
Una disciplina che coinvolge medico, infermiere e paziente per un percorso di cura più umano ed efficace
di Ernesto Bodini (giornalista scientifico ed esperto di tematiche sociali)
Sempre più utile e “confortevole” il rapporto diretto tra medico e paziente, specie in situazioni particolari e in questo lungo periodo in cui la sanità pubblica presenta non poche lacune… come, ad esempio, i molti pazienti che in questi anni hanno rinunciato a farsi curare a causa delle “fatidiche” liste di attesa.
Tuttavia, a migliorare il rapporto fra le parti non è bastata la Riforma sanitaria con la Legge 833/1978: tale esigenza ha trovato un punto fermo e inequivocabile con la Legge 22/12/2017 n. 219 che, nel porre al centro la dignità e la volontà del paziente, e nel superare la figura del medico paternalista, rappresenta una svolta epocale nel rapporto medico-paziente (e paziente-medico). Si è quindi passati da un modello autoritario a uno basato sulla condivisione e sull’autodeterminazione.
Ma questa evoluzione legislativa e soprattutto culturale è stata ed è sufficiente? Forse per molti, sia pazienti che medici – e perché no, anche infermieri – la risposta non è così scontata. Nel corso di un colloquio per una visita medica assume infatti un ruolo altrettanto significativo e inderogabile la cosiddetta medicina narrativa.
A questo riguardo, alcuni anni fa la torinese dr.ssa Lorenza Garrino (ricercatrice in Scienze infermieristiche, docente per la formazione delle professioni sanitarie e scrittrice) ha pubblicato La medicina narrativa nei luoghi di formazione e di cura (Edi-Ermes – Centro Scientifico Editore, 2010, pagg. 278). Un vero e proprio manuale realizzato a più mani, i cui molteplici interventi non solo sono ispiratori, ma suggeriscono la concretezza dell’“intesa” fra le parti, sino a dare valore al concetto di narrazione, sia nell’ambito della formazione che in quello della pratica medica.
In primis la Garrino spiega: «Una medicina che viene praticata con le abilità narrative di riconoscere, di fare proprio, di interpretare ed essere commossi dai racconti di malattia (…). La stessa si propone di curare la malattia mediante l’abilità di conoscere e di rispettare coloro che ne sono stati colpiti, e anche sostenendo coloro che si prendono cura dei malati».
Ma quando si sviluppa la medicina narrativa? Secondo l’autrice bisogna risalire agli anni ’70, periodo in cui ha cominciato a diffondersi il modello bio-psico-sociale volto a contrastare la tendenza centrata sul modello biomedico. Negli anni ’80 la medicina rappresenta un sistema culturale arricchito di significati e valori legati all’esperienza di malattia del soggetto.
Inoltre, in seguito a numerosi articoli e pubblicazioni editoriali, dal 1998 in poi si afferma il concetto di Narrative Based Medicine (NBM), che indica la natura narrativa della malattia intesa come illness, la cui interpretazione rappresenta l’inizio sostanziale per la comprensione e la cura dei pazienti.
La Garrino sottolinea che la NBM si configura come una medicina che cura e fa ricerca cominciando proprio dal racconto dei pazienti, i quali hanno sempre più l’esigenza di narrare la loro storia e i loro malesseri fisici e/o psicologici, quindi la totalità del loro vissuto. Tale narrazione li vede protagonisti di un’esperienza che, se ben recepita, permette al medico di coglierne i significati più profondi: un dialogo che può facilitare l’interpretazione dei sintomi e del grado di emotività.
Ed è a questo punto che prende piede il valore della narrazione per la cura. Infatti, Luciano Vettore, professore ordinario di Medicina interna presso la Facoltà di Verona, nel suo capitolo La narrazione e la cura, precisa: «… tra il paziente che narra e il medico che partecipa attivamente anche ai risvolti della narrazione apparentemente estranei alla medicina, nasce una sorta di complicità (“alleanza”) che aiuta entrambi nella gestione della sofferenza e talvolta anche nell’intervento efficace della malattia».
Questa pubblicazione non è solo per gli addetti ai lavori, ma è fruibile da pazienti e non pazienti, con l’intento – a mio modesto avviso – di far proprie le considerazioni degli autori e recepire gli spunti più diretti per comprendere e condividere. Anche il medico è narratore, e ciò risulta ulteriormente utile per stabilire una diagnosi e una cura i cui effetti sottintendono una buona compliance.
Non avendo ulteriore spazio, ritengo doveroso citare gli altri autori che hanno contribuito a quest’opera di grande utilità: Enrico Barone, biologo evoluzionista; Amelia Bastagli, professore associato di Chirurgia Generale (Milano); Paola Castellana, medico reumatologo (Milano); Edi Cecchini, genetista molecolare; Thea Dellavalle, dottore in Discipline del cinema e del teatro; Giacomo Delvecchio, medico (Bergamo); Piergiorgio Duca, professore straordinario di Statistica medica (Milano); Sara Fagni, assistente sociale (Pisa); Giacomo Fognini, dottore in Scienze Politiche e Psicologia; Albina Gargano, specialista in Scienze Infermieristiche; Silvano Gregorino, ricercatore in Scienze Infermieristiche (Torino); Sarina Lombardo, specialista in Scienze Infermieristiche; Franca Parizzi, medico specialista in Malattie Infettive e Chemioterapia (Monza); Michele Santoro, esperto in linguaggi della performance (Torino); Maria Grazia Strepparava, specializzata in Psicologia clinica (Milano); Riziero Zucchi, specialista in Pedagogia generale e sociale (Torino).





