Foto di archivio. Offensiva israeliana

di Angela Casilli
Il Medio Oriente è un’escalation a lenta combustione che Trump e Netanyahu sono convinti di poter spegnere quando lo riterranno opportuno.
L’attacco all’Iran, già dal discorso sullo Stato dell’Unione, era apparso solo una questione di tempo, anche perché i negoziati di Ginevra erano sembrati fin da subito un ultimatum: stop all’arricchimento dell’uranio, azzeramento del programma missilistico, in sintesi una resa senza condizioni che avrebbe sancito la vittoria del tycoon e privato l’Iran di qualsiasi residuo di deterrenza nello scacchiere mediorientale.
Era evidente che l’Iran non avrebbe accettato la propria marginalizzazione, e la conseguente dichiarazione di guerra da parte di Israele e Stati Uniti non si è fatta attendere. Sorge spontanea la domanda: perché proprio adesso?
Le ragioni sono da ricercare nel successo dell’operazione Maduro, che ha reso Trump ancora più arrogante di quanto non lo sia per natura; nel regime degli ayatollah oggettivamente indebolito; e nella situazione politica di Trump e Netanyahu, entrambi arrivati alla scadenza elettorale in condizioni non proprio ottimali.
Si tratta di un’operazione ad altissimo rischio, perché l’Iran reagirà: non in modo spettacolare, ma subdolo. La sua debolezza non lo rende conciliante, bensì pericoloso. Non cercherà lo scontro diretto, consapevole di non poter vincere; giocherà invece di sponda, con attacchi mirati contro Israele, contro basi e personale americano nella regione, e alimentando instabilità nello stretto di Hormuz.
Pensare a una rapida capitolazione dell’Iran è un’illusione. Il rischio maggiore è quello di una nuova guerra del Golfo, con vittime e distruzioni, perché il Medio Oriente è oggi il crocevia degli interessi divergenti di tutte le superpotenze.
Cina e Russia considerano l’Iran un baluardo strategico; l’Arabia Saudita mira da sempre a contenere la minaccia sciita; la Turchia cerca di frenare la politica espansiva di Israele; Afghanistan e Pakistan restano una polveriera pronta ad accendersi.
A Washington fingono di ignorare che l’escalation energetica all’orizzonte colpirà tutti i Paesi: se lo stretto di Hormuz non sarà più sicuro per le petroliere, il prezzo del petrolio diventerà un’arma geopolitica capace di danneggiare alleati e avversari.
L’Iran è una teocrazia sanguinaria, radicata da cinquant’anni negli apparati dello Stato, e non basterà l’eliminazione della Guida Suprema Alì Khamenei o la decapitazione dei vertici dei Pasdaran per trasformarlo in uno Stato in cui trionfino libertà, democrazia e giustizia.




