Mobbing tra i Carabinieri: la storia del Maresciallo Cautillo abbandonato dalla giustizia

Mobbing tra i Carabinieri: la storia del Maresciallo Cautillo abbandonato dalla giustizia

L’obiettivo primario di questa testata è quello di dare voce a chi non ne ha ed anche questa volta abbiamo voluto dare spazio ad un caso che sembra essere urlato ma che nessuno ascolta. Il protagonista di questa vicenda è un maresciallo dei carabinieri e il suo nome è Antonio Cautillo. Quest’esponente dell’Arma ha bisogno di essere ascoltato perché dal 1990 subisce umiliazioni che lo hanno emarginato lentamente dall’Arma. Sembra, quindi, che gli ufficiali colleghi di Cautillo abbiano “mobbizzato” il maresciallo “attraverso azioni del tutto prive di etica che si traducono in persecuzioni, insulti, critiche esagerate, minacce ingiustificate, emarginazione, sino ad arrivare al boicottaggio o ad azioni illecite”. Cautillo da allora ha subito cercato di denunciare la situazione per evidenziare la gravità di queste azioni e di trovare nelle istituzioni una porta aperta ad accogliere le sue richieste. Ma purtroppo tutto questo fino ad ora non è avvenuto.

Per avere informazioni più dettagliate abbiamo intervistato una persona molto vicina a Cautillo,  M.G.M, che ha risposto ad alcuni nostri interrogativi.

Antonio Cautillo ha denunciato l’Arma dei Carabinieri per Mobbing? Se si perché?

Il Maresciallo non ha affatto denunciato l’Arma dei Carabinieri, ci mancherebbe altro! La responsabilità penale è personale, quindi ha denunciato il comportamento disdicevole di gente che lavora per l’Arma. Cautillo ha agito nell’adempimento del dovere, per tutelare il prestigio dell’Istituzione, da lui degnamente rappresentata con onestà e coraggio, e la propria dignità personale e professionale, denunciando singoli fatti di malcostume interno posti in essere da singoli.

Le Istituzioni sono sane, secondo lui, e contengono al loro interno gli anticorpi per correggere eventuali devianze.
Da quanto tempo vanno avanti le denunce di Cautillo per avere giustizia?

Dagli inizi del 2008.

Attualmente c’è un processo in atto per risolvere la situazione?

Esiste un voluminoso procedimento tuttora pendente presso le Magistrature Superiori di cui si è parlato http://www.reportonline.it/2011020644346/cronaca/mobbing-tra-i-carabinieri-interviene-la-presidenza-della-repubblica.html (Fonte Report On Line), su cui vige il più stretto riserbo, a quello ci si attiene.

Qualche “addetto ai lavori” è stato vicino a quest’uomo?

Sta giungendo tantissima solidarietà dalle forze dell’ordine, un fiume di persone della società civile, è sorto il gruppo https://www.facebook.com/?ref=home#!/pages/Maresciallo-Antonio-Cautillo-il-coraggio-di-denunciare/128343467207580, la vicenda è molto sentita perché l’onestà non é compromesso ma sofferta testimonianza.

Cosa si sente di dire ai cittadini che hanno paura di denunciare?

La denuncia è l’arma degli onesti, di coloro che, come Antonio, agiscono a viso aperto. Chi denuncia fatti di malcostume lo fa perché sceglie, vuole, prevede la legalità, affinché cessino o diminuiscano queste situazioni. La tensione disciplinare nei suoi confronti è da 15 anni intensa, ai limiti dell’umana sopportazione, tuttora si celebrano nei suoi confronti: un processo al Tribunale Militare di Roma, con dibattimento il 29.11.2011, due procedimenti disciplinari per l’inflizione della consegna di rigore. Se ne parlerà diffusamente. Faranno scalpore. Escludiamo il fronte privato della vicenda, anche se ormai è (quasi) tutto pubblico. La vicenda nel suo complesso presenta elementi sorprendenti e si svolge tra, Tribunali Ecclesiastici, Penali Ordinari e Militari, Tribunali Civili e Amministrativi.

Che ruolo ha Ignazio La Russa in tutto ciò?

Il vero giallo nel giallo che rattrista é il silenzio opposto dal Governo alle richieste di verità e giustizia pervenutegli in tutti questi anni nelle sedi preposte da tutte le opposizioni.

Uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici. Secondo il Maresciallo “non può esistere una terra di mezzo in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l’indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un codice non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale”.

 Giusy Chiello

Redattore Capo

giusy.chiello@ilmiogiornale.org

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