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Maurizio De Giovanni, un narratore verace

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Molto conosciuto e apprezzato come scrittore, Maurizio de Giovanni si è rivelato, all’edizione 2015 del Festival della letteratura di Mantova, pure uno straordinario lettore – anzi, interprete – dei suoi stessi brani. Aggiunte a ciò giovialità e sensibilità, come non trovarlo irresistibile?

di Marcella Onnis

Festivaletteratura 2015 – Mantova – Venerdì 11 settembre 2015

Maurizio De Giovanni mette buonumore solo a vederlo, con il suo viso solare e l’aria benevola. Scherza da subito con il pubblico e rapidamente – a beneficio del pubblico – trova anche la sintonia con l’esperto di noir Luca Crovi. Una sintonia che raggiungerà l’apice quando il discorso passerà ai riti scaramantici pre-partita di calcio o pre-gara sportiva in generale.

primo piano di Luca CroviBALLATE NOIR – Il punto di partenza del loro dialogo è, naturalmente, “Anime di vetro”, ultimo episodio del ciclo dedicato al commissario Ricciardi, uno di quei personaggi a cui non si può non voler bene, di quelli capaci di far stare in pena il lettore come fosse una persona cara, realmente esistente. Il romanzo in questione parte con un grande omaggio alla canzone napoletana, spiega Crovi che, riferendosi all’autore, afferma che «il linguaggio della canzone napoletana lo ha applicato ai suoi romanzi. Potremmo dire che sono delle ballate noir».  La sua prima domanda riguarda, quindi, la musica, in particolare un personaggio che compare nel romanzo: un chitarrista con l’artrite che, però, suona in modo straordinario. «È un omaggio a Murolo?» gli chiede. La risposta di De Giovanni richiede un passo indietro: «La storia di questo libro è un po’ particolare, nel senso che avrei voluto scrivere [su Ricciardi, ndr] un quarto romanzo sulle feste». Dopo i primi quattro episodi ambientati ognuno in una stagione diversa, ne ha infatti scritti tre ambientati durante festività significative, anch’esse comunque legate a una stagione: il Natale, la Pasqua e la Festa del Carmine (che si celebra in estate). Per cui «l’idea era di scrivere un quarto libro sulla festa di San Gennaro, una festa di sangue, che quindi mi pareva adatta per un noir. Ma, arrivato a metà della stesura di “In fondo al tuo cuore”, mi sono reso conto che era conclusivo. Questo romanzo si chiude con una canzone di Libero Bovio sugli ex voto».

LIBERO BOVIO E “PASSIONE” E con questa canzone, “Passione”, comincia la breve lezione di storia della musica napoletana che De Giovanni ha offerto al pubblico, suscitando interesse anche in chi non ne è un patito. Autore di brani celebri quale “Lacreme napulitane”, Bovio «aveva l’idea che una canzone dovesse avere al suo interno un’intera storia. Considerato che scriveva canzoni con tre strofe e un ritornello, aveva quindi una grande capacità narrativa. Lui aveva un amico che si era ridotto in brutte condizioni dopo esser stato lasciato dalla moglie per un altro. Bovio racconta che ciò che quest’uomo non riesce a superare non è tanto il dolore del distacco, dell’abbandono, ma il divario tra la mente che sa che lei non c’è più e i sensi che la sentono, la vogliono ancora: “Cchiù luntana me staje, cchiù vicino te sento”, “Più sei lontana, più ti sento vicina”. Bovio racchiude questa passione, questo dolore, in pochi versi: “Aggio fatto ‘nu voto ‘a Madonna d’a neve, si me passa ‘sta freva, oro e perle Le do”. Ossia “Ho fatto un voto alla Madonna della neve, se mi passa questa febbre oro e perle Le do”. L’uomo promette in cambio oro e perle, che, nel linguaggio molto rigido degli ex voto, significano, rispettivamente, la richiesta di guarire da un male senza speranza e le lacrime. Per lui l’amore è una malattia mortale. In una sola strofa Bovio dice questo e spiega perché lo è: per il divario che si crea tra mente e sensi.
Maurizio De Giovanni di profiloQueste canzoni sono un’opportunità straordinaria per un narratore: uno deve prendere una di queste canzoni e rivestire i personaggi come una coperta. Posso assicurare che non c’è limite al flusso creativo». Ed è proprio ciò che ha fatto con l’ultimo romanzo. «La mia città produce romanzieri in musica da centinaia di anni» aggiunge, per poi arrivare finalmente a parlare di Murolo che, dice, «non aveva una grande estensione vocale, ma aveva una grande capacità narrativa».

SALVATORE DI GIACOMO, “PALOMMA ’E NOTTE” E RICCIARDI – Anche Roberto Murolo ha interpretato la canzone con cui si apre “Anime di vetro”: “Palomma ’e notte”, il cui testo è stato scritto dal poeta Salvatore Di Giacomo. Questi, racconta De Giovanni, è il poeta preferito di una ragazza, Elisa Avigliano, che decide di scrivere su di lui la sua tesi (e già il fatto che studi, evidenzia lo scrittore, è una rarità), per questo un giorno lo va a cercare …e se ne innamora a prima vista. Comincia quindi a scrivergli delle lettere d’amore, che comprendono anche questo intenso passaggio: “Io vi ho amato nel verso, adesso vi amo nella carne e nel sorriso”. Lui, però, ha 21 anni più di lei ed è anche noto come sciupafemmine, per cui non vuole comprometterla socialmente. Risponde, dunque, alle sue lettere, ma a modo suo e non in maniera esplicita, parlando di una falena (palomma in napoletano) che si avvicina al fuoco, scambiandolo per un fiore, e di un uomo che, per salvarla, la scaccia ma si scotta la mano. «Lei capisce solo che lui si brucia – quindi soffre nel cacciarla – per cui insiste e cominciano un fidanzamento clandestino di undici anni» racconta ancora De Giovanni. Undici anni perché alla morte della madre di lui, donna molto possessiva, finalmente si sposano e trascorrono la vita insieme, fino alla morte di Salvatore. In preda al dolore, però, Elisa brucia tutto ciò che di lui trova in casa: lettere, foto, manoscritti… Solo per caso le loro lettere si salvano. «Come si fa a sbagliare scrivendo di una storia del genere?» ci domanda e un  sospirato “già” aleggia nell’aria.

EDOARDO NICOLARDI, “VOCE ’E NOTTE” E RICCIARDI – Nelle intenzioni dello scrittore napoletano, questo sarà il primo di un nuovo ciclo di tre romanzi dedicati a Ricciardi, tutti legati a una canzone che, a sua volta, corrisponde a un sentimento: il primo con “Palomma ’e notte”, richiamava la rinuncia; il secondo richiamerà la gelosia; il terzo il tradimento. Il prossimo, in particolare, si ispirerà a Voce ’e nottee si intitolerà “Serenata senza nome – Notturno per il commissario Ricciardi”. La canzone narra la storia di un impiegato delle poste poverissimo, Edoardo Nicolardi, che si innamora giovanissimo di una ragazza, che viene però promessa in sposa a un mercante di cavalli (tuttavia, secondo Wikipedia, questo era invece il mestiere del padre di lei e lo sposo prescelto un suo anziano e facoltoso cliente). «Può sembrare strano che allora le ragazze si sposassero per interesse…» commenta ironicamente De Giovanni, provocando nel pubblico (alcune delle tante) risate di approvazione. Per il dolore, a Edoardo viene un febbrone che, però, non gli impedisce di scrivere una poesia bellissima. La porta da un amico ciabattino, che è anche musicista autodidatta, e la prima notte di nozze di lei, i due le portano questa serenata, «perché in napoletano la serenata non si canta, non si dedica: si porta, perché è un messaggio. Questa canzone è “Voce ‘e notte”». Tra le fila di sedie si ode più di un “oh” di stupore, ma la sorpresa più gradita è forse scoprire che, dopo un mese, il mercante di cavalli morì e i due innamorati, un tempo separati, si poterono finalmente sposare.
due uomini seduti a un tavoloTornando alla serenata, De Giovanni ne evidenzia due passaggi significativi e toccanti: «Vide ch’è senza nomme ‘a serenata, dille ca dorme e che se rassicura.. . Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia! Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…
Canta isso sulo…Ma che canta a fá?!…”» (“Vedi che la serenata è senza dedica, digli di dormire sicuro, che non è per te. Digli così: – Chi canta in questo vicolo forse è pazzo o muore di gelosia! Starà piangendo qualche grave malefatta… Nessuno lo ascolta …ma che canta a fare?!”); «Si te vène na smania ‘e vulé bene, na smania ‘e vase córrere p”e vvéne, nu fuoco che t’abbrucia comm’a che, vásate a chillo…che te ‘mporta ‘e me?» (“Se senti un gran desiderio di amare, una smania di baci scorrere nelle vene, un fuoco che ti brucia l’anima ed il cuore, baciati quello, che t’importa di me?”). Facile immedesimarsi in Edoardo, eh?

“RUNDINELLA” E RICCIARDI – Il terzo romanzo, invece, partirà da “Rundinella”, brano del 1918 di cui lo scrittore consiglia la versione di Sergio Bruni. La canzone narra la storia di un uomo che viene lasciato dalla moglie e «non sa come far durare la propria versione con gli amici: che lei è partita, ma tornerà. L’uomo si rivolge a lei “cresciuta sul mio cuore” e le dice “torna rondinella ora che è primavera. Io lascio la porta aperta quando è sera
sperando di trovarti vicino a me”. Praticamente le dice “se torni, non ti chiederò dove sei stata” e poi “È inutile che vai perché non troverai mai uno che ti voglia il bene che ti voglio io”». E come finisce questa storia in versi? Così: “un solo amico non mi ha chiesto: il mio migliore amico, che non vedo più. Dev’essere partito.” «Fino alla fine non si rende conto» commenta De Giovanni e il pubblico sorride, ma provando compassione per questo ingenuo innamorato.

Maurizio De Giovanni mentre legge da un foglioDE GIOVANNI INTERPRETA DE GIOVANNI – Ancor più emozionante è, però, sentire De Giovanni leggere se stesso, come fa su invito di Luca Crovi (lodato sia in eterno per questo!). Il brano scelto è un passaggio molto intenso di “Anime di vetro” e ascoltarlo dalla voce dell’autore è così bello che chi ancora non l’ha letto gli perdona subito lo spoiler. De Giovanni legge con tono naturale, lo stesso che usa quando parla, ma interpreta le parole, gli stati d’animo dei personaggi. Nonostante il cortile di Palazzo San Sebastiano sia pieno, il silenzio in questo momento è perfetto. È, però, un silenzio partecipe. Il momento è così speciale che, finita la lettura, scatta un lunghissimo applauso, accolto da De Giovanni quasi con commozione. “Questo incontro da solo vale il festival” commenta accanto a me una lettrice, per cui l’autore è “un narratore nato”. E io le do ragione su entrambe le cose.

pubblico che assiste a un incontroA TU PER TU CON I LETTORI – Le domande e i commenti del pubblico sono numerosi. Una lettrice, dopo aver appropriatamente definito De Giovanni “giallista-poeta”, commenta la vita difficile di Ricciardi e, trovando l’assenso di tutti i suoi estimatori, gli domanda: «Lo facciamo un po’ felice? L’idea per il prossimo libro mi ha lasciata un po’ perplessa: vuole essere ancora carogna con lui?!» Lo scrittore esordisce precisando che, per tale ragione, subisce spesso vere minacce e cazziatoni dai lettori che incontra per strada o al bar (gli episodi che racconta sono esilaranti, ma anche un po’ inquietanti). Venendo al nocciolo della questione, spiega che «Ricciardi è poco incline [all’amore, ad accasarsi, ndr]. Ha la convinzione di essere pazzo e che la cosa sia ereditaria. Devo capire se Enrica vuole una famiglia o vuole seguire un amore, perché Ricciardi famiglia non ne vuole. Ma prometto di insistere con lui». E se qualcuno dovesse mai stupirsi che debba “capire” e non “decidere” cosa vuole Enrica, basterà tenere presente che, come lui stesso ha spiegato, gli «succede spesso di scrivere e di non prevedere tutto quello che succederà».

Un’altra lettrice dice di non aver apprezzato molto, in quest’ultimo libro, il fatto di aver riproposto una sintesi della personalità dei personaggi principali e dei fatti salienti che hanno caratterizzato il loro passato. Una caratteristica che, a detta sua, lo rende un po’ ripetitivo. Chi scrive trova, invece, questa scelta (effettuata anche in precedenti episodi del ciclo) un elemento di pregio, perché consente di rinfrescare la memoria a chi ce l’ha labile e magari legge gli episodi a distanza di tempo l’uno dall’altro. In ogni caso, l’interessato spiega di fare questa scelta per chi inizia a leggere il ciclo da un qualunque volume, in modo che possa capire come il personaggio è arrivato a quel punto. «A me interessa sempre meno il “chi ha fatto” quanto piuttosto il “perché”, perché io parlo di delitti passionali. Mi interessa capire quanto il delitto faccia parte dell’animo umano» spiega e fa presente che la genesi parla di delitti già a pagina due.
Connesso a queste affermazioni è il commento di un’altra lettrice: «Ho capito che lei mi piace – e penso a tanti altri che sono qui – perché parla di passione. E la ringrazio per quello che lei scrive perché la gente è mossa da questo». Proprio così.

primo piano di Maurizio De GiovanniEd è ancora una donna a porre il successivo quesito: «Come mai lei che è una persona così allegra e solare, scrive di tutti questi morti?» La risposta è più che esauriente: «Io leggo spesso. Alla mia vita posso togliere la scrittura in qualunque momento senza problemi, mentre leggo almeno un’ora ogni giorno. A me, come lettore, lascia perplesso che chi vede un bambino morto dopo tre pagine conversi con un cuoco su un vino da abbinare al cibo. Io non riesco proprio a sorridere dopo un delitto, a dimenticare cosa è successo. Il delitto è uno squarcio che non si ripara mai più. Puoi cucire, ma nella società non si ripara mai più. Io mi riesco a divertire, la mia scrittura vera è come sono io: divertita e divertente… spero. Ma quando scrivo di delitti, non riesco a non essere serio. Quando lo faccio, non riesco ad andare via da lì».

Ed è forse il fatto di percepire questa autentica sensibilità che ci fa amare così tanto tale scrittore. Non sembra, infatti, che il lato umano e solare che mostra in pubblico sia solo una facciata: dopo l’incontro, De Giovanni si è trattenuto a lungo – e in piedi! – a firmare libri, scambiare due parole con i suoi estimatori, concedere loro foto e persino donare qualche spontaneo bacio. Tutto senza mai mostrare fastidio ma, anzi, con il sorriso di chi ama stare tra la gente, anzi, con la gente. Da pari a pari.

 

Le foto, eccetto l’ultima (di Marcella Onnis), sono di Giuseppe Argiolas

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