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“Maria donna dei nostri giorni”: un libro non solo per cattolici – 1^ parte

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Il  nostro giornale si occupa spesso di denuncia, non per il gusto di criticare (anche perché la critica, quando fine a se stessa e priva di intenti costruttivi, è l’operazione più semplice del mondo) ma perché crediamo che se un problema esiste, sia giusto parlarne, nella speranza che ciò possa contribuire a risolverlo. Ed è per questa ragione che più di una volta abbiamo, ad esempio, contestato atteggiamenti discutibili da parte di esponenti del clero o della Chiesa come istituzione.  Siamo anche convinti, però, che sia giusto – oltre che bello – parlare pure degli esempi positivi perché sono questi a darci il maggior impulso per non accettare passivamente le ingiustizie, sono questi che ci fanno capire che un altro mondo è possibile.

E un bell’esempio, una bella dimostrazione di come dovrebbe “vivere” la Chiesa cattolica per essere coerente con i suoi principi, ce la offre “Maria donna dei nostri giorni”, scritto da Don Tonino Bello nei primi anni Novanta. Come premessa, è giusto ricordare che Monsignor Bello conservò sempre lo spirito semplice del “prete di campagna”, al punto da restare per i suoi fedeli semplicemente “Don Tonino” anche una volta diventato vescovo. Quella sua semplicità d’animo è stata da lui riversata in queste pagine, facendo da contraltare alla sua grande cultura ed alla sua profondissima conoscenza dei testi sacri e religiosi. Don Bello aveva ben presente lo spirito della “Chiesa delle origini” ed esattamente come tanti laici (ed atei) le riconosceva il grande difetto di essersene allontanata. Rivolgendosi alla Madonna, infatti, così La pregava: “Quando la Chiesa si attarda all’interno delle sue tende dove non giunge il grido dei poveri, dàlle il coraggio di uscire dagli accampamenti. Quando viene tentata di pietrificare la mobilità del suo domicilio, rimuovila dalle sue apparenti sicurezze. Quando si adagia sulle posizioni raggiunte, scuotila dalla sua vita sedentaria. Mandata da Dio per la salvezza del mondo, la Chiesa è fatta per camminare, non per sistemarsi.”

Altro particolare degno di nota è che questo libro smentisce una delle accuse più frequentemente mosse al cattolicesimo (vedi, ad esempio, Alessandro  Baricco nel suo romanzo “Emmaus”) ossia la presunta mancanza di attenzione per la bellezza. Qui si parla eccome di bellezza, come virtù della Vergine Maria ma anche come valore generale (“in questa camera oscura della ragione c’è ancora una luce che potrà impressionare la pellicola del buon senso: è la luce della bellezza”), seppure in un’accezione diversa da quella in cui – per natura – la maggior parte di noi è portata ad intenderla

La protagonista vera di queste pagine, però, è ovviamente Maria, quella che per i cattolici è – o almeno dovrebbe essere – la donna più straordinaria che sia mai vissuta sulla Terra. Qui, però, la sua figura viene mostrata in maniera inedita, nella sua dimensione assolutamente “ordinaria”: una donna che, pur essendo sposa e madre di Dio, condivise con le sue simili le stesse gioie e gli stessi tormenti. Così, più di una volta, Don Bello si sofferma a trovare similitudini tra gli stati d’animo di Maria e quelli di alcune sue fedeli. Un’operazione che probabilmente aiuta anche i non credenti a guardare a Lei con simpatia, ma che soprattutto “riscatta” la quotidianità, mostrandocela per quello che è: “il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza”, salvezza che ognuno può intendere nel senso che preferisce, in base alle proprie convinzioni morali più che religiose.

(continua)

Marcella Onnis – redattrice

marcella.onnis@ilmiogiornale.org

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