il narratore. Possiamo, pertanto, divenire responsabili senza rinnegarci, anzi. Perché, come dice una frase significativa del capitolo finale, «Possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra

 

 

Il ritratto di Albert Einstein è di Fabrizio Antonio Ibba, la raffigurazione grafica “Invalido” è di Gianlugi Giussani, mentre l’ultima foto è di Michele Porcu.

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